Strage di Amendolara, superstiti sotto protezione. Le storie dei quattro braccianti morti nel rogo
Due testimoni trasferiti in un luogo sicuro. Intanto emergono i nomi, le condizioni di vita e le ultime testimonianze delle vittime. In 10 in una casa da 500 euro mensili

COSENZA I due lavoratori che potrebbero rappresentare testimoni chiave nella ricostruzione della strage di Amendolara saranno trasferiti in un luogo sicuro. Lo ha annunciato il segretario generale della Flai-Cgil, Giovanni Mininni, spiegando che il superstite del rogo e un altro bracciante che non era andato a lavorare quel giorno per motivi di salute sono stati posti sotto protezione e verranno allontanati dal territorio dopo essere stati nuovamente ascoltati dagli investigatori.
Una decisione maturata alla luce di un contesto che, secondo il sindacato, resta ancora pericoloso. «C’è una rete di caporali che agisce sul territorio», ha spiegato Mininni, parlando di un sistema «organizzato e centralizzato» che ogni giorno trasferiva i lavoratori dalle aree dell’Alto Ionio cosentino fino alle campagne del Metapontino lucano. Secondo la Flai-Cgil, dietro il fenomeno non ci sarebbero soltanto i caporali materialmente coinvolti, ma un’organizzazione più ampia capace di gestire trasporti, logistica e persino aziende agricole utilizzate come copertura.
Mentre le indagini della Procura di Castrovillari proseguono e due cittadini stranieri risultano fermati con accuse gravissime, come ricostruito dal Corriere della Sera, emergono intanto le storie delle vittime, giovani uomini arrivati in Calabria inseguendo una possibilità di lavoro e rimasti intrappolati in un sistema di sfruttamento che, secondo gli investigatori, potrebbe essere sfociato nell’orrore.
I loro nomi sono Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, Safi Iayjad, 27 anni, tutti afghani, e Waseem Khan, pachistano di 29 anni. Vivevano a Villapiana, in un appartamento di via Gramsci condiviso con altri lavoratori migranti.
In quelle due stanze vivevano in dieci. Nessun letto, soltanto materassi sistemati sul pavimento. Una sistemazione spartana per la quale venivano richiesti 500 euro mensili di affitto, da dividere tra tutti gli occupanti e da sottrarre a retribuzioni già estremamente basse. A queste spese si aggiungevano quelle per il vitto, i trasporti e le pratiche legate ai permessi di soggiorno.
Le giornate seguivano sempre lo stesso copione: la partenza prima dell’alba, il viaggio a bordo del minivan verso i campi, le ore di lavoro nella raccolta delle fragole e il rientro in serata nel centro storico di Villapiana. Una vita fatta quasi esclusivamente di lavoro.
Eppure, nonostante le difficoltà, i quattro giovani erano riusciti a costruire rapporti con il quartiere. I residenti li ricordano come ragazzi educati e generosi. Secondo quanto raccontato dai vicini, il più socievole del gruppo era Amin Fazal Khogjani, 28 anni, che si fermava spesso a parlare con gli abitanti della zona e a scambiare piccoli gesti di cortesia. Insieme a lui vivevano Ullah Ismat Qiemi, appena 19 anni, il più giovane delle vittime, Safi Iayjad, 27 anni, e il pachistano Waseem Khan, 29 anni. Pur provenendo da storie e Paesi diversi, condividevano la stessa quotidianità fatta di lavoro nei campi, sacrifici e speranze. Spesso, tornando dalle campagne del Metapontino, portavano cassette di frutta ai vicini e ai bambini del quartiere. Fragole, pesche e altri prodotti agricoli diventavano un piccolo gesto di gratitudine verso una comunità che li aveva accolti. «Erano sempre gentili e pensavano ai più piccoli», raccontano alcune mamme della zona.
L’unico superstite, Mohammad Taj Alamyar, originario di Jalalabad, in Afghanistan, ha lasciato nel suo Paese la moglie e un figlio. Nelle scorse ore ha affidato al Tg3 Calabria una testimonianza carica di dolore, tra lacrime e difficoltà a esprimersi in italiano.
Secondo il suo racconto, i lavoratori avrebbero chiesto condizioni migliori e la regolarizzazione del rapporto di lavoro. «Volevano soldi, volevano un contratto, ma invece gli hanno dato fuoco», ha dichiarato davanti alle telecamere. Ha inoltre riferito che ai braccianti sarebbero stati trattenuti cinque euro al giorno per il trasporto e che le richieste avanzate riguardavano semplicemente il riconoscimento di un contratto regolare.
L’uomo è riuscito a salvarsi sfondando uno sportello del minivan pochi istanti prima che le fiamme avvolgessero completamente il mezzo. «I capi sono pakistani, noi afghani», ha aggiunto, mostrando i documenti appartenenti ad alcune delle vittime e indicando quello che, a suo dire, sarebbe il contesto di sfruttamento in cui vivevano e lavoravano.
Le sue parole rappresentano oggi uno degli elementi più importanti dell’inchiesta che dovrà chiarire responsabilità, movente e dinamica di una tragedia che ha scosso l’intero Paese e riportato sotto i riflettori il tema del caporalato e dello sfruttamento dei lavoratori migranti nelle campagne del Sud. (f.v.)
LEGGI ANCHE
- La strage di Amendolara e il velo squarciato sul dramma “sommerso” del caporalato in Calabria
- Il rogo di Amendolara e il silenzio dei complici
- La strage di Amendolara ripresa dalle telecamere: vittime intrappolate nell’auto in fiamme – VIDEO
Il Corriere della Calabria è anche su Whatsapp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato