La «joint venture» tra colombiani e calabresi per il carico dei narcos. La staffetta e la cocaina destinata al litorale romano
Il racconto del collaboratore Maddaloni sulla consegna saltata a Santa Marinella: «Quei tre chili appartenevano al calabrese». Il ponte con Colombia, broker e affari delle cosche

LAMEZIA TERME Una presunta joint venture operativa tra colombiani e personaggi di origine calabrese non ancora identificati. È uno dei passaggi che emerge dalle dichiarazioni del collaboratore Alessandro Maddaloni e che ruota attorno a una consegna saltata di tre chili di cocaina destinati alle piazze di spaccio di Santa Marinella. La circostanza è contenuta nel decreto di fermo della Dda di Roma nei confronti di quattro persone. Secondo quanto ricostruito, tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024, Roberto Tortoioli, tramite Marcus Di Carlo e insieme al “presidente” Pavel Guarin Morales, avrebbe organizzato una consegna di droga a Gianni Coronas e Angelo Brizi. L’operazione, però, non si sarebbe concretizzata perché, al momento della consegna, Coronas avrebbe confessato di non avere il denaro necessario per pagare il carico.
Il racconto del collaboratore
Ed è proprio il racconto fornito da Maddaloni ai pm ad arricchire i contorni della vicenda, chiamando in causa alcuni soggetti calabresi. Alla consegna, racconta il collaboratore, avrebbero partecipato un sudamericano a bordo di una Fiat Panda con lo stupefacente, Tortoioli con la sua Jeep e una terza auto con a bordo personaggi di origine calabrese, che avrebbero fatto da staffetta al carico. Quando sarebbe emersa l’insolvenza del destinatario, quei soggetti avrebbero imposto a Coronas di non allontanarsi finché il corriere sudamericano non fosse rientrato alla base con la cocaina.
«Appartenevano al calabrese»
Uno dei passaggi chiave dell’intera vicenda emerge quando, alla domanda del pm se quella droga, quei tre chili, appartenessero al calabrese, la risposta del collaboratore è netta: «Sì, sì, sì. Appartenevano al calabrese». Secondo il racconto, in quel periodo «i colombiani stavano un po’ a secco» e il “lavoro” sarebbe stato di Tortoioli. Per questo sarebbe stato utilizzato uno dei colombiani impiegati nei viaggi, in una dinamica che Maddaloni sintetizza così: «A volte si mischiavano». Dopo il laboratorio scoperto nelle campagne di Sant’Agata del Bianco e dopo le conversazioni sull’“amico calabrese” e sul “contatto del calabrese”, la consegna saltata di Santa Marinella aggiunge così un ulteriore tassello al mosaico investigativo, aprendo uno squarcio sui contatti che arrivano fino in Calabria. Perché dall’espressione utilizzata dal collaboratore – «si mischiavano» – emergerebbero non soltanto contatti o interlocuzioni, ma una possibile collaborazione operativa: da una parte i colombiani, con uomini e capacità di trasporto ormai collaudate; dall’altra personaggi calabresi, indicati come proprietari o garanti del carico e presenti, secondo il collaboratore, anche nella fase di accompagnamento della consegna. Per la Dda di Roma, il racconto di Maddaloni delinea una sorta di joint venture tra i colombiani e soggetti calabresi non identificati. Un rapporto che, se confermato, avrebbe permesso al gruppo di superare momenti di difficoltà nell’approvvigionamento e di continuare a rifornire le piazze del litorale romano.


Il ponte con la Colombia
Il quadro, del resto, richiama altri filoni investigativi emersi negli ultimi mesi sul rapporto sempre più diretto tra Calabria, Colombia e broker del narcotraffico. È il caso di Giuseppe “Peppe” Palermo, catturato a Bogotá e indicato nell’inchiesta “Pratì” come referente in Sudamerica per il gruppo criminale di Platì, coinvolto – secondo le ricostruzioni investigative – nelle trattative per l’importazione di cocaina tra Colombia e Calabria. Un profilo che restituisce la centralità dei broker capaci di muoversi nei luoghi di produzione, trattare con i fornitori e costruire canali verso l’Europa. Nella stessa cornice si inserisce anche il nome di Emanuele Gregorini, detto “Dollarino”, arrestato a Cartagena e coinvolto nell’inchiesta “Hydra” sulla presunta “mafia a tre teste” in Lombardia. Secondo gli atti milanesi, Gregorini avrebbe rappresentato uno dei punti di raccordo tra ambienti criminali diversi – calabresi, siciliani e campani – dentro una rete interessata anche alle rotte del narcotraffico. Sono tasselli diversi, emersi in procedimenti distinti, ma utili a leggere lo scenario più ampio: il Sudamerica, e in particolare la Colombia, come spazio operativo per mediatori, latitanti e referenti legati agli affari delle cosche. In questo contesto i dettagli emersi dall’ultima inchiesta della Dda capitolina sembrano inserirsi in una dinamica già emersa in altri procedimenti: rapporti diretti tra broker sudamericani e referenti calabresi, con la Colombia non più soltanto come terra di partenza dei carichi, ma come luogo di relazioni, trattative e alleanze criminali. (g.curcio@corrierecal.it)
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