I dialetti della Calabria, l’ultima grande lingua del Mediterraneo
Nelle parole calabresi resistono la Magna Grecia, il mondo bizantino, la civiltà contadina e la memoria di un’identità che oggi rischia di svanire

La Calabria parla da 3mila anni. La voce policroma della regione si spande per le montagne della Sila, i paesi dell’Aspromonte, le comunità arbëreshë, la costa jonica e tirrenica, i vicoli antichi dell’interno, i canti popolari, le nenie, le invocazioni religiose, i proverbi contadini e le parole degli anziani, che talvolta non sanno di custodire frammenti della Magna Grecia, del latino volgare, dell’Oriente bizantino e dell’antico Mediterraneo dei popoli. C’è perfino una musicalità calabrese che precede l’italiano. È una sonorità arcaica, modellata nei secoli, sopravvissuta a invasioni, terremoti, emigrazioni e mutamenti sociali. È un tratto distintivo che resiste all’omologazione e alle metamorfosi identitarie del mondo contemporaneo. Nei dialetti calabresi risiede una delle più straordinarie ricchezze linguistiche europee. Si tratta di un patrimonio storico, antropologico e culturale che studiosi di fama mondiale hanno esaminato per decenni e ritenuto un archivio speciale della civiltà mediterranea. Nei dialetti calabresi si conserva una delle più grandi stratificazioni linguistiche del Mediterraneo. Il latino volgare convive con il greco bizantino, con relitti arabi, francesi, spagnoli, normanni e albanesi. In taluni paesi della Calabria meridionale si colgono costruzioni sintattiche mutuate dalla Magna Grecia. In aree della Sila permangono termini impossibili da tradurre alla lettera, poiché contengono una concezione del mondo e assieme una psicologia collettiva. In Calabria il dialetto non è una mera variante dell’italiano. Piuttosto, si pone come materiale di conoscenza della storia, della memoria e dell’identità collettiva di un territorio variegato e complesso.
Gerhard Rohlfs e la scoperta della Calabria linguistica
Gerhard Rohlfs comprese questa verità molto prima di tanti studiosi italiani. Nato a Berlino nel 1892, filologo romanzo, docente nelle università di Tubinga e Monaco, Rohlfs arrivò nell’Italia meridionale attratto dalla curiosità di sapere se le tracce del greco antico fossero sopravvissute nei dialetti del territorio. La Calabria lo travolse. Lo studioso ne intuì la ricchezza lessicale, l’isolamento geografico, la forza conservativa. Vide una regione rimasta per diversi secoli lontana dai processi di omologazione linguistica. Per questo percorse la Calabria paese dopo paese, spesso a piedi o a dorso di mulo, raccolse una quantità impressionante di vocaboli, ascoltò anziani, contadini, pescatori, artigiani. Visitò circa 330 centri abitati. Nessuno aveva mai tentato un’impresa simile. Rohlfs aveva la spinta dell’archeologo e l’ordine metodologico dell’antropologo. Cercava le parole come reperti, sicché fu definito «l’archeologo delle parole». Capì che i dialetti calabresi custodivano frammenti di civiltà antichissime. Nei suoi studi sostenne perfino che il greco di Calabria discendesse dalla lingua parlata dai coloni della Magna Grecia, non da un influsso bizantino medievale. La tesi ha alimentato un dibattito lunghissimo, ma vi è un dato oggettivo: è vastissima la presenza greca nel lessico, nella sintassi e nella fonetica calabrese.
Certe parole esprimono stratificazioni greche, latine e arabe. Per esempio, «naca», «grasta», «ciràsa», «zàgara». Basta osservare alcune costruzioni verbali della Calabria meridionale o visitare i paesi grecanici dell’Aspromonte in cui persiste il greco-calabro, per capire che la regione rappresenta un continente linguistico.
La Calabria grecofona e arbëreshë
La Calabria grecofona è tra i casi più affascinanti d’Europa. A Bova, Roghudi, Gallicianò di Condofuri e in altri centri dell’area jonica reggina si conservano parole, canti, formule religiose e modi di dire che rinviano direttamente al mondo ellenico. Il grecanico è il residuo vivente di una civiltà millenaria. Nei secoli queste comunità hanno tramandato per via orale una lingua potente e resiliente. L’isolamento geografico dell’Aspromonte, poi, ha funzionato a mo’ di gigantesca cassaforte linguistica. Oltre alla Calabria grecofona c’è quella arbëreshë. Dopo la morte di Skanderbeg e l’avanzata ottomana nei Balcani, migliaia di albanesi raggiunsero il Sud Italia tra il Quattrocento e il Cinquecento. Poi vi fondarono comunità tuttora mirabilmente compatte sul piano culturale e linguistico. San Demetrio Corone, Civita, Vaccarizzo Albanese, Frascineto, Lungro, Plataci e molti altri centri conservano ancora l’arbëreshë, antica variante dell’albanese. Lì la lingua si lega alla liturgia bizantina, ai costumi tradizionali, ai canti religiosi e alle feste comunitarie. La comunità arbëreshë rientra fra le minoranze linguistiche storiche riconosciute dallo Stato italiano. La Calabria, dunque, ha insieme una memoria greca e una balcanica. Pochissime regioni europee possiedono una densità storica simile.
