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la confessione

Delitto Boiocchi, il killer in aula: «Pagato 15mila euro»

D’Alessandro: «Piccole somme prima e poi 5-6 mila euro quando scesi in Calabria»

Pubblicato il: 25/05/2026 – 16:32
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Delitto Boiocchi, il killer in aula: «Pagato 15mila euro»

MILANO «Voglio porgere delle sincere scuse ai familiari di Vittorio Boiocchi. Marco (Marco Ferdico, ndr) mi disse che c’era la possibilità che prendessi parte a un omicidio. Non conoscevo Boiocchi. Mi chiesero di fare l’autista. Per me era un modo di guadagnare soldi facili per proseguire la mia vita fatta di eccessi. Con Marco avevo un rapporto di amicizia e senso di riconoscenza nei suoi confronti. Ero fuori dalle dinamiche della Curva e io parlavo solo con Marco». Lo ha detto in video-collegamento dal carcere di Cagliari, Daniele D’Alessandro, rendendo dichiarazioni spontanee nel processo per l’omicidio di Vittorio Boiocchi, l’ex leader della Curva Nord dell’Inter ucciso il 29 ottobre 2022 a Milano. La sera dell’omicidio «ci siamo diretti vicino al cancello d’entrata. C’è stata un momento di confusione totale. Ero molto teso e avevo tante sensazioni contrastanti. Vidi che Andrea Simoncini incerto e ho preso io in mano la situazione. Quando intuì che Boiocchi era arrivato dissi a Simoncini di scarrellare la pistola. Quando Boiocchi scese dallo scooter, mi avvicinai al palazzo e purtroppo esplosi i colpi». Sul compenso percepito per l’omicidio D’Alessandro ha detto: «Io non andai a chiedere la somma precisa. Mi vennero date piccole somme prima dell’azione e poi 5-6 mila euro quando scesi in Calabria dopo. Sono arrivato fino alla cifra 15-16 mila euro». 

L’esame di Beretta

«Quando ho preso in mano la gestione della curva credevo nell’amicizia, nella fratellanza e poi sono subentrati il denaro, il potere e sono finito in una spirale di violenza. Mi interessava solo tenere il comando contro chiunque volesse portarmi via il predominio, ero entrato in guerra e così facendo ho messo in pericolo tutti, la mia famiglia, e poi il dottor Storari per fortuna mi ha fatto capire che ero finito in un burrone e ho deciso di collaborare». È iniziato così nell’aula della Corte d’Assise di Milano l’esame del pentito Andrea Beretta, ex capo ultrà della curva Nord interista, e tra i cinque imputati, come mandante e reo confesso, nel processo per l’omicidio dello storico leader ultrà nerazzurro Vittorio Boiocchi del 2022, cold case risolto con le indagini della Polizia e dei pm Storari e Ammendola. Beretta collabora da fine 2024 dopo l’arresto nella inchiesta “doppia curva” e sta parlando videocollegato da un carcere e ripreso di spalle. Nel suo esame, dopo i tanti verbali già riempiti nelle indagini della Dda di Milano, Beretta ha spiegato la sua decisione di collaborare, dopo essere finito in carcere nel settembre 2024 anche per l’omicidio di Antonio Bellocco, esponente della ‘ndrangheta e che era con Beretta e Marco Ferdico nel direttivo della curva Nord. «Ho messo in serio pericolo sia me che i miei familiari, ero in una strada senza uscita e non vedevo spiragli di luce. Sono stato minacciato io e poi i miei figli e ho fatto dei disastri allucinanti», ha detto collegato dal carcere. Successivamente ha ricostruito tutte le fasi dei contrasti e dell’omicidio Boiocchi, chiarendo che uno “spartiacque” nelle dinamiche di potere della curva Nord «fu l’omicidio Belardinelli», ossia l’ultrà travolto e ucciso nel 2018 durante l’agguato degli ultrà interisti a quelli del Napoli. Ha parlato del suo ingresso nel direttivo e di tutta la gestione degli affari collegati alla curva, affari da cui «Boiocchi voleva farmi fuori», ha detto Beretta, perché «voleva dominare lui la Nord e basta, non gli interessava nulla. Gli altri – ha aggiunto – mi dicevano “ritirati perché Vittorio è persona di azione”». Sui business lui e Boiocchi facevano “50 e 50”. Poi, è stato «Mauro Nepi (a processo in abbreviato, ndr) a dirmi un giorno “ti può risolvere la questione Marco Ferdico” e allora io ho trovato i mezzi, l’arma e i soldi, 50mila euro per l’azione, e da lì è partito il progetto. Mauro ha ritirato la borsa coi soldi e di tutta l’organizzazione si occuparono Marco Ferdico e il padre Gianfranco». Dopo l’omicidio Boiocchi, ha proseguito Beretta, «ho preso il telefono e l’ho messo nel microonde e poi sono andato a Pietrelcina, perché sono un fedele di Padre Pio». E ancora: «Ora ho un peso sulla coscienza, ma già dopo il delitto mandavo i soldi alla moglie di Vittorio Boiocchi con dei bonifici, perché non ero tranquillo». 

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