’Ndrangheta, così i Papalia conquistarono la Lombardia. I pentiti: «Micu al vertice, i calabresi sotto un’unica bandiera»
Le dichiarazioni di Foschini e Cuzzola ricostruiscono l’ascesa criminale al Nord, il riconoscimento arrivato dalla Calabria e la catena di comando rimasta attiva anche dopo gli arresti
MILANO Una struttura costruita per unire le diverse anime calabresi presenti in Lombardia, riconosciuta dalla ’ndrangheta della terra d’origine e capace di continuare a operare anche dopo l’arresto dei suoi vertici. È nei verbali resi nel 2015 alla Direzione nazionale antimafia e alla Dda di Reggio Calabria che i collaboratori Vittorio Foschini e Antonino Cuzzola ricostruiscono l’ascesa dei Papalia e il ruolo attribuito a Domenico, detto “Micu”, passato nei giorni scorsi dal carcere alla detenzione domiciliare per le gravi condizioni di salute. Quella dei due pentiti sono state dichiarazioni che attraversano gli anni decisivi della colonizzazione criminale del territorio lombardo e restituiscono una gerarchia precisa. «Al vertice, in Lombardia, c’erano Antonio e Domenico Papalia, poi Coco Trovato», racconta Foschini. Cuzzola descrive invece i Papalia come i «responsabili della ’ndrangheta per la Lombardia», arrivati a quella posizione «con l’avallo di tutta la ’ndrangheta calabrese». Non una semplice proiezione settentrionale delle famiglie di Platì, dunque, ma un sistema riconosciuto e legittimato dalla Calabria, capace di mettere insieme gruppi differenti e conquistare una posizione dominante.
I calabresi riuniti «sotto un’unica bandiera»
Foschini, interrogato il 6 marzo 2015 negli uffici della Dna, racconta di essere entrato nella ’ndrangheta dopo avere inizialmente lavorato con esponenti di Cosa nostra nel traffico di droga. Nel suo verbale attribuisce ad Antonio Papalia la decisione di riunire «tutti i calabresi, sia reggini che catanzaresi», presenti in Lombardia. Il riconoscimento dell’operazione sarebbe arrivato attraverso specifiche riunioni tenute a Petilia Policastro, in Calabria, tra le componenti reggine, “milanesi” e catanzaresi. Un passaggio che, secondo il collaboratore, avrebbe segnato l’ingresso ufficiale dei diversi gruppi nella «vera e propria ’ndrangheta». «Questa riunione dei calabresi lombardi sotto un’unica bandiera, eravamo tantissimi, determinò il sopravvento della ’ndrangheta in Lombardia», afferma Foschini. Un processo di aggregazione che avrebbe modificato gli equilibri criminali della regione, ridimensionando anche la presenza delle famiglie siciliane con le quali i calabresi avevano fino a quel momento stretto rapporti e alleanze. È subito dopo che Foschini indica la catena di comando: «Al vertice, in Lombardia, c’erano Antonio e Domenico Papalia, poi Coco Trovato». Accanto a loro ci sarebbe stato anche il gruppo del pugliese Salvatore Annacondia, protagonista di un sistema di relazioni tra organizzazioni differenti, costruito attraverso affari, scambi di favori e interventi nelle questioni più delicate.
«L’avallo di tutta la ’ndrangheta calabrese»
La ricostruzione di Cuzzola, raccolta il 13 febbraio 2015, rafforza l’immagine di una leadership che non sarebbe stata esclusivamente territoriale. «I Papalia diventarono i responsabili della ’ndrangheta per la Lombardia con l’avallo di tutta la ’ndrangheta calabrese», mette a verbale il collaboratore. La forza della famiglia sarebbe derivata, quindi, non soltanto dagli uomini e dagli interessi controllati nell’hinterland milanese, ma dal riconoscimento ottenuto dai vertici dell’organizzazione in Calabria. Un’investitura che avrebbe consentito ai Papalia di rappresentare un punto di riferimento per le diverse articolazioni presenti al Nord. Cuzzola collega a questa posizione anche i rapporti, da lui attribuiti in particolare a Domenico Papalia, con uomini dei Servizi. Racconta di averne parlato nel 2000, nel carcere di Cuneo, con Giuseppe Piromalli, il quale gli avrebbe riferito dell’esistenza di documenti capaci di provare quei contatti. Secondo Cuzzola, nessuno avrebbe contestato a Micu Papalia quella relazione: «Posso presumere che la cosa fosse gradita ai vertici della ’ndrangheta». Si tratta di una valutazione del collaboratore, non della descrizione di un fatto direttamente accertato, ma il passaggio restituisce il livello di autorevolezza attribuito al boss anche all’interno dell’organizzazione calabrese.
