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L’INTERVISTA DEL CORRIERE DELLA CALABRIA

Tozzi all’Unical: «La politica non interviene per mitigare il rischio perché è più visibile un’opera»

Il geologo e ricercatore Cnr, divulgatore su tv e giornali, invitato all’evento “Terre in movimento” dedicato al fenomeno sismico e vulcanico

Pubblicato il: 07/05/2026 – 18:31
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Tozzi all’Unical: «La politica non interviene per mitigare il rischio perché è più visibile un’opera»

RENDE «Gli eventi naturali non esistono. Li rendiamo catastrofici noi: il terremoto è una catastrofe quando si è deciso di abitare in zone sismiche o in palazzi non costruiti e ristrutturati ad arte». Inizia da un paradosso l’interessante lectio magistralis di Mario Tozzi all’Unical.
Un’ora a braccio davanti a un uditorio variegato e attentissimo arrivato nel primissimo pomeriggio per ascoltare il geologo e ricercatore Cnr, divulgatore su tv e giornali, invitato nell’ambito dell’evento “Terre in movimento”, dedicato all’analisi del rischio sismico e vulcanico e organizzato dall’ateneo con gli ordini provinciali di architetti e geologi. Ma prima, Tozzi non si sottrae a delle domande su una Calabria che ancora fa la conta dei danni dei cicloni Harry e Ulrike tra gennaio e febbraio.

Non solo: ancora prima dei cicloni non abbiamo imparato da quello che è successo meno di dieci anni fa alle gole del Raganello, non abbiamo imparato dalla tragedia di Cavallerizzo oltre vent’anni fa. Continuiamo a non imparare, allora bisogna investire nella mitigazione del rischio, però questo ancora non si fa. Perché?
«Perché è un problema culturale. Prima di tutto per riconoscere che il rischio è un problema e che ci riguarda tutti. Che gli eventi naturali diventano catastrofici per colpa nostra e che dunque possiamo operare in termini di prevenzione, visto che certi non li possiamo prevedere. Per fare tutto questo ci vuole un cambiamento di paradigma culturale, cosa che si tende a non fare perché significa investire, significa cambiare i nostri modi, significa avere anche magari un’altra economia, un’altra politica. Queste sono rivoluzioni vere e proprie, non si vedono a distanza». 

Qualcuno con una battuta un po’ di tempo fa diceva che la Calabria almeno poteva vendere il sole come la California, adesso neanche più quello…
«Il sole beh (sorride, ndr) certe volte ce ne vorrebbe meno perché fa caldo assai… La Calabria resta una terra incantata, per quello che mi riguarda, però maltrattata e poi piegata dagli eventi naturali a carattere catastrofico dai terremoti del XVIII secolo a tante altre vicende. Dunque avrebbe bisogno di un riscatto che meriterebbe una maggiore fiducia, che però non viene data».

Parlando di impatto del turismo sull’ambiente, l’overtourism non è quasi mai un bene: in Calabria si sta da qualche anno cercando di attrarre quanti più turisti possibili, però forse questo non è sempre un bene. Che ne pensa?
«No, non è sempre un bene, soprattutto se i turisti arrivano tutti insieme tutti ad agosto, tutti negli stessi posti e negli stessi giorni. Questo bisognerebbe invece cercare di evitarlo o comunque limitarlo: si può fare ma anche qui ci vuole un po’ più di coraggio per vendere qualcosa che non sia solo il mare, perché in Calabria c’è molto altro, e quindi cercare di destagionalizzare. È un problema più generale riguardo tutta l’Italia. Si rischia di avere delle città svuotate, solo al servizio dei turisti, oppure spiagge sovraffollate in cui non trovi più nemmeno lo spazio vitale. Questo resta un problema in Calabria, per certi versi, per l’aspetto naturalistico, e per il futuro delle città d’arte nel resto d’Italia».

