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Strage di Amendolara, ricostruita la dinamica dell’omicidio. Il ruolo di un carabiniere forestale e la pista del caporalato

Conferenza stampa in Questura a Cosenza. Il procuratore D’AleSsio. «Episodio ricostruito in poche ore, stiamo lavorando per capire il movente»

Pubblicato il: 03/06/2026 – 17:45
di Fabio Benincasa
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Strage di Amendolara, ricostruita la dinamica dell’omicidio. Il ruolo di un carabiniere forestale e la pista del caporalato

COSENZA Si parte dal racconto di Taj Mohammad Alamyar, unico sopravvissuto della strage di Amendolara. Lungo la strada statale 106, quella tristemente conosciuta e riconosciuta come arteria della morte, si è consumata la brutale uccisione di quattro persone (tre di origine afghana e un pachistano): Amin Fazal Khogjani di 28 anni, Ullah Ismat Qiemi di 19 anni, Safi Iayjad di 27 anni e il 29enne Waseem Khan. Sono stati ritrovati carbonizzati, in un minivan dato alle fiamme da due persone. Le immediate indagini della Questura di Cosenza, coordinata dalla procura di Castrovillari guidata da Alessandro D’Alessio hanno permesso, in poche ore, di chiusure il cerchio su due soggetti di origine pakistana rintracciati a Villapiana e accusati di omicidio plurimo e pluriaggravato. Domani mattina i due si sottoporranno all’interrogatorio nel carcere di Castrovillari.

Le giovani vittime

Le parole del superstite, testimone dell’orrore, riassumono il dramma vissuto da molti lavoratori invisibili nelle campagne del Sud. Parla di una «grande mafia del Pakistan», riferisce di minacce con coltelli e pistole, di salari ineadeguati, di diritti negati, di spazi angusti condivisi. E’ sempre la sua ricostruzione a fornire elementi utili a comprendere cosa sia realmente accaduto, quale miccia abbia scatenato l’ira brutale e mortale dei due fermati: non semplici autisti, ma caporali che avrebbero preteso danari per il trasporto e che, dinanzi al rifiuto opposto dai braccianti, avrebbero deciso di trasformare il monovolume in una trappola di fuoco. Sulla ricostruzione dell’esatta dinamica dell’accaduto, sul possibile movente e sui particolari del macabro ritrovamento, il procuratore di Castrovillari, con accanto la sostituta procuratrice Roberta Bello, ha fornito i dettagli nel corso di una conferenza stampa convocata in Questura a Cosenza.

Indagini ancora nella fase iniziale

A dare l’allarme è stato il gestore del distributore di carburante, poi sul posto è giunta immediatamente la polizia stradale. E’ quanto anticipa, nel corso della conferenza stampa, il Questore di Cosenza Antonio Borelli. Che nel corso dell’intervento ringrazia le forze dell’ordine per la celerità con la quale hanno portato a termine l’operazione di individuazione dei presunti responsabili.
«Immaginate quanto abbia a cuore il rapporto con la gente, in funzione della quale noi svolgiamo la nostra attività», ha detto il procuratore della Repubblica di Castrovillari. «L’episodio, avvenuto intorno alle 13.30, è stato ricostruito non soltanto nella sua materialità – anche grazie alla presenza delle telecamere – ma in maniera compiuta nel giro di pochissime ore». Una tempestività che, secondo il capo della Procura, ha consentito di individuare rapidamente le persone ritenute coinvolte e di arrivare all’emissione del fermo. Il magistrato ha però richiamato alla massima prudenza. «Parliamo di indagini appena all’inizio, di provvedimenti pre-cautelari e di una fase nella quale non è ancora intervenuto il giudice davanti al quale le persone indagate potranno far valere le proprie ragioni». Gli elementi raccolti, ha spiegato, saranno sottoposti alla valutazione dell’autorità giudiziaria. Il procuratore ha poi espresso apprezzamento per il lavoro svolto dagli investigatori. «In questa storia ho apprezzato l’elevatissima professionalità della Polizia di Stato di Cosenza e della Squadra Mobile», ha detto, evidenziando anche le difficoltà operative legate a un territorio complesso, dove i luoghi da raggiungere possono essere «drammaticamente lontani» sul piano fisico. Un passaggio centrale è stato dedicato alla collaborazione tra le diverse forze di polizia. Il procuratore ha parlato di una «perfetta sinergia» e della «totale assenza di ogni forma di contrasto operativo», un aspetto che – ha rimarcato – in altri contesti può provocare gravi danni alle indagini. Sul posto e nelle attività successive, ha ricordato, sono intervenuti la Polizia stradale, la Polizia di Stato con la Squadra Mobile, i carabinieri e i carabinieri forestali: «Tutti hanno dato una mano. Questo è motivo di grandissimo orgoglio, perché tutti devono tendere verso lo stesso obiettivo e contribuire a una risposta che non appartiene a nessuno dei singoli protagonisti, ma allo Stato». Quanto alla metodologia investigativa, il procuratore ha spiegato che il primo obiettivo, davanti a un episodio «così grave ed efferato», è stato quello di dare un’identità agli indiziati. «Lo sforzo è stato quello di mettere insieme gli elementi raccolti per raggiungere un livello di gravità indiziaria che sottoporremo al giudice e che, secondo la nostra valutazione, ci convinceva dell’esistenza di un’elevata probabilità di condanna nei confronti delle persone fermate».