Un continente linguistico nascosto tra le montagne
Del resto, in Calabria non si parla un unico dialetto. L’idea stessa di dialetto calabrese appare scientificamente imprecisa. Gli studiosi distinguono almeno tre grandi aree: la Calabria settentrionale, più vicina ai sistemi linguistici meridionali continentali; la Calabria centrale; la Calabria meridionale, che presenta forti affinità con il gruppo siciliano. Vi si aggiungono il mondo grecanico e quello arbëreshë.
Le montagne hanno avuto un ruolo cruciale. Per secoli intere comunità sono rimaste isolate. Da qui nacquero microcosmi linguistici diversissimi. Talvolta due paesi separati da pochi chilometri, per esempio Castelsilano e Cerenzia nel Crotonese, utilizzano parole differenti per indicare gli stessi oggetti. La lingua si è modellata sul territorio e la geografia è entrata nella fonetica.
John Trumper e il dialetto come filosofia del tempo
John Trumper, grande studioso della dialettologia romanza e della sociolinguistica, ha approfondito proprio i ricordati fenomeni. Inglese di nascita formatosi a Londra, giunse in Italia negli anni Sessanta e trovò nella Calabria un laboratorio linguistico eccezionale. I suoi studi hanno dimostrato che le fratture linguistiche coincidono spesso con antiche divisioni storiche, sociali e territoriali. Trumper si è occupato dei dialetti calabresi con uno sguardo moderno, tra linguistica storica, etnolinguistica e antropologia.
Il suo nome è legato anche a un’operazione culturale affascinante: la traduzione in dialetto calabrese del Finale di partita di Samuel Beckett, divenuto U jocu sta finisciennu e portato sulla scena dai fratelli Giancarlo e Fulvio Cauteuccio. Già il titolo contiene un elemento linguistico prezioso. Difatti, «sta finisciennu» rappresenta la cosiddetta perifrastica progressiva o attiva, costruzione tipica di molte parlate meridionali, in cui il verbo «stare» accompagna l’azione in corso. La struttura verbale rivela un modo di percepire il tempo: il processo, la durata, l’azione che si consuma lentamente. L’opera di Beckett, autore dell’attesa, del logoramento, dell’agonia esistenziale, trova nel dialetto calabrese una sonorità quasi naturale. La traduzione di Trumper conferma che il dialetto della Calabria, nella fattispecie del Cosentino, possiede una potenza filosofica e teatrale superlativa.
Il contributo fondamentale di Francesco Laruffa
Fra gli studiosi che hanno dedicato la propria vita alla salvaguardia linguistica della Calabria, merita una menzione particolare Francesco Laruffa, autore del monumentale Dizionario etimologico italiano-calabrese e – il che è solo una chicca – padre del notissimo giornalista Dario Laruffa, già mezzobusto del Tg2 e corrispondente Rai per gli Stati Uniti. Il lavoro di Francesco Laruffa rappresenta una delle più vaste opere di ricognizione lessicale dedicate al patrimonio dialettale regionale. Egli si dedicò al dialetto con rigore filologico esemplare e una sensibilità antropologica molto rara. Allora raccolse parole, modi di dire, varianti territoriali, radici etimologiche e trasformazioni semantiche riguardanti secoli di storia sociale e culturale della Calabria. Nel suo dizionario, il lessico popolare acquista compiuta dignità scientifica: il dialetto emerge come archivio della civiltà contadina, della religiosità popolare, del lavoro agricolo, dell’emigrazione, dei rapporti familiari e della memoria orale. Grazie al lavoro di Laruffa sappiamo che molte parole calabresi custodiscono visioni del mondo, strutture mentali, paure collettive, gerarchie sociali e antichissime stratificazioni mediterranee.
Alfredo Prisco e l’anima linguistica della Sila
Anche il campano Alfredo Prisco occupa un posto centrale nella ricerca. Nel 1984 pubblicò Studio sul dialetto di San Giovanni in Fiore. Con note di etnolinguistica, antropologia e folklore, opera importantissima per comprendere il rapporto tra lingua e civiltà popolare nella Sila. Prisco concepì il dialetto come documento antropologico. Nelle parole – spesso prese dal poeta dialettale Pasquale Spina, tra l’altro noto autore di frassie, ossia canti satirici di carnevale –, lo studioso del Salernitano cercò il carattere di una comunità, il suo rapporto con la religione, con il corpo, con la superstizione, con la neve, la miseria, il bosco. Capì che il lessico silano nasceva da una vita durissima quanto concreta. Nei paesi della Sila la lingua si è sviluppata attorno alla sopravvivenza materiale: il legno, il bestiame, il pane, il freddo, il lupo, il lavoro stagionale e l’emigrazione.

