Catastrofi ed eventi estremi, Calabria a rischio ma senza copertura assicurativa
La nostra regione è maglia nera per danno pro capite da terremoti, alluvioni e tempeste. Torna attuale la “lezione” di Tozzi: non nuove opere ma prevenzione e ri-naturazione

COSENZA Gli eventi estremi si lasciano dietro il dramma della ricostruzione e l’attesa dei ristori in capo al pubblico ma anche i costi per i privati: nella Calabria “pendula”, in zona altamente sismica e sferzata dal maltempo – tra alluvioni, mareggiate, frane ed esondazioni – da ultimo a inizio 2026, l’esperienza sembra non aver insegnato nulla. Alla voce protection gap (vale a dire la quota di beni non coperti da assicurazione che, in caso di evento catastrofale, resta a carico di cittadini, imprese e finanza pubblica) la nostra Regione è infatti maglia nera: la parte prevalente dei costi medi annui attesi (il 93%) non è assicurata, cosicché una quota significativa del rischio rimane scoperta. Un dato doppiamente allarmante se si pensa che la Calabria, seguita da Emilia-Romagna e Umbria, si posiziona in testa alla classifica del danno pro capite in relazione ai costi complessivi di ricostruzione: una magra consolazione è che nelle regioni più ricche e produttive oltre che densamente abitate (Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto) il rischio è presente e non necessariamente riguarda le sole aree più pericolose dal punto di vista climatico, naturale e sismico; l’impatto degli eventi estremi nel Settentrione insomma è direttamente proporzionale alla concentrazione delle cosiddette “3 I” ovvero infrastrutture, imprese e immobili. A rivelarlo è il rapporto Natural Risk Index presentato di recente a Roma.
Come diminuire l’impatto dei danni
Fin qui le analisi del rischio e gli eventuali “paracadute” assicurativi. I dati appena citati venivano illustrati negli stessi giorni in cui Mario Tozzi era di passaggio dall’Unical per discutere degli stessi temi, e soprattutto proporre qualche contromisura. «Non servono investimenti strutturali in senso stretto, a parte quello sulla rete dei trasporti – ha ammonito il geologo e divulgatore ospite dell’ateneo di Arcavacata –, invece per quanto riguarda il dissesto idrogeologico si è visto che l’unico investimento che paga è la ri-naturazione del territorio, cioè riportare il territorio in condizioni naturalisticamente adatte, quindi meno opere possibili ma piuttosto si ripianti boschi, ripianti foreste, usi sistemi di ingegneria naturalistica, abbatti in qualche caso le opere che non hanno aiutato a contenere il dissesto e anzi lo hanno aggravato».
E il rischio sismico? «Si previene costruendo meglio, rinforzando le infrastrutture, perché è la casa che crolla che ti uccide, non il terremoto. Per quanto riguarda invece il rischio vulcanico, «che qui è legato soprattutto ai vulcani sottomarini, oppure quello idrogeologico, lì bisogna proprio spostarsi, in certi luoghi non si può continuare a vivere, ma questo lo sapevano i calabresi che hanno spostato tanti centri durante la loro storia secolare».
Dalle eruzioni, come da frane e alluvioni, non ci si può proteggere come invece accade con l’edilizia antisismica. Per gli eventi meteorologici e per quelli vulcanici la previsione funziona, per i terremoti no, ha commentato Tozzi, «in ogni caso prima della previsione la prevenzione aiuterebbe, ma quella è una questione politica. Siccome le opere di prevenzione non si vedono sui territori – in genere sono opere diffuse e nascoste e non grandi opere – allora nessun politico scommette su un riscontro e un consenso che potrebbero non esserci, perché non si vedono… invece il Ponte porta parecchi consensi». Ma questo è un altro discorso. (redazione@corrierecal.it)
LEGGI ANCHE
Clima, il paradosso del Mediterraneo (e della Calabria): meno piogge ma più alluvioni
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato