Caridi, gli anni in cella e l’assoluzione. «La politica era la mia passione. Poi ho visto trionfare l’ipocrisia»
L’ex senatore di Fi accusato di mafia e poi prosciolto: «Ho avuto pensieri suicidi ma ne sono venuto a capo»

LAMEZIA TERME «Ho avuto pensieri suicidi ma ne sono venuto a capo». Lo ha detto Antonio Caridi, già senatore di Forza Italia, al “Corriere della Sera” dopo la sua assoluzione al processo Gotha nel quale era accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. «La richiesta di autorizzazione a procedere nei miei confronti – confida Caridi – fu votata in meno di 8 giorni. Solo l’ordinanza di arresto erano 6mila pagine. Più vi erano le informative. Nessuno poteva leggere un atto di accusa monumentale in un tempo così breve. Cinque Stelle, Pdi e Lega decisero il mio arresto. Li ricordo mentre giocavano distratti con gli smartphone. Quella sera uscii dall’aula e andai a Rebibbia a consegnarmi. Mia moglie, con cui eri sposato da sei mesi, era già avvisata». E ancora – racconta Caridi – «attraversai una sorta di crisi identitaria: “Davvero sono io quello di cui parlano? Ho commesso queste cose orribili”. In carcere trascorse – prosegue – «18 mesi con i topi che mi venivano tra i piedi quando ero in bagno». Nessuna visita istituzionale: «A eccezione del collega Pietro Iurlaro, mi scriva», dice ancora Caridi. Dopo 10 anni il proscioglimento, ora Caridi fa l’audiometrista: «Ho avuto pensieri suicidi ma ne sono venuto a capo. C’è più umanità a Rebibbia che nell’aula del Senato. La politica era il mio paese, la mia passione, il mio lavoro. Poi ho visto trionfare ipocrisia e pressapochismo», conclude Caridi al “Corriere della Sera”.
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