«Stiamo lavorando per capire il movente»

Sul movente e sul contesto in cui la strage sarebbe maturata, la Procura mantiene invece il massimo riserbo. «È evidente che un episodio del genere ha delle motivazioni e si inserisce in un contesto. Su questo stiamo lavorando con la stessa solerzia, la stessa attenzione e lo stesso scrupolo impiegati per individuare coloro che riteniamo gravemente indiziati». Ma, ha aggiunto, «se oggi dicessimo qual è il movente o qual è il contesto, diremmo qualcosa che non ha ancora la stessa forza degli elementi raccolti sull’identità degli autori». Il procuratore ha quindi ribadito che le indagini sono ancora in una fase iniziale: «Stiamo parlando di un fatto avvenuto quarantotto ore fa. Ogni azione investigativa parte dalla formulazione di un’ipotesi, ma la bravura di chi fa indagini sta nel costruire quell’ipotesi con ragionevolezza e poi verificarla con rigore». Nel finale, il magistrato ha voluto spiegare anche il senso della conferenza stampa. «La nostra presenza qui è il segno del rispetto nei confronti del vostro lavoro», ha detto rivolgendosi ai giornalisti. «So bene quanto sia delicato e importante il lavoro dell’informazione, specialmente in una provincia come questa e in una regione come la nostra. Proprio per questo è fondamentale il rispetto delle regole». Da qui, ha aggiunto, la scelta di diffondere un comunicato e di convocare una conferenza stampa: «Il rispetto delle regole significa innanzitutto par condicio tra tutti voi. Il procuratore della Repubblica non ha canali preferenziali, non può e non deve averli». Il procuratore ha infine fatto riferimento alla diffusione del video dell’orrore: «Non ho gradito la pubblicazione di quel video, ma so bene che il lavoro del giornalista è legato alla notizia e alla sua pubblicazione».

La ricostruzione della dinamica

Gianni Albano, vice Questore di Cosenza, ha ricostruito le prime fasi dell’attività investigativa avviata dopo la strage di Amendolara. «Gli accertamenti sono iniziati tra le 13.30 e le 14 del primo giugno, quando siamo stati informati di quanto era accaduto in un’area di servizio nel territorio di Amendolara. Una volta arrivati sul posto, la prima attività è stata quella di cinturare l’area ed evitare intrusioni esterne che potessero alterare lo stato dei luoghi, una fase determinante per la successiva ricostruzione». Gli investigatori sono quindi partiti dall’analisi delle immagini del sistema di videosorveglianza interno all’area di servizio, anche grazie alla collaborazione del gestore e del proprietario dell’impianto. «Dalle immagini abbiamo ricavato elementi importanti, che hanno dato avvio all’attività investigativa vera e propria. Abbiamo verificato che, pochi istanti prima dell’incendio, un’auto era entrata nell’area di servizio e si era fermata nei pressi del distributore. Poco dopo è stata raggiunta da un’altra utilitaria, dalla quale è sceso un uomo». Dall’analisi delle immagini, ha spiegato Albano, gli investigatori hanno notato le movenze di quell’uomo, che hanno fatto pensare alla possibile appartenenza alle forze dell’ordine. Successivamente è emerso che si trattava di un appartenente all’Arma dei carabinieri, in servizio nei Carabinieri forestali. «Questa persona ha potuto osservare che all’interno dell’auto c’erano due persone sui sedili anteriori, il conducente e il passeggero, e altri cinque soggetti nella parte posteriore del veicolo».

