La Repubblica (in)fondata sul lavoro
L’orrore di Amendolara e la giustizia spezzata

La massima dello storico presidente del Benin Mathieu Kérékou: «La giustizia è una corda che si spezza sempre dal lato più debole, a meno che qualcuno non decida di tenerla ferma», risuona oggi come un monito tragico e quanto mai attuale se accostata alla Costituzione italiana. Il primo articolo della nostra Carta fondamentale recita solennemente che «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Ma cosa succede quando il lavoro smette di essere lo strumento di dignità ed emancipazione previsto dai padri costituenti e si trasforma nel teatro di una barbarie disumana? Succede che quella corda si spezza, e a cedere è sempre l’anello più fragile della catena sociale. I fatti di cronaca che hanno recentemente sconvolto la comunità di Amendolara e l’Italia intera rappresentano il fallimento più doloroso di questi principi.
Il quadruplice omicidio di quattro braccianti agricoli stranieri – tre giovani afghani e un pakistano – non è soltanto un episodio di inaudita ferocia criminale, ma la drammatica punta dell’iceberg di un sistema di sfruttamento che calpesta ogni giorno il dettato costituzionale. Dietro il massacro non ci sarebbe una semplice lite, ma una spedizione punitiva contro una protesta per le condizioni disumane d’alloggio: una ribellione contro il sovraffollamento e le regole ferree imposte dai caporali. In questo lembo di Calabria, la promessa dell’articolo 1 della Costituzione è stata tradita. Il lavoro agricolo che, come ogni forma di lavoro, dovrebbe garantire la sovranità e la dignità del cittadino, è stato sostituito dalle logiche aberranti del caporalato. Uomini invisibili, costretti a vivere e produrre nell’ombra della legalità, sono diventati merci nelle mani di organizzazioni che gestiscono la manodopera sotto lo sguardo, spesso opprimente, della criminalità organizzata. I lavoratori agricoli stagionali rappresentano proprio quel “lato più debole” di cui parlava Kérékou: privi di tutele reali, isolati dalla barriera linguistica e sotto il costante ricatto della sussistenza. La strage di Amendolara ha sollevato un’ondata di indignazione nazionale che ora impone un cambio di passo. Ma c’è stato anche chi, in questo scenario di dolore e sconcerto, ha pronunciato le solite indegne e inqualificabili speculazioni politiche che allontanano l’attenzione dalle vere cause strutturali della tragedia. L’europarlamentare Roberto Vannacci ha liquidato la strage con la frase: «Se importi il Terzo Mondo, diventi il Terzo Mondo», invocando la “remigrazione” e lamentando i costi per il mantenimento in carcere dei killer.
Una simile meschina affermazione si scontra con una realtà economica e sociale ben diversa: definire la strage come un mero “effetto collaterale dell’importazione del Terzo Mondo” significa ignorare deliberatamente, come giustamente è stato sottolineato da più fronti, che quel sistema economico – fatto di caporalato, alloggi disumani e sfruttamento – non è stato “importato”, ma prospera da decenni sul suolo italiano, integrato nell’indotto dell’agroalimentare locale. Bastava informarsi un po’, magari leggere con attenzione la recente intervista che Emiliano Sbaraglia ha fatto a Giovanni Ferrarese, autore del volume “Il Caporalato”, oppure collegarsi al sito dell’Osservatorio sul caporalato “Placido Rizzotto”.
Sappiamo bene, però, che ciò non è possibile: la bussola del generale punta sempre a destra, il mondo quando gira contrario è per colpa, nel caso specifico, dei braccianti agricoli che non si sono rivolti alla Decima MAS. È bene ricordare a Vannacci che i braccianti non hanno importato la povertà, sono stati inseriti in una filiera illegale che usa la vulnerabilità dei migranti per generare profitto a basso costo. Anziché interrogarsi su come spezzare la catena del caporalato che infanga l’articolo 1 della nostra Costituzione, la retorica della “remigrazione” sposta il focus sul colore della pelle dei protagonisti, offrendo una risposta propagandistica a un problema che richiederebbe invece legalità, controlli e dignità del lavoro.
Non c’è che dire, il ragionamento di Vannacci brilla per una linearità disarmante, quasi invidiabile per la sua totale assenza di sinapsi superflue, offrendo un sillogismo di rara speculazione filosofica: se un crimine avviene sul suolo italiano ma coinvolge persone nate altrove, la colpa non è delle leggi violate, della mancanza di controlli o delle infiltrazioni criminali nei campi. No, è una questione di osmosi geografica. Secondo questo sofisticato sillogismo da sussidiario formato Baci Perugina, la povertà e il degrado non sarebbero conseguenze economiche, ma malattie infettive che viaggiano in valigia. Seguendo la stessa logica, se domani importassimo mille ingegneri della NASA, l’Italia diventerebbe improvvisamente Cape Canaveral e Vannacci inviato speciale a ispezionare se su Marte esistono zucche vuote come quella che porta in giro per l’Europa. Perché la giustizia non sia solo una parola vuota, le forze politiche, le istituzioni, la magistratura – caso Minetti docet – e la società civile sono chiamate oggi a fare una scelta. È necessario “tenere ferma quella corda”, impedendo che si spezzi ancora sulla pelle degli ultimi. Questo significa applicare rigorosamente le leggi contro il caporalato, smantellare le reti criminali che controllano i campi e restituire a ogni lavoratore, indipendentemente dalla sua provenienza, la dignità promessa dalla nostra Repubblica, di cui abbiamo appena festeggiato gli ottant’anni. (redazione@corrierecal.it)
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