I poeti, i cantastorie e il teatro popolare
A questo universo culturale appartengono pure i grandi autori dialettali calabresi. Duonnu Päntu, amatissimo dall’attore Antonio “Totonno” Chiappetta, è tra le voci più originali della Calabria contadina e satirica. Nelle sue composizioni il dialetto dà forma a un teatro popolare, a una rappresentazione quasi scenica dell’eros disinibito, a una letteratura dissacratoria, a un’ironia feroce e a una dimensione corporea della civiltà contadina. Il suo linguaggio possiede una forza carnale, terragna, quasi medievale. Con l’espressività del dialetto, Duonnu Päntu racconta una Calabria povera, dignitosa, capace di irridere persino la tragedia. Poeta della Sila, Peppino Oliverio ha consegnato alla lingua dialettale una dimensione lirica e memoriale. Nei suoi versi il paesaggio silano, la tradizione e l’inquietudine esistenziale ispirano e orientano la riflessione, mentre il tempo scorre e lo spazio – a volte anche sociale – comprime l’esistenza. In Oliverio il dialetto è pure la lingua delle più audaci riflessioni sul senso della vita e sulla solitudine umana, dalla profondità filosofica ed esistenziale più unica che rara. Anche Emilio De Paola ha utilizzato il dialetto come strumento di riflessione civile e antropologica. Nelle sue poesie la lingua popolare conserva un’altissima dignità letteraria. Le parole dialettali trasportano ritmo, musicalità e immagini impossibili da volgere fedelmente in italiano. De Paola canta il territorio e l’animo silano in dialetto; è l’interprete più riconosciuto del rapporto tra la Sila, la sua storia e la sua lingua. Nel Reggino emerge la figura di Otello Profazio, ricordato cantastorie del Sud che ha raccolto e diffuso un patrimonio immenso di canti popolari, proverbi, racconti e ballate, la cui opera può considerarsi una enciclopedia orale del Meridione. Nelle sue canzoni il dialetto possiede musicalità teatrale, ironia sociale e memoria storica. Con la voce di Profazio, il mondo contadino calabrese entra nella modernità senza alterare i propri tratti distintivi. Altra figura di primo piano è Danilo Montenegro, cantastorie di origini rombiolesi che poi si trasferì in Sila, a San Giovanni in Fiore. Montenegro intese il dialetto come voce popolare e civile, come progetto politico di musica, racconto orale e denuncia sociale. Nelle sue interpretazioni il dialetto divenne grido collettivo, memoria delle lotte contadine, dolore storico delle classi subalterne, canto identitario. Il brano Fragalà di Melissa rinvia subito alla tragedia di Melissa del 1949, quando tre contadini furono uccisi durante l’occupazione delle terre nel Crotonese. Nella canzone il dialetto trasmette una sofferenza che l’italiano non può rendere con eguale intensità emotiva. Le parole sembrano nascere proprio dalla terra, dal sangue, dalla fame e dalla ribellione contadina. La musicalità dialettale manifesta il racconto storico e la lamentazione epica delle classi contadine. Anche Vogghjiu gridari, sempre di Montenegro, possiede una forza antropologica notevole. Il titolo ha in sé una tensione emotiva potentissima: il verbo «gridari» esprime un’urgenza esistenziale, quasi una necessità fisica della parola. È un dialetto della Calabria che cerca voce, riconoscimento e dignità; che non accetta la sottomissione e incita alla lotta, nella consapevolezza del dolore e della fatica dell’emigrazione, dello sfruttamento e dell’inganno dei datori di lavoro e del potere pubblico. Montenegro adopera la lingua popolare come strumento di verità collettiva. Il dialetto perde qualunque dimensione folkloristica, assume statura culturale e afferma la memoria storica contro l’ingiustizia sociale e l’emarginazione. Del resto, la figura del cantastorie occupa un ruolo centrale nella tradizione meridionale. Prima della televisione e dei mezzi di comunicazione di massa, egli rappresentava l’archivio orale, il cronista popolare, il poeta civile e la memoria itinerante delle comunità. In Calabria questa funzione ha avuto una forza particolare, perché il dialetto era il linguaggio della vita reale, del dolore, della protesta, della festa religiosa e del lavoro quotidiano.
