Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 7:55
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 5 minuti
Cambia colore:
 

la storia

Girolamo Biagio Bruzzese, il “predestinato” che ha rotto il giuramento della ‘ndrangheta

La sua storia è stata raccontata su Rai1. Nato nella famiglia di un boss, rompe con Teodoro Crea e decide di collaborare con la giustizia. Una scelta che pagherà con l’omicidio del fratello

Pubblicato il: 02/06/2026 – 7:00
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo
Girolamo Biagio Bruzzese, il “predestinato” che ha rotto il giuramento della ‘ndrangheta

Ci sono uomini che entrano nella mafia per scelta. E poi ci sono quelli che nella mafia ci nascono.
Girolamo Biagio Bruzzese appartiene alla seconda categoria. Prima ancora di capire cosa siano il bene e il male, conosce già le regole della ‘ndrangheta. Cresce nella Piana di Gioia Tauro, uno dei territori simbolo del potere mafioso in Calabria, e il suo destino sembra scritto fin dall’infanzia. La sua vicenda è stata ripercorsa ieri dalla trasmissione televisiva Cose Nostre di Rai 1 insieme a quella di Luigi Diana, allevato per diventare un killer della Camorra. La stessa trasmissione gli aveva dedicato un approfondimento intervistando proprio Bruzzese, che si è raccontato senza ovviamente mostrare il volto.

La storia di Girolamo Biagio Bruzzese

Bruzzese è il figlio di Domenico Bruzzese, figura di rilievo della criminalità organizzata della Piana. Attorno a lui gravitano boss, latitanti e uomini d’onore. Da bambino impara a maneggiare le armi e, durante le lunghe latitanze dei capi della zona, svolge il ruolo di vivandiere, portando viveri e messaggi. Quello che per qualsiasi altro bambino sarebbe un mondo oscuro e inquietante, per lui rappresenta la normalità.
La ‘ndrangheta non è qualcosa che incontra lungo il cammino. È l’ambiente in cui cresce, respira e costruisce la propria identità.
Quando suo padre viene assassinato in un agguato mafioso, la sua vita subisce una svolta definitiva. Il dolore si trasforma in rabbia e la rabbia in desiderio di vendetta. È in quel momento che il giovane Bruzzese si avvicina sempre più alle dinamiche della criminalità organizzata, in un contesto nel quale la vendetta viene spesso percepita come un obbligo.
A raccoglierlo e proteggerlo è Teodoro Crea, storico boss di Rizziconi e figura centrale negli equilibri criminali della zona. Crea lo considera uno dei suoi uomini più fidati, quasi un figlio adottivo. Per anni Bruzzese cresce sotto la sua influenza, consolidando il proprio ruolo all’interno dell’organizzazione. Sembra una storia già scritta. Ma è proprio all’interno di quel sistema che qualcosa inizia a incrinarsi.
Con il passare del tempo, il carattere imprevedibile e gli improvvisi scatti d’ira del boss alimentano in Bruzzese un crescente senso di inquietudine. Nella cultura mafiosa il sospetto può trasformarsi rapidamente in una condanna. Ogni gesto viene interpretato, ogni parola pesata.
Bruzzese comincia a convincersi che Teodoro Crea dubiti della sua fedeltà. La paura prende il posto della fiducia. L’uomo che per anni ha rappresentato una guida diventa l’uomo da cui teme di essere eliminato. Fino al giorno della rottura.
Secondo le ricostruzioni giudiziarie, Bruzzese decide di colpire Teodoro Crea con un’arma da fuoco il 23 ottobre 2003. In quel periodo i due sono latitanti. Bruzzese ferisce Crea alla testa e lo costringe su una sedia a rotelle. Successivamente si costituisce, avviando un percorso di collaborazione con la giustizia. Una scelta che rappresenta una frattura totale con il mondo nel quale è cresciuto.
Da quel momento inizia a collaborare con gli investigatori. Le sue dichiarazioni vengono utilizzate in diverse inchieste antimafia e contribuiscono a ricostruire rapporti, dinamiche e assetti criminali della Piana di Gioia Tauro.

Bruzzese: «La ‘ndrangheta è un organismo parassitario»

Un anno fa, nella stessa trasmissione Cose Nostre, Bruzzese aveva raccontato direttamente la sua esperienza con parole molto dure. Riferendosi alla ‘ndrangheta aveva dichiarato: «La ‘ndrangheta è un organismo parassitario, vivi del sangue del prossimo. Purtroppo io sono stato vittima del mio sentimento di vendetta, sono stato frumento nelle mani della ‘ndrangheta». E ancora: «È vergognoso indossare un passamontagna e con un fucile in mano e provocare soggezione in un’altra persona, il mio passato non è motivo di vanto».
Ripercorrendo il proprio passato aveva aggiunto: «Io ho macchiato le mie mani di sangue, è una cosa che ti rimane per sempre impressa. Io l’ho fatto per la prima volta dopo la morte di mio papà». Sul rapporto con Teodoro Crea aveva ricordato: «C’è stato un momento in cui lui pensava di mettermi alla prova. Col dito sul grilletto mi guardava fisso negli occhi, e io guardavo lui. Mi devi sparare, spara».
E ancora, riflettendo sulla cultura mafiosa: «In fondo lo ‘ndranghetista è un uomo che ha paura, non è un vero uomo e tu smetti di avere paura nel momento in cui prendi la consapevolezza di essere peggio di un mostro».
Ma uscire dalla ‘ndrangheta non significa mai uscire davvero dal proprio passato. La scelta di parlare presenta un conto altissimo.
Negli anni successivi la famiglia Bruzzese viene colpita da una serie di episodi ritenuti riconducibili a dinamiche di vendetta mafiosa. Minacce, intimidazioni e lutti accompagnano il percorso del collaboratore di giustizia e dei suoi familiari.
Il capitolo più drammatico arriva il 25 dicembre 2018.
A Pesaro, lontano dalla Calabria, Marcello Bruzzese, fratello di Girolamo Biagio, viene assassinato sotto casa. Secondo gli investigatori, quell’omicidio rappresenta una vendetta trasversale maturata nell’ambito delle vicende legate alla collaborazione con la giustizia di Girolamo Biagio Bruzzese. Un delitto che riporta l’attenzione sulla capacità delle organizzazioni mafiose di colpire anche a centinaia di chilometri dai territori d’origine.
È uno dei casi che, secondo gli inquirenti, dimostra come la memoria della ‘ndrangheta possa attraversare decenni e confini geografici.
Oggi la storia di Bruzzese resta una delle più significative tra quelle dei collaboratori di giustizia provenienti dal mondo della criminalità organizzata calabrese. È la vicenda di un uomo cresciuto secondo i codici mafiosi che a un certo punto decide di rompere con quel sistema.
La sua storia non parla soltanto di mafia e di collaboratori di giustizia. Parla del peso dell’eredità familiare, della forza delle organizzazioni criminali e del prezzo che spesso sono costretti a pagare coloro che decidono di spezzare il legame con il proprio passato. (f.v.)

Il Corriere della Calabria è anche su Whatsapp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato

Argomenti
Categorie collegate

x

x