La ferita aperta dei migranti “invisibili” in Calabria. Da Rosarno e San Ferdinando fino alla strage di Amendolara
Caporalato, ghetti, roghi, naufragi e lavoro povero: vent’anni di episodi che hanno riportato alla luce una vulnerabilità mai davvero superata

LAMEZIA TERME Quella di Amendolara, con l’eccidio di quattro migranti all’interno di un minivan in una stazione di servizio, è l’ennesimo punto di rottura dentro una storia più lunga che in Calabria attraversa campagne, baraccopoli, strade provinciali, coste, casolari abbandonati, luoghi del lavoro povero e invisibile. Una storia che riapre una ferita profonda in una terra, quella calabrese, attraversata da nord a sud da vecchi drammi ancora attuali e che non può essere ridotta a un mero episodio di cronaca. Ogni vicenda ha, infatti, la sua dinamica, le sue radici e il suo contesto investigativo e giudiziario. Ma tutte, seppur in modo diverso, raccontano la stessa zona d’ombra: quella in cui finiscono migliaia di vite straniere, spesso indispensabili all’economia dei territori e al tempo stesso lasciate ai margini della protezione sociale, abitativa e istituzionale. La strage di Amendolara obbliga così a ripercorrere la storia degli ultimi vent’anni, per far riemergere una continuità che va al di là del singolo episodio ma che, ogni volta, scuote le coscienze e richiama classe dirigente e istituzioni alle proprie responsabilità.
Rosarno, la rivolta che mostrò il ghetto
Bisogna tornare indietro di sedici anni, al gennaio del 2010. A Rosarno la rivolta dei braccianti migranti nella Piana di Gioia Tauro esplose dopo il ferimento di alcuni lavoratori stranieri e portò alla luce condizioni che in molti conoscevano già, voltandosi fino a quel momento dall’altra parte: sfruttamento nei campi, paghe misere, alloggi di fortuna, fabbriche dismesse trasformate in dormitori, un’intera manodopera necessaria alla raccolta eppure confinata fuori dal perimetro della cittadinanza reale. Quella di Rosarno non fu soltanto una rivolta, ma una “rivelazione” di portata nazionale. Mise il Paese davanti alle proprie responsabilità e consegnò l’immagine di una Calabria agricola che si reggeva anche sul lavoro dei migranti, senza però garantire loro dignità, sicurezza e diritti elementari. Dopo quei giorni, arrivarono sgomberi, trasferimenti, dichiarazioni, piani. Ma la radice del problema rimase: il bisogno di braccia nei campi e l’incapacità di costruire un sistema capace di sottrarre quei lavoratori alla precarietà estrema.

La tragedia di San Ferdinando
La storia calabrese ha consegnato qualche anno dopo un’altra vicenda drammatica, questa volta a San Ferdinando. Qui, tra il 2018 e il 2019, diversi incendi divorarono tende, lamiere, roulotte, baracche. Morirono Becky Moses, Jaiteh Suruwa, Moussa Ba. Nomi che per qualche giorno uscirono dall’anonimato del ghetto e divennero il volto umano di una condizione collettiva sulla quale si riaccesero i riflettori, come già accaduto nel 2010. Quel ghetto, la tendopoli di San Ferdinando, è stato lo specchio di un territorio incapace di imprimere la svolta attesa, stretto tra burocrazia, ritardi e indifferenza. E, soprattutto, mostrò che non si moriva soltanto nei campi e sotto il peso del lavoro, ma anche nei luoghi in cui si era costretti a dormire: spazi provvisori diventati permanenti, accampamenti tollerati, smontati, ricostruiti, annunciati come emergenze e poi assorbiti nella normalità. La baraccopoli non era un incidente del sistema. Era una delle sue forme più visibili.

Soumaila Sacko, il bracciante ucciso
E come dimenticare quello che successe nel giugno del 2018, a San Calogero, nel Vibonese. Qui venne ucciso Soumaila Sacko, cittadino maliano, bracciante e sindacalista dell’Usb. Il giovane venne colpito a fucilate mentre si trovava con altri connazionali all’esterno di un capannone abbandonato, la fornace Tranquilla, a San Calogero, in provincia di Vibo Valentia, dove stava cercando lamiere per costruire un riparo di fortuna destinato ad altri braccianti. La sua morte divenne immediatamente un caso politico e sociale, perché Soumaila non era soltanto un lavoratore migrante, ma anche una voce che denunciava condizioni di sfruttamento, un uomo che provava a trasformare la propria fragilità in rivendicazione collettiva. Per il suo omicidio Antonio Pontoriero è stato condannato in via definitiva a 22 anni di reclusione per omicidio volontario. La Cassazione ha confermato la condanna nel gennaio 2023.

Cutro, il mare e la risposta politica
Un altro scenario, un’altra tragedia. Quella del febbraio del 2023 con il naufragio di Steccato di Cutro portò sulla costa crotonese decine di corpi, tra cui quelli di molti bambini. Non campi agricoli o tendopoli, ma la rotta dei migranti e dei trafficanti via mare. Cutro, però, non rimase soltanto il nome di una tragedia ma anche un passaggio politico. Il 9 marzo 2023, proprio a Cutro, il Consiglio dei ministri approvò il decreto-legge sull’immigrazione, poi conosciuto come “decreto Cutro”, con misure sui flussi di ingresso legale dei lavoratori stranieri, sul contrasto all’immigrazione irregolare e sull’inasprimento delle pene per i trafficanti. Quel provvedimento trasformò il luogo del naufragio in un simbolo nazionale, aprendo un duro confronto politico sulla risposta dello Stato alle migrazioni e sulla gestione dei flussi.

Amendolara, l’ultimo punto della scia
Ora Amendolara. Quattro migranti morti carbonizzati in un minivan. Le indagini dovranno chiarire fino in fondo dinamica, responsabilità, movente e contesto. Ma il rischio, anche questa volta, è che la morte dei quattro migranti diventi un picco emotivo destinato a dissolversi dopo le manifestazioni, le parole di cordoglio e le richieste di giustizia. Sabato 6 giugno la Cgil Calabria sarà in piazza ad Amendolara con una manifestazione contro sfruttamento, caporalato e condizioni abitative al limite; il sindacato ha denunciato il dramma del «lavoro barattato con condizioni abitative al limite e con la propria dignità personale». La cronologia delle tragedie calabresi dice che la vulnerabilità dei migranti non è un’emergenza improvvisa, ma una ferita aperta da anni. (g.curcio@corrierecal.it)
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