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I fantasmi dei campi: in Calabria 12mila lavoratori irregolari tra lavoro grigio e caporalato diffuso

Secondo il Cnr-Ismed il fenomeno è meno visibile nei ghetti, ma radicato nelle filiere. Nella Piana di Sibari emerge il lato oscuro di un distretto da 2 milioni di giornate

Pubblicato il: 04/06/2026 – 12:51
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I fantasmi dei campi: in Calabria 12mila lavoratori irregolari tra lavoro grigio e caporalato diffuso

CORIGLIANO ROSSANO È una “mappa del dolore” che attraversa la Piana di Sibari e, più in generale, il sistema agricolo del nord-est della Calabria. Qui si stima la presenza di circa 12mila lavoratori irregolari, un esercito invisibile impiegato nei campi senza adeguate tutele e concentrato soprattutto durante le stagioni di raccolta.
Un fenomeno che coinvolge in particolare i territori di Corigliano-Rossano, Sibari, Cassano Jonio, Tarsia e Trebisacce, con manodopera straniera proveniente soprattutto da India, Marocco e Mali, e che si intreccia con dinamiche produttive di grande rilievo economico: dalla filiera degli agrumi alle clementine, fino all’export agroalimentare.
Lo studio è dei ricercatori del Cnr-Ismed Giovanni Ferrarese e Donato Di Sanzo, curatori dell’ultimo Rapporto Agromafie e Caporalato, diffuso all’indomani dell’omicidio di quattro braccianti agricoli ad Amendolara, nel Cosentino.

Lavoro grigio e lavoro nero

Secondo i ricercatori, lo sfruttamento si articola oggi in due livelli: lavoro grigio e lavoro nero totale. Nel primo caso i contratti esistono formalmente ma le tutele sono di fatto annullate: orari oltre i limiti di legge, salari alterati e giornate lavorative non corrispondenti a quelle dichiarate. Nel secondo, invece, si registra la totale assenza di regolarizzazione, con forme di sfruttamento estremo che colpiscono soprattutto lavoratori vulnerabili, spesso senza permesso di soggiorno e senza alternative economiche.
A livello regionale, il fenomeno è quantificato in modo preciso: in Calabria si stimano 11-12 mila lavoratori agricoli in condizioni di irregolarità, una parte consistente dei quali impiegata proprio nella Piana di Sibari.

Il peso della Sibaritide

Nel territorio di Corigliano-Rossano il fenomeno assume dimensioni particolarmente rilevanti. Il settore agricolo coinvolge circa 13 comuni del nord-est calabrese, con punte di occupazione fino al 24%.
Nell’area tra il fiume Trionto e il Crati si concentra la produzione di circa 357 mila tonnellate di clementine, pari al 53% del totale nazionale, per un valore alla produzione di circa 120 milioni di euro e un export di circa 90 milioni.
Sul piano occupazionale, i dati INPS relativi agli operai agricoli a tempo determinato nell’Arco Jonico indicano 4,8 milioni di giornate complessive, di cui circa 2 milioni nella sola Piana di Sibari. La media è di 93,8 giornate annue per lavoratore, sotto la soglia delle 101 giornate considerate regolari.
Nel solo Comune di Corigliano-Rossano, secondo l’elenco INPS 2021, risultano 11.381 lavoratori agricoli, di cui 3.423 stranieri (30%). Tra questi: 1.875 romeni, 348 bulgari, 212 pakistani, 212 marocchini, oltre a 133 ucraini e 108 polacchi.
Il Piano Locale Multisettoriale stima inoltre la presenza di circa 3.000 stranieri irregolari coinvolti in attività lavorativa e, nei periodi di picco stagionale, una presenza complessiva che può arrivare fino a 10.000 persone.

Caporalato e reti transnazionali

Il sistema dello sfruttamento è gestito da un caporalato sempre più strutturato in reti transnazionali, con la collaborazione di caporali stranieri e intermediari italiani, spesso intrecciati con la criminalità locale.
Il fenomeno non riguarda solo il lavoro nero. Il Cnr-Ismed sottolinea infatti la diffusione del lavoro grigio, dove i rapporti sono formalmente regolari ma di fatto falsati: buste paga non corrispondenti alle giornate effettive, salari in parte restituiti sotto pressione, contributi evasi e contratti usati come copertura.

Trasporti e controllo dei lavoratori

Un nodo centrale è quello della mobilità. Il Piano Locale Multisettoriale evidenzia come i braccianti, soprattutto comunitari, siano spesso costretti a utilizzare un sistema di trasporto informale basato su furgoni da 9-12 posti, gestiti da reti irregolari.
Il documento segnala anche dinamiche di competizione tra gruppi di caporali, con episodi di tensione e incendi di mezzi destinati al trasporto dei lavoratori. Dopo la pandemia, si sarebbe ridotto il peso dei caporali romeni e bulgari, mentre sarebbe aumentata la presenza di intermediari di origine pakistana.

Violenza strutturale

Secondo il rapporto Cnr-Ismed, la dimensione coercitiva non è episodica ma strutturale. Il controllo dei braccianti si basa su dipendenza economica, ricatto e minaccia di denuncia, fino ad arrivare – nei casi estremi – alla violenza fisica.
La stessa origine del termine “caporale”, di derivazione militare, richiama un sistema gerarchico fondato su obbedienza e disciplina, dove il dissenso non ha spazio.

Un sistema che produce ricchezza e marginalità

La Piana di Sibari rappresenta così un paradosso: da un lato una delle principali aree produttive dell’agroalimentare italiano, dall’altro un territorio dove migliaia di lavoratori restano intrappolati in condizioni di sfruttamento più o meno visibile.
Un sistema che misura le tonnellate raccolte e l’export, ma molto meno le condizioni reali di chi quei prodotti li raccoglie ogni giorno. (redazione@corrierecal.it)

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