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Violenza, paura e omertà

Melicucco nel terrore, il gruppo di aguzzini che umiliava i vulnerabili

L’inchiesta “Marijoa” rivela un sadico gruppo di giovani che tormentava le vittime con torture fisiche e psicologiche, mentre il silenzio della comunità reggina alimentava la spirale di terrore

Pubblicato il: 30/04/2026 – 9:22
di Paola Suraci
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Melicucco nel terrore, il gruppo di aguzzini che umiliava i vulnerabili

REGGIO CALABRIA «Ndu levamu». Togliamo di mezzo la vittima. È uno dei messaggi scambiati su WhatsApp tra due degli indagati, ed è forse la sintesi più brutale di quello che stava accadendo a Melicucco, comune di tremila anime in provincia di Reggio Calabria. È il risultato dell’operazione condotta dai carabinieri della Stazione di Melicucco, sfociata nell‘inchiesta denominata “Marijoa”: Salvatore Carbone, 22 anni, di Polistena; Francesco Bono, 22 anni, di Melicucco; e Francesco Oppedisano, 21 anni, di Cinquefrondi sono finiti agli arresti domiciliari. Altri due indagati 22enni — Giovanni Ciricosta e Angelo Serafino Chiappalone — sono stati raggiunti dall’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Complessivamente 14 le persone indagate, alcune delle quali minorenni all’epoca dei fatti. Come si legge nelle 49 pagine dell’ordinanza firmata dalla giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palmi, Jessica Dimartino, dietro i provvedimenti c’è una storia di violenza sistematica contro i soggetti più deboli della comunità. Tre le vittime individuate dagli inquirenti: persone fragili, sole, con problemi psichiatrici o di dipendenza dall’alcol, scelte proprio per questo. Prese di mira, filmate, umiliate. E troppo spaventate per denunciare.

La notte dei finti carabinieri

Sono le tre di notte. Quattro ragazzi bussano alla porta di un uomo che vive solo. Indossano passamontagna e hanno stelle sulle spalline. Si spacciano per carabinieri del Nas. Una volta dentro, lo ammanettano al letto, rovistano nell’appartamento, lo picchiano. Qualcuno gli punta una pistola alla tempia. Tutto viene ripreso con un telefono cellulare. Il video, dalle carte dell’ordinanza, avrebbe fatto il giro del paese nel giro di pochi giorni. Nei filmati sequestrati e analizzati dagli investigatori si riconoscono in modo inequivocabile, dalle voci e dalla fisionomia seppur con il volto coperto, Salvatore Carbone e Francesco Bono, insieme a due minorenni. La vittima parla ai carabinieri solo settimane dopo, e lo fa senza voler firmare nulla. «Sono diversi anni ormai che alcuni ragazzi di Melicucco mi danno costantemente fastidio», dice. «Sono stanco. Voglio solo riposare. Io non disturbo nessuno, esco solo per lavorare e per fare la spesa». Poi aggiunge: «Non voglio denunciare perché i ragazzi sanno che sono venuto a parlare con i carabinieri. Voglio evitare, non voglio ulteriori ripercussioni». Quella notte i ragazzi avevano trovato in casa una busta trasparente con del sale rovinato dall’umidità. Qualcuno aveva gridato di aver trovato della cocaina. Poi uno l’aveva assaggiata. L’uomo, ammanettato, aveva assistito a tutto.

La canaletta, il vetro rotto, la fuga

Le intrusioni non si fermano. Quando la vittima installa una catena alla porta — circostanza verificata di persona dai carabinieri — il gruppo trova un altro modo per entrare. Dalle carte dell’ordinanza si legge che Salvatore Carbone si arrampica sulla canaletta di scolo dell’edificio, raggiunge il balcone, sfonda il vetro della finestra a pugni. «Mi riferiva che aveva usato la canaletta dell’acqua per arrampicarsi fino al balcone, dove con un pugno riusciva a sfondare la lastra di vetro delle imposte che erano regolarmente chiuse», racconta la vittima agli inquirenti. Anche questa notte viene filmata. Un vicino di casa, svegliato dal rumore, sale a controllare e trova Carbone nell’appartamento. Lo riconosce nella foto che i carabinieri gli mostrano: «Molto probabilmente il ragazzo che ho visto in casa è lo stesso che lei mi ha mostrato in foto». Sua moglie, salita con lui quella notte, ricorda il nome di battesimo del ragazzo. Carbone fugge.

Filmati, condivisi, archiviati nei telefoni

È l’analisi dei telefoni cellulari sequestrati a consegnare agli investigatori la documentazione più pesante. Decine di video e fotografie ritraggono le vittime umiliate, derubate, spinte, filmate mentre cadono. Le voci degli indagati sono riconoscibili. In alcuni casi sono loro stessi a chiamarsi per nome durante le riprese. In un video girato in un cimitero, una delle vittime viene accerchiata dal gruppo. Tenta di reagire. Una voce attribuita a Chiappalone — minorenne all’epoca dei fatti— dice, come si legge nelle carte dell’ordinanza: «Noi qui dentro siamo i padroni e se voglio da qui dentro non uscite». In un altro filmato, Francesco Oppedisano simula più volte di estrarre un’arma avvicinandosi all’uomo. Di sottofondo si sente la voce di uno dei ragazzi commentare in dialetto: «Se gli dà una coltellata questo video diventa virale».

Il petardo, l’acqua in faccia, il fuoco ai piedi

C’è anche una seconda vittima. È una persona con gravi patologie psichiatriche, sottoposta ad amministrazione di sostegno. Il gruppo la perseguita con una inventiva crudele. Le offrono una sigaretta: esplode tra le labbra. È un petardo artigianale. Le bruciano i piedi gettandole addosso carta incendiata con un accendino. Quasi ogni sera Francesco Bono le lancia bottiglie d’acqua in faccia dal finestrino di un’auto in corsa. Un video lo documenta: si vede la bottiglia colpirla in pieno volto. Quella stessa sera una pattuglia dei carabinieri la trova per strada completamente bagnata. In un video estratto da uno dei telefoni degli indagati e riportato nelle carte dell’ordinanza, Chiappalone inquadra questa seconda vittima e commenta: «Prima inquadratura… il pazzo… eccolo qui, lo rinchiudiamo adesso in un manicomio a Polistena». In un altro filmato, la si vede difendersi con un manico di scopa mentre i ragazzi la circondano ridendo. Giovanni Ciricosta, si legge nelle carte, la affronta a sua volta con un bastone.

Il silenzio di un paese

Nessuna delle tre vittime sporge denuncia spontaneamente. Una di esse racconta agli inquirenti di aver smesso di uscire di casa: «Evito anche di farmi una passeggiata in piazza o nelle zone frequentate dai ragazzi. Ho timore di fare una passeggiata persino con i miei figli nelle zone più trafficate, perché è mortificante sia per me che per loro assistere a queste scene». Molti abitanti di Melicucco scelgono l’anonimato. La giudice Dimartino annota nelle carte che «tale atteggiamento di diffusa e evidente ritrosia è dovuto alla sensazione di paura che gli abitanti del luogo hanno di tutto il gruppo inteso come tale e non già dei singoli individui». Non è la paura di un singolo ragazzo. È la paura del gruppo.

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