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Catanzaro, dipendente dell’Asp di Catanzaro denuncia presunto pedinamento: esposto in Procura

La lavoratrice si è rivolta alla magistratura e alla Corte dei conti chiedendo 250mila euro di risarcimento per la presunta violazione della privacy e della vita privata

Pubblicato il: 16/05/2026 – 15:21
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Catanzaro, dipendente dell’Asp di Catanzaro denuncia presunto pedinamento: esposto in Procura

CATANZARO Sarebbe stata pedinata dall’Asp di Catanzaro tramite un’agenzia di investigazione e, per questo, una dipendente ha depositato un esposto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, e alla Procura regionale della Corte dei conti per la Calabria, chiedendo 250.000 euro di risarcimento danni derivanti dalla lesione della propria sfera privata e familiare, privacy e riservatezza. Secondo quanto ricostruito dal legale della donna, l’avvocato Francesco Pitaro, la dipendente dell’Asp «ha subito un ingiusto trasferimento al punto che lo stesso è stato correttamente disapplicato, a seguito di ricorso, dal Tribunale del lavoro di Catanzaro». Tuttavia, spiega l’avvocato, «a causa del trasferimento la dipendente subisce una crisi emotiva, per lo stress e la tensione alla stessa causati, ed è costretta ad assentarsi dal lavoro per malattia. L’Asp di Catanzaro, nonostante la malattia psichiatrica della dipendente, che le consente anche di non stare reclusa in casa, le mette alle calcagna un’agenzia di investigazione che la pedina, la fotografa e la videoriprende per ben 30 giorni». Nell’atto l’avvocato Pitaro sottolinea come «lo svolgimento del pedinamento, da parte dell’Asp di Catanzaro attraverso l’agenzia di investigazione, senza alcun sospetto, senza incarico, senza indicazione degli inesistenti sospetti, ha determinato un ingiusto e ossessivo controllo sulla vita privata della dipendente con modalità che sono manifestamente eccessive, subordinando l’interesse della dipendente alla tutela della propria vita privata e familiare all’interesse, che non è dato capire quale sia, dell’Asp Catanzaro. Tutto ciò, che è già di per sé evidentemente grave, lo è ancor di più se si pensa che l’ossessivo pedinamento si è sviluppato per il periodo di ben 30 giorni durante i quali la dipendente è stata continuativamente osservata, pedinata e seguita, in ogni sua attività e frequentazione, con acquisizione di materiale fotografico, frugando nella vita privata della ignara lavoratrice e sottoponendola a una misura enormemente invasiva».

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