Bergamini, la Procura chiede 23 anni per Isabella Internò: «Non fu suicidio, ma omicidio volontario»
Requisitoria di oltre due ore nel processo d’appello sulla morte dell’ex calciatore del Cosenza. In aula familiari, legali ed ex compagni di squadra del calciatore

CATANZARO Ventitré anni di reclusione per Isabella Internò. È questa la richiesta avanzata oggi dalla Procura di Castrovillari al termine della requisitoria nel processo d’appello sulla morte di Denis Bergamini, l’ex calciatore del Cosenza calcio deceduto il 18 novembre 1989 a Roseto Capo Spulico.
In primo grado Internò, ex fidanzata del calciatore, era stata condannata a 16 anni di carcere per omicidio in concorso con ignoti. Oggi il pubblico ministero Luca Primicerio ha chiesto alla Corte una rideterminazione della pena, sostenendo che il calcolo effettuato nella sentenza di primo grado non sia corretto. Accanto al pm Primicerio erano presenti il procuratore capo di Castrovillari Alessandro D’Alessio e il sostituto procuratore generale della Corte d’Appello di Catanzaro Salvatore Di Maio. In aula anche i difensori di Internò, Angelo Pugliese e Cataldo Intrieri, oltre ai legali della famiglia Bergamini — Fabio Anselmo, Alessandra Pisa e Silvia Galeone — intervenuti dopo la requisitoria del pubblico ministero. Assente l’imputata. Presenti invece Donata Bergamini, sorella di Denis, e gli ex calciatori del Cosenza Gigi Simoni e Alberto Urban. Prima dell’intervento del pm, la Corte presieduta da Piero Santese, con Domenico Commodaro giudice a latere, aveva rigettato la richiesta avanzata dal difensore Cataldo Intrieri di acquisire un verbale di archiviazione del 2015 della Procura di Castrovillari relativo a documentazione del medico legale Fineschi depositata dall’avvocato Fabio Anselmo.
La requisitoria di Primicerio
“Internò ha mantenuto una versione falsa per tutti questi anni”. Nel corso della requisitoria, durata circa due ore, Primicerio ha spiegato le ragioni della richiesta di aumento della pena: “Secondo la procura non è corretto il calcolo della pena della sentenza di primo grado. La sentenza riconosce le attenuanti generiche e dice che sono passati più di trent’anni e Internò oggi è una donna diversa. Ma è anche vero che lei ha tenuto una versione falsa per tutti questi anni, quindi non è cambiata. Per questa ragione la procura ritiene che sia giusto riconoscere le attenuanti generiche ma vanno valutate in maniera bilanciata rispetto alle aggravanti. Chiede per questo che la Corte rigetti l’appello della difesa e chiede una rideterminazione della pena a 23 anni di reclusione per Isabella Internò”.
Il magistrato ha quindi ripercorso l’intera vicenda giudiziaria legata alla morte di Bergamini, soffermandosi sulle conclusioni raggiunte dalla sentenza di primo grado.
“La sentenza di primo grado — ha detto — risponde a tre domande, la prima: cosa è accaduto a Bergamini? La seconda: il fatto può essere attribuito a Isabella Internò? La terza domanda: qual è l’aspetto psicologico che ha accompagnato Isabella Internò nell’esecuzione del reato?”.
La ricostruzione della Procura: “Bergamini fu asfissiato”
Nel suo intervento, Primicerio ha ripercorso le indagini, le attività investigative svolte dalla Procura, dagli inquirenti e dai consulenti tecnici, soffermandosi in particolare sulla perizia medico-legale del 2017.
“Si evince che Bergamini — ha detto — è stato asfissiato ed era già morto quando è stato sormontato dal camion di Raffaele Pisano”. Secondo la Procura e secondo quanto già affermato dalla Corte d’Assise di Cosenza, sarebbero state escluse tutte le altre ipotesi investigative. “Esiste solo la pista passionale — ha sostenuto Primicerio — quella del disonore nel momento in cui Bergamini ha deciso di lasciare Isabella nonostante l’avesse fatta abortire. Isabella ha dato un contributo di incitamento al reato, oltre che materiale”. Il pubblico ministero ha poi contestato l’impostazione dell’appello proposto dalla difesa, soffermandosi sul valore della prova indiziaria. “Questo processo — ha aggiunto — è formato su una prova indiziaria, che non significa che non ci sia una prova certa. Quello che è diverso è la metodologia. Nel processo indiziario devo provare se il resto c’è e la correlazione tra il fatto e l’indiziato. La prova logica ha la stessa importanza di quella diretta, non si può fare una valutazione spezzettata del fatto”.

“Non ci fu alcun urto: era già morto”
Primicerio ha inoltre ricostruito le dichiarazioni rese negli anni da Isabella Internò, che ha sempre sostenuto la tesi del suicidio di Bergamini, parlando di un presunto lancio sotto il camion.
Una versione che, secondo l’accusa, sarebbe stata completamente smentita dagli accertamenti scientifici effettuati dopo la riesumazione del corpo. “La perizia del 2017 — ha detto — è stata una grande fortuna perché il corpo di Bergamini era in condizioni straordinarie da consentire di fare una serie di esami compreso quello polmonare, oltre alla perizia immuno-istochimica. E si è arrivati alla conclusione che Bergamini fu vittima di asfissia con mezzo soft. Non c’è solo la glicoforina a dirlo, come sostiene la difesa. La versione del lancio non è medicalmente possibile, Bergamini non aveva segni sul corpo. Le dichiarazioni di Pisano e Internò sono sempre state false. I periti nel 2017, dopo la riesumazione del cadavere, ci dicono che Bergamini era già morto prima di essere sormontato dal camion. I rilievi ci dicono che non c’è stato alcun urto. Non fu suicidio, ma omicidio”.
Le testimonianze e il movente passionale
Nel corso della requisitoria, il pm ha richiamato anche le dichiarazioni considerate decisive dei testimoni Francesco Forte — arrivato con il suo mezzo a Roseto quella sera — e di Tiziana Rota, moglie dell’ex calciatore del Cosenza Maurizio Lucchetti e all’epoca migliore amica di Isabella Internò.
Secondo Primicerio, entrambi avrebbero vissuto per anni nel timore delle conseguenze delle loro dichiarazioni. Il magistrato ha quindi ricordato alcune frasi attribuite a Internò e riferite da Tiziana Rota: “Se non torna con me lo faccio ammazzare”, dice Internò a Rota il 6 novembre 1989 davanti a una pasticceria a Commenda. “Tu non puoi capire — aggiunge — mi ha disonorata e mi deve sposare”.
E ancora:.“Poi in riferimento ai cugini, Internò dice ancora a Rota che se racconta loro la verità, lo ammazzano”. Da qui, secondo l’accusa, emergerebbe il ruolo avuto da Internò nella pianificazione dell’omicidio. “Internò certamente ha incitato i cugini, certamente ha svolto una funzione di adescamento verso Bergamini. Tutti gli elementi messi insieme, perché bisogna mettere tutti i pezzi insieme, dicono che è provato che Internò ha incitato i familiari. Lei ha voluto l’omicidio. C’è dolo e la premeditazione. È un omicidio volontario”. È stato riformulato il calendario delle udienze, a causa dello sciopero delle camere penali, quella prevista per l’11 giugno si terrà il 9 luglio. Eventuali repliche e sentenze dopo l’estate. (f.veltri@corrierrcal.it)
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