Con l’ok al decreto Ponte c’è stato un ulteriore passo in avanti. Il ministro Salvini ha detto che ha spostato ancora una volta l’inizio dei lavori, ma secondo lui si farà. La sua posizione non cambia? 
«No. Non cambia per nulla, non vedo quali elementi nuovi ci siano. Peraltro si farà quando? Ho sentito dire prima pietra nel 2028. Considerando che si è ricominciato a parlare di Ponte nel 1996, anzi nel 1994, insomma è passato un bel po’ di tempo, credo che si tratti di un uso distorto delle poche risorse che il nostro Paese ha per un’opera faraonica, probabilmente non così utile, e che non aiuta a migliorare le condizioni territoriali delle due province e delle due regioni. Per una Calabria che si è dimostrata sempre più fragile: la spesa ingente di denari in quella direzione lì francamente è incomprensibile rispetto allo stato in cui versa il territorio e anche la rete infrastrutturale della Calabria e della Sicilia. È per questo che io il ponte non lo comprendo moltissimo. I porti più pericolosi al mondo, inoltre, non portano la ferrovia: io spero che questo la porti perché se non ci fosse il treno sarebbe ancora più incomprensibile. E comunque è una questione di priorità».

Quali sono le priorità?
«La sicurezza territoriale, la sicurezza infrastrutturale di dettaglio, oppure la dimostrazione? Questa è un’opera un po’ dimostrativa e poco efficace, in fin dei conti».  

Il Ponte e il concetto di opera dimostrativa torneranno nel corso della lectio: «Il problema in Italia – ribadirà Tozzi dal palchetto dei relatori – è innalzare argini e creare briglie in ogni fiume o canale, non solo negli attraversamenti nel centro città. L’alluvione del 2023 in Emilia, evento definito rarissimo ma ripetutosi l’anno dopo, ha generato opere che forse si costruiscono per dimostrare che si fa qualcosa. Una legge Ue dell’anno scorso impone di cementificare il meno possibile e sclerotizzare il territorio: così si indebolisce il territorio dove il fiume ha i suoi spazi naturali che prima o poi si riprenderà».
E poi i chilometri di fiumi tombati, molti a Genova e nelle Cinque Terre dove i danni hanno fatto vittime. O idee «folli» come il porto turistico privato sul Tevere.
E la Calabria? E’ terra di alluvioni e rischi naturali: secondo Tozzi «dovrebbe ri-naturare i sistemi fluviali ma la politica non investe in quello perché quelle opere non si vedono. I politici referiscono che si veda la strada, la diga o un ponte, anzi il Ponte… A noi interessa il plinto e basta, siamo un paese di muratori evidentemente: ma se funzionasse non avremmo tutte queste catastrofi».
A proposito di nuove costruzioni, secondo Tozzi «dovremmo limitarci a ristrutturare e qui penso ai centri storici bellissimi di Cosenza o Taranto, dove ci sono incentivi».
E le coste? «Con la crisi climatica, hai voglia di fare massicciate a mare che sono anche bruttissime da vedere. Se non arriva sedimento a mare perché i fiumi hanno gli argini e poi si vuole ripascere la spiaggia le conseguenze sono quelle che abbiamo visto di recente in Calabria».
«Le travature di castagno sono state sostituite dal cemento per paura di incendi e palazzi e chiese sono diventati meno elastici in caso di scossa». Ma la percezione spesso porta su strade sbagliate: «In Italia pratichiamo un sano fatalismo – se deve accadere accadrà – ma poi per la prevenzione si fa poco, non per incompetenze o conoscenze o tecnologia bensì per cultura. Abbiamo la memoria corta – conclude Tozzi – e non sappiamo riconoscere il rischio: abbiamo paura degli squali che però quasi non fanno vittime, quasi 150 turisti l’anno invece muoiono per una noce di cocco che cade sulla testa. La percezione – si pensi anche ai lupi qui in Sila – è diversa dalla realtà: l’uomo non è la preda dei lupi, è più pericoloso il cacciatore, ne muoiono in media un centinaio l’anno per un colpo sbagliato…». (euf)

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