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sangue, fiamme e cenere

Ad Amendolara, «è morta la ragione, è morta l’umanità»

Le vittime non diventino soltanto un numero nella cronaca nera di un’estate calabrese. Monsignor Savino: «Le fiamme hanno bruciato la nostra terra»

Pubblicato il: 02/06/2026 – 11:41
di Fabio Benincasa
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Ad Amendolara, «è morta la ragione, è morta l’umanità»

AMENDOLARA Quanto avvenuto nelle scorse ore ad Amendolara, nel Cosentino, lascia attoniti e sgomenti. Quattro giovani pachistani divorati dalle fiamme, bloccati e rinchiusi in un monovolume e arsi vivi da un rogo innescato da due connazionali. Ancora da chiarire il movente, ma la brutale violenza dell’azione connessa spinge ad ipotizzare una faida interna al gruppo di connazionali presenti nella zona. E’ questa la pista che stanno battendo gli uomini della Squadra Mobile di Cosenza, che con il coordinamento della procura di Castrovillari, hanno chiuso il cerchio rintracciando i due presunti responsabili a Villapiana, poche ore dopo la tragedia. Il fermo è giunto al termine di un lungo interrogatorio a cui i due sono stati sottoposti nella Questura di Cosenza dove sono stati portati nella serata di ieri. Nel comunicato odierno, con il quale la procura guidata da Alessandro D’Alessio annuncia la conferenza stampa per illustrare i dettagli della tragedia, lo stesso procuratore parla di «indagini ancora in corso», di «allarme sociale» e di «fatto di eccezionale gravità». Tutti elementi che richiamano alla necessità di fornire informazioni corrette sulla ricostruzione della dinamica dei fatti e sull’attività investigativa svolta negli istanti immediatamente successivi al fattaccio.

«E’ morta l’umanità»

Sull’accaduto è intervenuto anche Monsignor Francesco Savino, Vescovo di Cassano allo Jonio. Quanto successo nel primo pomeriggio di ieri, lunedì 1 giugno, riporta alla mente la terribile morte del piccolo Cocò Campolongo, il bimbo bruciato vivo insieme al nonno e alla compagna di quest’ultimo all’interno della loro auto. Altra epoca, altre circostanze, ma la sostanza non cambia. Ieri come allora «è morta la ragione, è morta l’umanità», giusto per citare Savino.
Quattro uomini. Quattro vite. Quattro corpi ridotti in cenere sulla Statale 106, in quella striscia di Calabria che conosce il mare e conosce il sangue, spesso insieme. Lo scrive il Vescovo di Cassano allo Jonio, che aggiunge «non mi appartiene il compito di anticipare la giustizia degli uomini, né di sostituirmi agli inquirenti. Ma mi appartiene, come pastore, come credente, come uomo che vive su questa terra, il dovere di alzare la voce. Il dovere di dire che questa violenza, se violenza è stata, come sembra, è un’offesa a Dio, che in ogni volto umano ha impresso la propria immagine. È un atto che grida vendetta al cielo, nel senso più biblico e più vero di quella espressione». E poi l’appello. «Chiedo che si faccia tutto il possibile per dare un nome, un volto, una storia a ciascuna di queste vittime, perché non diventino soltanto un numero nella cronaca nera di un’estate calabrese. Ogni vittima ha diritto alla verità. Ogni vittima ha diritto che la sua morte non sia sepolta sotto il silenzio o l’indifferenza».
Monsignor Savino si rivolge ai fedeli. «Chiedo anche a questa comunità, alla Calabria che soffre e che spesso si vergogna di sé stessa, di non voltarsi dall’altra parte. Di non cedere alla tentazione di considerare queste morti come qualcosa di distante, di estraneo, che riguarda altri. Quelle fiamme hanno bruciato sulla nostra terra. Quella cenere è la nostra cenere. E il silenzio complice è sempre, in qualche misura, una forma di corresponsabilità». (f.benincasa@corrierecal.it)

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