Lingua, superstizione e visione del mondo
Molti vocaboli dialettali risultano intraducibili in italiano. È un aspetto distintivo. La lingua organizza il pensiero. Stabilisce ciò che una comunità considera importante. Se esistono molte parole per definire un fenomeno, significa che quel fenomeno occupa uno spazio enorme nella vita collettiva. I dialetti calabresi possiedono una ricchezza unica per descrivere il clima, la parentela, la sofferenza fisica, il carattere umano, il malocchio, la vergogna sociale. La civiltà contadina viveva immersa nella precarietà. Da qui l’attenzione ossessiva verso i segni atmosferici, il corpo, la salute, gli animali, i presagi. In Calabria la parola conserva spesso un valore magico. Dire è come evocare. Perciò esistono formule contro il malocchio tramandate soltanto oralmente. Alcune anziane rifiutavano perfino di trascriverle, convinte che la scrittura ne cancellasse l’efficacia. In parecchi paesi il diavolo veniva nominato attraverso perifrasi. Lo si aggirava linguisticamente, come se il nome in sé avesse un potere reale. Questa concezione arcaica del linguaggio interessa e appassiona antropologi e storici delle religioni. In Calabria il dialetto custodisce ancora tracce di un pensiero premoderno nel quale parola, natura e destino appaiono strettamente legati.
Fatalismo, ironia e memoria collettiva
Anche il fatalismo calabrese emerge dalla lingua. Molti proverbi alludono alla sorte, alla precarietà della vita, all’impossibilità di dominare gli eventi. Però accanto al fatalismo traspare un’ironia durissima, quasi crudele. La comunità ride del dolore per sopravvivere al dolore. Nelle frassie popolari di San Giovanni in Fiore, studiate pure da Prisco, il dialetto è la lingua della satira sociale, della resa teatrale e della dissacrazione collettiva. Il lessico della parentela rappresenta un altro elemento straordinario. I dialetti calabresi distinguono relazioni familiari, affettive e rituali con una precisione rarissima. Il comparatico, per esempio, assume un valore sociale enorme. La lingua rivela dunque una struttura comunitaria fondata sui legami personali e sul riconoscimento reciproco. Poi c’è il corpo. Il dialetto calabrese parla del corpo con un realismo inusitato. La fatica, il sangue, la fame, la malattia, la sessualità, la maternità e la morte entrano nel lessico quotidiano senza filtri borghesi. È una lingua nata dalla terra e dal lavoro fisico.
Un patrimonio che rischia di sparire
Oggi questo patrimonio rischia di sparire. L’omologazione televisiva, i social network, l’emigrazione, lo spopolamento delle aree interne e la rarefazione della trasmissione orale tra generazioni stanno producendo un impoverimento continuo. Se il dialetto muore, svanisce per sempre un modo irripetibile di leggere la realtà. Se fosse, si cancellerebbero secoli di memoria collettiva.
L’appello al Consiglio regionale della Calabria
Allora il Consiglio regionale della Calabria dovrebbe aprire una grande discussione pubblica e legislativa sulla tutela del patrimonio linguistico calabrese. La Regione avrebbe la legittimità per promuovere iniziative dedicate allo studio dei dialetti e delle minoranze linguistiche regionali nelle scuole, sotto il profilo storico, linguistico e antropologico, in armonia con la tutela costituzionale delle minoranze linguistiche. Un progetto del genere produrrebbe effetti culturali di portata colossale. Rafforzerebbe la consapevolezza storica delle nuove generazioni. Contrasterebbe l’idea della Calabria come periferia culturale. Consentirebbe agli studenti di comprendere la propria storia attraverso la lingua. Favorirebbe studi sulla toponomastica, sulla memoria orale, sui proverbi, sulla letteratura popolare, sulla musica tradizionale, sull’antropologia religiosa. Potrebbe finanche stimolare una nuova produzione teatrale, cinematografica e musicale, molto diversa da recenti manifestazioni social di orgoglio identitario, di scarso valore culturale e sociale. Sul piano finanziario, la valorizzazione del patrimonio linguistico calabrese potrebbe trovare sostegno pure attraverso programmi europei dedicati alla diversità culturale, alla tutela del patrimonio immateriale, alla ricerca e alle minoranze linguistiche. Tuttavia, un eventuale inserimento dello studio dei dialetti nelle scuole richiederebbe un’apposita cornice normativa e amministrativa, insieme a una verifica rigorosa degli strumenti di finanziamento attivabili nel concreto.
La civiltà nelle parole
I dialetti calabresi costituiscono una delle più grandi ricchezze culturali italiane. L’Europa li studia da decenni. La Calabria, invece, continua troppo spesso a considerarli un residuo del passato. È l’opposto, poiché in quelle parole esiste ancora una civiltà intera. Che oggi, anche fuori regione, ha imparato a non vergognarsi più della propria lingua madre, della propria identità.
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