‘Ndrangheta a Cosenza, omicidi mancati e nuovi equilibri nei clan. Le rivelazioni di quattro pentiti
Il 6 maggio, il collaboratore di giustizia, Giuseppe Zaffonte comparirà in videocollegamento con la Corte d’Assise di Cosenza

COSENZA L’attesa è per il 6 maggio, quando il collaboratore di giustizia Giuseppe Zaffonte comparirà in videocollegamento con la Corte d’Assise di Cosenza per rendere dichiarazioni nel corso del processo celebrato con rito ordinario scaturito dall’inchiesta “Recovery”, coordinata dalla Dda di Catanzaro contro la ‘ndrangheta cosentina. Il pentito collabora con la giustizia dal 2019, ma ha un passato da rapinatore e spacciatore di cocaina e un “battesimo” ricevuto in carcere «durante l’ora d’aria al passeggio». «Mi hanno dato la “prima” e in un secondo momento ho ricevuto la seconda dote», aveva sostenuto il collaboratore di giustizia nel corso di alcune recenti deposizioni. Nelle ultime settimane, sono stati diversi i pentiti chiamati in qualità di testimoni a fornire informazioni utili sulla galassia criminale bruzia.
I “Banana” e le confessioni di “Micetto”
Il primo a rispondere alle domande della pm Filomena Aliberti è stato Celestino Abbruzzese alias “Micetto”. Un tempo elemento di vertice dell’omonima famiglia e del clan di etnia rom che governava e gestita in regime di monopolio il traffico di eroina, a Cosenza e nell’hinterland bruzio. Questo monopolio sarebbe durato 17anni anni, «dal 2001 al 2018» precisa il pentito. Che poi riferisce in merito ai canali di approvvigionamento. «Capitava di prendere del “materiale” (droga, ndr) dal clan Pesce di Rosarno e da Cassano allo Ionio» e nella Sibaritide diventata feudo dei cugini degli Abbruzzese. In una fase successiva, ammette “Micetto”, «abbiamo preso droga da Roberto Porcaro e quindi dagli “Italiani”, precisamente dal 2015 in poi». La polvere bianca era il core business, che dettava tempi e costi dello spaccio. «Prendevamo l’eroina a 18 euro al grammo e la vendevamo a 40 euro, mentre la cocaina poteva costare dai 40 ai 50 euro e veniva immessa sul mercato a 70-80 euro. Ma alcuni pusher «la piazzavano anche a 100 euro». Numeri da capogiro.
Il gruppo unitario degli Zingari
Se “Micetto” non ha nascosto i rapporti tra le due famiglie Abbruzzese, quella di Cassano allo Jonio e quella di Cosenza, è un altro pentito legato al clan di etnia rom a stravolgere la geografia criminale bruzia sostenendo di aver sempre operato nella convinzione che le due famiglie, ritenute vicine ma indipendenti, formassero in realtà un unico sodalizio. Ivan Barone collabora da quando è stato arrestato, il primo settembre del 2022, al termine dell’operazione denominata “Reset“. In aula, ammette di aver fatto parte di una associazione criminale attiva a Cosenza e nell’hinterland bruzio nella quale si occupava di estorsione e spaccio di droga, senza tuttavia essere “battezzato”. «Erano parenti, ma stavano insieme anche dal punto di vista criminale», confessa in videocollegamento il collaboratore che ricorda i tempi in cui faceva coppia con Gianluca Maestri, altro soggetto legato in passato alla mala bruzia e poi deciso a passare con l’esercito dei buoni. «Maestri faceva parte del sodalizio della droga degli Abbruzzese di Cassano allo Jonio e anche di quelli di Cosenza, in quanto il gruppo degli “Zingari” era unico, erano la stessa cosa sia per gli affari degli stupefacenti e sia per la partecipazione mafiosa».
«Capricci» e propositi omicidiari
E’ il sangue spesso a spezzare il binomio soldi-potere. La città dei bruzi non fa eccezione, come racconta Luciano Impieri (oggi diacono e collaboratore di giustizia) già condannato per associazione a delinquere ed estorsione nell’ambito del processo “Nuova Famiglia“. Nel marzo del 2018 la decisione di vuotare il sacco dopo una carriera criminale spesa «nel gruppo Bruni, poi Rango-Zingari e infine con i Lanzino Ruá». «Dopo l’omicidio di Luca Bruni, quando ho lasciato il carcere, sono venuti a chiedermi da che parte stessi. Anche se non ritenevo giusta la morte di Bruni ho detto che stavo con gli “Zingari”, non volevo morire». Nel mirino dei malandrini cosentini sarebbe finito anche un amico di Impieri, il collaboratore di giustizia Daniele Lamanna. Deciso ad allontanarsi dagli ambiente criminali, il suo nome era finito nella black list dei clan bruzi. «Lui doveva morire per un “capriccio” di Maurizio Rango», tuona Impieri in Corte d’Assise. Il terzo uomo – secondo il pentito – entrato nel mirino dei clan è Antonio Abbruzzese detto Strusciatappine «per un ammanco di 170mila euro su una partita di droga con gli Italiani». L’ipotesi di farlo fuori tramonterà perché – precisa il collaboratore – «i parenti lo informavano e lui cambiava ogni giorno sala giochi, era un frequentatore e giocatore delle slot e avremo dovuto ammazzarlo lì».
Dagli “Zingari” agli “Italiani”
Checco Greco si è pentito «per dar una vita migliore alla mia famiglia e a mio nipote». Lo ripete più volte in aula, chiamato a testimoniare dopo la decisione di chiudere con il crimine. Nessun battesimo, nessun rito di affiliazione consumato in carcere, l’ex braccio destro di Roberto Porcaro ha scelto di chiudere con il passato senza più tornare indietro. Si descrive come un tuttofare degli “Italiani“: usura ed estorsioni e si è messo a disposizione anche nei traffici di droga. «Ho acquistato oltre 100mila euro di cocaina e hashish ad Amantea» e sulla spartizione precisa «gli “Italiani” avevano una loro bacinella, gli “Zingari” un’altra». Greco, come altri collaboratori, non nasconde la presenza di dissidi e fratture all’interno dei clan cosentini. Nel lungo elenco dei “condannati” a morte trova posto proprio Roberto Porcaro. L’ex delfino di Patitucci e già reggente degli “Italiani” «aveva rotto con tutti», sussurra Greco. Motivo per il quale, «Massimiliano D’Elia diceva che si era creato un gruppo e mi chiese di fissare un appuntamento con Porcaro per farlo fuori». Anche in questo caso, il piano tramonta prima di compiersi. (f.benincasa@corrierecal.it)
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato