Il rogo di Amendolara e il silenzio dei complici
«E’ ora che la Calabria si svegli e dica basta come chiede Savino»

LAMEZIA TERME Quattro corpi ridotti in cenere sulla Statale 106 non sono un incidente. Sono il bilancio di una guerra invisibile che si consuma nei campi della Calabria, dove il lavoro povero, lo sfruttamento e la violenza si impastano in un’unica piaga sociale. Il durissimo intervento di Monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, cona una sua nota pubblicata ieri, squarcia il velo dell’ipocrisia istituzionale con la forza di una parola finalmente “nuda”, realmente cristiana, profondamente civile. Un grido che impone una sorta di “fermo biologico” alla retorica dei comunicati di circostanza e delle solite prediche del “volemose bene”. Il dramma di Amendolara non può essere archiviato come un semplice fatto di cronaca nera. La denuncia di Mons. Savino colpisce al cuore una comunità calabrese che spesso s’indigna al mattino per poi dimenticare tutto la sera. L’abitudine al dolore è il vero veleno di questa terra. Archiviare questa tragedia significa accettare che esistano vite di serie “B”, destinate a spegnersi nell’invisibilità. La riflessione del presule va oltre il dolore e individua una precisa responsabilità strutturale:
- Il caporalato come sistema: Non una stortura marginale, ma una struttura di dominio economica;
- Economia sulla pelle degli ultimi: Un mercato agricolo che prospera sulla mancanza di tutele e sulla solitudine dei braccianti migranti;
- Carne da spremere: Il lavoro umano ridotto a pura merce da consumare e gettare.
Il testo ci costringe a guardare dritto negli occhi “l’economia dello scarto” denunciata da Papa Francesco. I braccianti migranti, invisibili nelle campagne della Piana di Sibari fino a quando un rogo non ne svela l’esistenza, sono i martiri moderni di un sistema che mercifica l’esistenza. Non si tratta solo di una violazione delle leggi dello Stato, ma di un vero e proprio oltraggio al Creatore. Quando l’economia si regge sulla schiena piegata degli ultimi, essa perde ogni legittimità morale e si trasforma in una forma strutturata di idolatria criminale. Le parole del vescovo sono una lama piantata nella coscienza di istituzioni, politica, sindacati e imprese. Nessuno può più fingere di non sapere. Il caporalato non è un fantasma, ma un’organizzazione criminale che si nutre, come la ‘ndrangheta, del silenzio e della convenienza economica. La nota di Mons. Savino non è solo un lamento funebre, ma un manifesto politico e morale. È l’ora che la società civile calabrese pronunci quel “adesso basta”, necessario per tornare a definirsi umana. Attraverso i suoi numerosi interventi si conferma una voce di riferimento per il riscatto sociale del Sud Italia, che non si sono mai limitati alla pietà per le vittime, ma a individuare precise responsabilità politiche ed economiche. Questo scritto rappresenta un esempio di Chiesa che non si rifugia nel sacro, ma si sporca le mani con la storia, offrendo una lezione di civiltà e di giustizia. (redazione@corrierecal.it)
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