L’eccidio

Dopo l’allontanamento dell’uomo, si consuma la sequenza ripresa dalle telecamere e poi finita al centro dell’indagine. «Si vede il conducente scendere dall’auto, dirigersi verso la parte posteriore e aprire il cofano. Quasi contemporaneamente scende anche il passeggero anteriore. A un certo punto compare una coltre di fumo nero, compatibile con l’innesco dell’incendio nella parte posteriore del mezzo». Secondo la ricostruzione degli investigatori, il passeggero avrebbe poi compiuto un’azione compatibile con la rottura, dall’interno, di una maniglia, impedendo così l’apertura della portiera. Da quanto si è appreso, le portiere sarebbero state bloccate dalla sicura.
«Si frappone con gli arti superiori per evitare che la portiera venga aperta e, di fatto, impedire alle persone rimaste all’interno di uscire. Abbiamo accertato l’esistenza di un’organizzazione, nel senso di un piano ben definito». Sempre dalle immagini, gli investigatori hanno visto una persona riuscire a uscire dalla parte posteriore dell’auto, già interessata dalle fiamme. «Quella persona viene raggiunta dal fuoco in alcune parti del corpo e riporta anche una frattura a un arto superiore, compatibile con il disperato tentativo di infrangere i vetri interni del veicolo per riuscire a fuggire». Il lavoro successivo si è concentrato sull’identificazione dei due soggetti ripresi dalle telecamere. «Abbiamo isolato i volti del conducente e del passeggero anteriore destro, evidenziando anche gli indumenti indossati. Incrociando una serie di dati investigativi, siamo riusciti ad arrivare a delle generalità e a individuare possibili luoghi di domicilio nei comuni di Trebisacce e Villapiana». A quel punto il dispositivo investigativo si è diviso su due fronti: una parte degli operatori è rimasta sulla scena del crimine per cristallizzare gli elementi probatori, con il supporto della Polizia scientifica della Questura di Cosenza; un’altra parte si è messa sulle tracce dei due sospettati. «La conoscenza del territorio da parte degli investigatori della Squadra mobile, del Servizio centrale operativo e del distaccamento di Trebisacce ha consentito di restringere il campo d’azione e arrivare all’individuazione delle abitazioni».
In un primo immobile è stato rintracciato l’uomo ritenuto il conducente dell’auto, che indossava abiti compatibili con quelli ripresi dalle immagini di videosorveglianza. Successivamente, attraverso ulteriori riscontri, è stato individuato anche il passeggero anteriore destro in un’altra abitazione. «Ultimate le attività di rito, abbiamo raggiunto il commissariato, dove, in un’azione svolta senza soluzione di continuità e coordinata sul campo dal pubblico ministero titolare dell’indagine, sono stati raccolti ulteriori elementi. Riteniamo che il quadro indiziario sia solido e significativo dal punto di vista investigativo. Sono inoltre in corso ulteriori verifiche».

L’identificazione

Il procuratore della Repubblica di Castrovillari ha poi aggiunto un aggiornamento sull’identificazione delle vittime e sullo stato delle indagini. «Sono state identificate, anche se attendiamo ancora il definitivo avallo scientifico, le quattro povere vittime. Gli indagati sono due cittadini di nazionalità pakistana, mentre le persone decedute, allo stato, risultano essere tre cittadini afghani e un cittadino pakistano». Il procuratore ha sottolineato che il quadro ricostruito dagli investigatori riguarda, al momento, la dinamica dei fatti e l’individuazione dei presunti autori materiali. «Questo è il quadro che, per noi, integra una gravità indiziaria. È la ricostruzione dell’evento compiuta in meno di due giorni. Naturalmente attendiamo che gli indagati forniscano la loro versione».
Resta invece ancora aperto il capitolo del movente. «Che cosa ci sia dietro questo evento è oggetto del lavoro investigativo. Oggi è difficile dare indicazioni, sia perché non abbiamo certezze, sia perché non potremmo farlo. Non mi piace vendere fumo con notizie prive di solidità: per me l’unico parametro di riferimento è la probabilità processuale. Al momento non abbiamo ancora elementi per dire altro». (f.benincasa@corrierecal.it)

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