La struttura dopo gli arresti
La detenzione dei capi non avrebbe determinato la fine del sistema. Foschini ricostruisce ciò che sarebbe accaduto nel settembre 1992, dopo gli arresti di Antonio e Rocco Papalia e, poco più tardi, di Franco Coco Trovato. Secondo il collaboratore, a rappresentare gli interessi della famiglia Papalia sul territorio sarebbero stati Diego Richichi, Totò Brusca e Domenico Trimboli, genero di Micu Papalia. Foschini sostiene invece di essere diventato il referente della famiglia Coco Trovato e, per questa ragione, anche il punto di contatto dei De Stefano a Milano. La versione di Cuzzola presenta alcuni elementi differenti. Dopo gli arresti, il reggente della famiglia Papalia sarebbe stato Antonio Musitano, nipote di Antonio Papalia, mentre un ruolo ancora più importante sarebbe stato ricoperto dal latitante Domenico Paviglianiti. Le due ricostruzioni non coincidono pienamente sui nomi e sui ruoli, ma convergono su un punto: gli arresti non avrebbero interrotto la catena di comando. Gli interessi delle famiglie sarebbero stati affidati a parenti e uomini di fiducia, mantenendo aperto il collegamento con i detenuti. Cuzzola descrive Antonio Papalia come un «re» all’interno del carcere di San Vittore, capace di trasmettere ordini attraverso i colloqui con Musitano. Quel passaggio riguarda Antonio, e non Domenico, ma fotografa il metodo attraverso il quale la famiglia avrebbe continuato a esercitare la propria influenza anche dopo l’ingresso in carcere dei principali esponenti.
Il colloquio in carcere e la decisione su Mormile
Per Domenico Papalia, l’episodio più grave resta comunque l’omicidio di Umberto Mormile, l’educatore del carcere di Opera ucciso l’11 aprile 1990. Foschini racconta che Micu avrebbe chiesto a Mormile una relazione «addomesticata», utile a ottenere un beneficio penitenziario. L’educatore avrebbe rifiutato, dopo avere già bloccato un permesso. A quel punto Domenico avrebbe comunicato l’accaduto al fratello Antonio durante un colloquio in carcere, chiedendogli di convincere Mormile. Antonio Papalia avrebbe quindi avvicinato l’educatore all’esterno, offrendogli 20 milioni di lire. Al nuovo rifiuto si sarebbe aggiunta una frase, «io non sono dei Servizi», interpretata come un’allusione ai presunti rapporti di Micu con uomini degli apparati. Secondo il racconto che Foschini attribuisce ad Antonio Papalia, la risposta sarebbe stata riferita a Domenico nel corso di un nuovo colloquio: «Domenico si preoccupò e deliberò l’omicidio». È la ricostruzione di un collaboratore, ma costituisce il passaggio più netto contenuto nelle carte sul potere decisionale che Micu avrebbe conservato durante la detenzione. Non un generico prestigio criminale, quindi, ma la capacità, secondo Foschini, di attivare il fratello all’esterno, ricevere informazioni attraverso i colloqui e assumere decisioni destinate a produrre conseguenze irreversibili.
Una leadership sopravvissuta alle sbarre
I verbali del 2015 non raccontano soltanto il ruolo personale di Micu Papalia. Descrivono soprattutto il passaggio attraverso il quale la ’ndrangheta avrebbe superato la frammentazione iniziale delle presenze calabresi in Lombardia, riunendole sotto una struttura riconosciuta dalla Calabria. La figura di Domenico Papalia emerge al vertice insieme al fratello Antonio, davanti a Franco Coco Trovato, in un sistema capace di sopravvivere agli arresti attraverso familiari, emissari e uomini di fiducia. Persino le differenti versioni fornite dai collaboratori sulla successione interna confermano la presenza di una rete ampia, nella quale più soggetti avrebbero continuato a tutelare gli interessi della famiglia. (g.curcio@corrierecal.it)
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