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gli “invisibili”

La strage di Amendolara e il velo squarciato sul dramma “sommerso” del caporalato in Calabria

L’eccidio dei migranti alza i riflettori su un fenomeno più esteso di quanto si pensi nella nostra regione. Ecco alcuni dati (indicativi…)

Pubblicato il: 03/06/2026 – 8:19
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La strage di Amendolara e il velo squarciato sul dramma “sommerso” del caporalato in Calabria

CATANZARO “Invisibili”. Dalla Piana di Gioia Tauro fino alla Piana di Sibari oggi “frontiera” dell’emergenza, è un fenomeno sommerso ma consistente, quello della manodopera straniera impiegata in Calabria in una dimensione complessiva spesso fatta di sfruttamento, isolamento e abbandono. I dati – ovviamente molto empirtici, per non dire assolutamente indicativi – parlano di 110mila cittadini stranieri che vivono regolarmente nei comuni della Calabria, di questi – secondo alcune fonti, riferite al 2025 – circa 39mila sono occupati soprattutto nei servizi e nell’agricoltura: il loro lavoro lo si può definire dunque non marginale ma strutturale. Ma questo è quello che più o meno si vede, perché c’è anche quello che resta nel buio dell’illegalità diffusa che alimenta il fenomeno del caporalato, che è un fenomeno anche questo consistente in Calabria. A sollevare il velo su questo fenomeno è l’eccidio di Amendolara, con la denuncia dell’unico sopravvissuto alla strage del quadruplo omicidio che ha sconvolto una regione e tutt’Italia: l’uomo, un afgano, ha parlato di trattenute sul salario e di persone che avrebbero controllato il trasporto e l’accesso al lavoro nei campi, migranti che sarebbero diventati a loro volta intermediari, sfruttando altri lavoratori impiegati nelle campagne lungo la Statale 106. Scene da sottobosco criminale legato alla piaga del caporalato e dello sfruttamento della manodopera, in contesti in cui la disperazione e l’illegalità rischiano di sfociare in barbarie.

I dati

Un quadro a tinte fosche, che in Calabria ha assunto contorni piuttosto preoccupanti stando all’ultimo rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil.  Secondo questo rapporto sono 36 le inchieste per sfruttamento lavorativo in agricoltura avviate in Calabria, regione che – spiega il dossier – detiene il primato nazionale per numero di lavoratori e lavoratrici irregolari, una condizione che rappresenta la porta d’accesso allo sfruttamento servile: qui, il tasso di irregolarità sfiora il 20%, quasi il doppio della media italiana, traducendosi in un valore aggiunto prodotto dal lavoro nero che pesa per circa 2,5 miliardi di euro, oltre a essere anche humus ideale per la ’ndrangheta, il “convitato di pietra” che spesso si cela dietro ogni traccia di illegalità.

La risposta delle istituzioni

Insomma, un mondo “invisibile” e “sommerso” sul quale le luci delle istituzioni e della politica sono ancora insufficienti. A livello regionale, negli ultimi tempi comunque qualcosa si sta concretamente muovendo. Alla Cittadella è stato insediato anche un “tavolo” sul caporalato. In campo come dipartimento Welfare della Regione una programmazione organica da oltre 15 milioni di euro, con il programma “Su.Pr.Eme.” da 10 milioni per sottrarre i lavoratori stagionali alla morsa della marginalità nelle aree a maggiore vocazione agricola, come la Sibaritide e la Piana di Gioia Tauro, offrendo alloggi dignitosi, trasporti legali e vigilanza attiva contro lo sfruttamento, e poi i Poli sociali integrati, la rete anti-tratta “Incipit” e un avviso pubblico da oltre 1 milione dedicato all’inclusione socio-lavorativa e all’empowerment delle donne migranti. Insomma, un welfare che punta su un sistema di intervento integrato. Positiva poi la decisione della Regione di costituirsi parte civile nel processo sull’eccidio dell’altro giorno. E’ importante, ma non basta. E non manca chi chiede soprattutto allo Stato di fare qualcosa finalmente per una regione che non è di serie B come la Calabria e lavoratori che non sono di serie B come gli stranieri. (c. a.)

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