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parla il pentito

‘Ndrangheta a Cosenza, i «capricci» di Maurizio Rango e il progetto di compiere tre omicidi

Luciano Impieri, oggi diacono, ricorda il passato criminale. Nella black list sarebbero finiti Daniele Lamanna, Antonio Abbruzzese “Strusciatappine” e Marco Perna

Pubblicato il: 20/04/2026 – 15:11
di Fabio Benincasa
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‘Ndrangheta a Cosenza, i «capricci» di Maurizio Rango e il progetto di compiere tre omicidi

COSENZA Diventato diacono, dopo un lungo periodo di frequentazione di una comunità religiosa cristiana, Luciano Impieri – condannato per associazione a delinquere ed estorsione nell’ambito del processo “Nuova Famiglia“ – decide di collaborare con la giustizia per salvare la sua famiglia e i suoi figli da un futuro segnato dagli ambienti criminali. Nel marzo del 2018 la decisione di abbandonare definitivamente una vita segnata dal crimine dopo aver militato nei principali clan, «dal gruppo Bruni sono passato a Rango-Zingari e poi con i Lanzino Ruá» perché «non mi piacevano gli abusi di Maurizio Rango». Anche su questa circostanza, il collaboratore è tornato a parlare nel corso dell’udienza in Corte d’Assise a Cosenza nell’ambito del procedimento scaturito dall’inchiesta denominata “Recovery“: una costala del maxi blitz “Reset“. Sollecitato dalle domande della pm Filomena Aliberti, il pentito racconta: «Rango faceva sottobanco anche con le estorsioni e prendeva la droga da Cassano allo Jonio».

Il capriccio di Rango

Degli “Zingari”, Impieri ripete più volte di aver avuto particolare timore. «Dopo l’omicidio di Luca Bruni, quando ho lasciato il carcere, sono venuti a chiedermi da che parte stessi. Anche se non ritenevo giusta la morte di Bruni ho detto che stavo con gli “Zingari”, non volevo morire». Il timore di subire possibili ritorsioni è sintomo di un equilibrio evidentemente precario all’interno del clan. Una situazione caratterizzata da tensione che avrebbe spinto lo stesso Impieri e Daniele Lamanna a decidere di allontanarsi. «Anche a Lamanna non piaceva come andavano le cose e piano piano ci siamo allontanati. Lui doveva morire». La pm chiede al collaboratore di fornire ulteriori dettagli sul presunto piano omicidiario. «Un giorno sono andato anche a casa sua, gli ho detto che se mi avesse visto davanti al campanello in faccia non avrebbe dovuto aprire, se mi avesse visto di spalle allora avrebbe potuto farmi entrare». Secondo Impieri, infatti, «Rango e i Banana (il soprannome del caln Abbruzzese di Cosenza) temevano il possibile pentimento di Lamanna». Tuttavia, sollecitato dalla presidente della Corte d’Assise, Paola Lucente, Impieri sgonfia la dichiarazione riducendo tutto ad un “capriccio” di Rango.

«L’ammanco di Strusciatappine»

Luciano Impieri mette insieme i ricordi, anche se a fatica visti i tanti anni trascorsi dai fatti oggetto di esame, e fornisce informazioni su due tentativi di pax per riportare l’equilibrio nei clan. «Nel 2012, ci fu una riunione in appartamento a Rende con Ettore Lanzino (a fare da garante) alla quale presero parte Franco Presta, Umberto di Puppo, Franco Bruzzese, Maurizio Rango e Francesco Patitucci», e poi nel 2006. In quest’ultimo caso, «volevano uccidere Antonio Abbruzzese detto Strusciatappine per un ammanco di 170mila euro su una partita di droga con gli Italiani». Il tentativo di risolvere le fibrillazioni, nel racconto fornito dal pentito, non va in porto. Così come non si concretizzerà l’ipotesi di uccidere l’esponente degli “Zingari” perché – precisa Impieri – «i parenti lo informavano e Strusciatappine cambiava ogni giorno sala giochi, era un frequentatore e giocatore delle slot e avremo dovuto ammazzarlo lì».

La bacinella

Sull’organizzazione del clan e sulla spartizione dei proventi delle estorsioni, il pentito riferisce dell’esistenza di una bacinella «gestita da Ettore Sottile» dove «confluivano i soldi per pagare le famiglie dei detenuti» mentre «quello che restava veniva suddiviso» anche se «era difficile che riusciavamo a prendere qualcosa». «La bacinella (con un rapporto di 60% dei guadagni per gli Italiani e di 40% per gli Zingari) era gestita, da un lato, da Umberto di Puppo e dall’altro da Ettore Sottile», prosegue Impieri che sui proventi della droga, invece, fornisce una versione parzialmente contradditoria rispetto a quanto messo a verbale nel corso dell’interrogatorio seguito alla decisione di collaborare con la giustizia. Invitato a sollecitare la memoria, Impieri ricorda di un «mancato versamento di Marco Perna alla bacinella per quanto attiene i proventi di droga». Anche in questo caso, il presunto sgarro sarebbe stato mal digerito dal clan pronto a fare fuoco contro chi «non rispettava le regole». Il gruppo Perna, per il pentito, era autonomo e «Maurizio Rango voleva colpirlo». Per placare l’ira di Rango sarebbe stato necessario l’intervento di Roberto Porcaro.

Il rapporto con Ariello

Il pubblico ministero elenca una serie di nomi accanto ai quale annota le rivelazioni di Impieri. L’attenzione di Aliberti si sofferma soprattutto sulla figura di Salvatore Ariello. «L’ho conosciuto quando ero ragazzo, gli facevo i capelli quando era ai domiciliari. Poi ci siamo ritrovati in carcere. Faceva estorsioni, ma si occupava anche di droga e di usura». Ariello, inoltre, «aveva litigato con Roberto Porcaro per un ammanco da 1.800 euro per una questione di usura». Dal racconto fornito da Impieri (in videocollegamento), si intuisce come i rapporti intercorsi tra Ariello e Porcaro fossero decisamente roventi. «Ariello, un giorno, venne a casa mia e mi disse che Porcaro si era preso i meriti dell’omicidio di Pino Ruffolo, che però era stato ucciso da Massimiliamo d’Elia». Quest’ultimo era «uomo vicino a Porcaro e si occupava dei viaggi di droga per conto degli “Italiani”. I dissidi con l’ex delfino di Patitucci, avrebbero poi suggerito ad Ariello di distaccarsi dagli “Italiani” formando «un gruppo con Antonio illuminato che si occupava di droga. L’udienza termina dopo quasi tre ore di ricordi messi insieme per restituire un quadro della situazione all’interno della galassia criminale bruzia. (f.benincsa@corrierecal.it)

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