’Ndrangheta, il «preventivo» di D’Onofrio per il maestro dei rapinatori e il metodo «scientifico» per eludere i controlli
Dalle motivazioni della sentenza il racconto degli incontri riservati, della presunta pianificazione di una rapina e dei sistemi usati per comunicare senza lasciare tracce

TORINO Il telefono lasciato a casa, un appuntamento fissato da altri e una parola di copertura: «preventivo». Nelle motivazioni della sentenza “Factotum” c’è anche il racconto di un incontro riservato che, secondo i giudici, Francesco D’Onofrio, in abbreviato condannato a 11 anni e 10 mesi, avrebbe cercato di organizzare con Pancrazio Chiruzzi, detto “Pan” o “Ciccio”, definito dalle cronache giudiziarie «il maestro di tutti i rapinatori». Un contatto che, nella ricostruzione del gup di Torino Benedetta Mastri, si inserisce nel capitolo dedicato alla presunta pianificazione di una rapina e alla ricerca di qualcuno in grado di intervenire sui sistemi di allarme e videosorveglianza.

Il “preventivo” per la rapina
Il 71enne D’Onofrio, scrive il gup nella sentenza, avrebbe lasciato il proprio smartphone all’interno dell’abitazione «al fine di mantenere la massima riservatezza ed eludere eventuali attività di captazione». Una precauzione accompagnata da un ulteriore passaggio: incaricare Angelo Russo di fissare l’appuntamento con Chiruzzi. La telefonata viene intercettata il 26 marzo 2024. Russo chiama “Ciccio” e usa l’espediente del preventivo: «È per un preventivo, venerdì alle 16/16.15 puoi passare di qua?». Chiruzzi accetta, precisando di avere poco tempo: «Ma dieci minuti eh!». Poi il gup mette in fila gli avvenimenti dei giorni successivi. Il 27 marzo Claudio Russo sarebbe andato a casa di D’Onofrio. È qui che, secondo la sentenza, emergerebbe il tema della rapina. D’Onofrio avrebbe chiesto a Russo se conoscesse qualcuno in grado di disinserire impianti di allarme, poi avrebbe raccontato quanto gli sarebbe stato riferito da Mario Crea. Il riferimento è alla presunta esistenza di una persona compiacente, interna a un istituto, che avrebbe fornito uno schizzo sul funzionamento del sistema di allarme per agevolare l’attività delittuosa. D’Onofrio avrebbe quindi informato Russo che il venerdì successivo avrebbe incontrato, proprio su questo, Pancrazio Chiruzzi.
Gli appuntamenti
Seguendo la linea temporale, si arriva al 29 marzo. Alle 16 D’Onofrio sarebbe uscito di casa per raggiungere il bar del Corso di Moncalieri. Anche in quella occasione, secondo le carte, avrebbe lasciato il cellulare nell’abitazione, così da sottrarsi a eventuali captazioni. Chiruzzi sarebbe arrivato poco dopo e, dopo i saluti, i due si sarebbero allontanati per parlare in modo riservato. Le telecamere documentano l’incontro: i due si spostano a piedi all’incrocio tra via Bellini e via Puccini, dove restano a discutere per oltre mezz’ora. Il giorno dopo, D’Onofrio avrebbe ricevuto un altro sodale nella propria abitazione, raccontandogli dell’incontro con Pancrazio. E mentre lo fa chiede riservatezza – «che rimanga fra me e te» – spiegando che con il suo “amico” si sarebbero dovuti riaggiornare dopo Pasqua. Secondo la sentenza, dal dialogo si intuisce che D’Onofrio avesse chiesto a Chiruzzi se conoscesse un esperto di sistemi di allarme. Ad aprile Chiruzzi torna a cercare D’Onofrio tramite Angelo Russo. Il 17 aprile i due si ritrovano ancora al bar del Corso. Questa volta, però, D’Onofrio ha con sé lo smartphone e la conversazione viene captata solo in parte. Il prosieguo del dialogo, annota il gup, non viene registrato perché D’Onofrio consegna il telefono ad Angelo Russo, che resta a distanza. Prima di separarsi, D’Onofrio dice a Chiruzzi che gli avrebbe fatto sapere dopo un nuovo incontro con Mario Crea: «Ci vediamo… ti faccio sapere». Chiruzzi risponde che, ricevuti aggiornamenti, avrebbe parlato con una terza persona: «Appena eh… io glielo dico».
Il «metodo scientifico»
Nelle stesse motivazioni emerge anche un altro passaggio, già emerso su La Stampa: quello delle cartine da ingoiare e dei due libri “a specchio”, uno fuori e uno in carcere, da usare come sistema per trasformare numeri in parole. D’Onofrio, parlando con Francesco Serratore, raccomanda di non scrivere nomi, suggerisce l’uso di foglietti facilmente distruggibili e definisce «scientifico» il metodo dei due volumi identici. Prima D’Onofrio si sofferma su un biglietto, criticando la presenza di riferimenti espliciti: secondo lui, scrivere nomi avrebbe potuto mettere nei guai più persone. Da qui la decisione di strappare il foglio e disfarsene. Poi passa al metodo delle cartine, considerate più sicure perché facilmente distruggibili o, se necessario, ingeribili. Infine illustra il sistema dei due libri: uno conservato fuori e uno in carcere, identici, da usare partendo da una pagina concordata e trasformando sequenze numeriche in lettere. «Con i numeri tu componi le parole», dice D’Onofrio, definendo il metodo «scientifico». (g.curcio@corrierecal.it)
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