’Ndrangheta e caporalato: il dominio della terra come asset strategico
Il controllo dei clan che hanno trovato nel comparto agricolo un terreno fertile per i propri affari. La geografia dello sfruttamento e l’espansione in nuovi settori

Un fenomeno che nel Mezzogiorno ha smesso da tempo di essere un’emergenza episodica per diventare un sistema strutturato, soprattutto in Calabria il caporalato diventa il segno tangibile di come i clan di ‘ndrangheta esercitino con capillarità il dominio dei territori. La criminalità organizzata ha trovato nel comparto agricolo un terreno fertile per il riciclaggio e il profitto, trasformando la gestione della manodopera in un vero e proprio asset strategico per i clan locali, capace di condizionare l’intera filiera produttiva e la dignità stessa del lavoro.
La geografia dello sfruttamento
Le indagini spesso restituiscono un quadro in cui il controllo del territorio passa inevitabilmente attraverso il controllo della terra. Un fenomeno ormai diffuso in tutta la regione: se in passato il caporalato era identificato quasi esclusivamente con la Piana di Gioia Tauro e San Ferdinando, oggi le criticità si sono spostate verso altri territori, dalla Piana di Sibari, all’area di Lamezia Terme e Crotone. La Calabria – come emerso nel VII Rapporto Agromafie e caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil – detiene il primato nazionale per numero di lavoratori e lavoratrici irregolari, una condizione che rappresenta la porta d’accesso allo sfruttamento servile.
Qui, il tasso di irregolarità sfiora il 20%, quasi il doppio della media italiana, traducendosi in un valore aggiunto prodotto dal lavoro nero che pesa per circa 2,5 miliardi di euro. È l’humus ideale per la ’ndrangheta, che ha compreso da tempo come il controllo del territorio passi inevitabilmente per il controllo della terra e delle braccia che la lavorano.
Nel solo territorio crotonese, oggetto di analisi approfondite, si stima che tra le 11mila e le 12mila unità siano impiegate in modo “non standard”, ovvero attraverso il lavoro nero o il cosiddetto “caporalato grigio”. Quest’ultima pratica prevede la dichiarazione di meno giornate rispetto a quelle effettivamente lavorate, permettendo ai lavoratori di accedere a sussidi statali che vengono poi parzialmente stornati ai caporali come una moderna forma di pizzo. In questo contesto operano anche circa 4-5 mila stagionali stranieri, vittime di una vulnerabilità abitativa e logistica che li rende totalmente dipendenti dai clan per trasporti e alloggi.
L’espansione in nuovi settori
E nel Rapporto sullo sfruttamento lavorativo e il caporalato, curato dalla Fondazione Placido Rizzotto insieme alla Flai Cgil e al laboratorio “L’Altro Diritto”, viene confermato come la mappa dell’illegalità colpisca ormai indistintamente distretti agricoli e aree industrializzate. Sebbene l’agricoltura conti ancora 589 casi censiti al dicembre 2024 – 157 in più rispetto alla precedente rilevazione -, l’incidenza percentuale sul totale delle inchieste è scesa dal 67% al 38%. Come evidenziato da Jean Rene Bilongo, presidente dell’Osservatorio, questo calo non indica una ritirata del fenomeno, ma una sua drammatica emersione in settori finora meno monitorati, come l’edilizia, la logistica, il commercio e i servizi di cura. Nonostante la pervasività delle agromafie, si registra un incremento dei casi intercettati di quasi il 50%, segno di una maggiore capacità di contrasto delle autorità.
Un segnale di speranza arriva poi dal fronte delle denunce: nel 2024, circa il 29% delle vittime ha trovato il coraggio di denunciare, scardinando il muro di omertà.
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