Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 7:19
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 4 minuti
Cambia colore:
 

il processo nella capitale

La finanza dell’oro nero e il patto tra Senese e ’ndrangheta: “Assedio” dei clan a Roma tra strategie e alleanze

Il processo alla maxi-holding criminale svela la camera di compensazione della Capitale: dalle storiche alleanze al business del riciclaggio di idrocarburi

Pubblicato il: 09/06/2026 – 6:59
di Mariateresa Ripolo
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo
La finanza dell’oro nero e il patto tra Senese e ’ndrangheta: “Assedio” dei clan a Roma tra strategie e alleanze

ROMA «Nel riciclaggio nel settore degli idrocarburi, la criminalità organizzata per poter mettere in atto questa strategia ha la necessità di costituire delle società filtro». A emergere, nel corso del processo con rito ordinario iniziato a Roma, scaturito dalla maxi inchiesta “Assedio”, sono i dettagli di un sistema ben collaudato e capace di unire mala romana, ‘ndrangheta e Camorra.
A supporto delle indagini ci sono conversazioni che fotografano una realtà criminale dove la Capitale si conferma il terreno d’elezione per i grandi investimenti delle mafie. È questo il cuore pulsante dell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia capitolina, un’indagine che nel luglio 2024 ha scoperchiato un vero e proprio network economico, al centro del quale gli inquirenti hanno individuato in Alberto Coppola e Piero Monti i principali organizzatori delle operazioni di riciclaggio, portate a termine insieme ai fratelli Pezzella e con la costante intermediazione di Roberto Macori.
Le indagini, avviate nel 2018, hanno squarciato il velo su una vera e propria centrale del riciclaggio radicata a Roma ma capace di estendere i propri tentacoli in tutta Italia, forte di un sistematico ricorso alla capacità intimidatoria del metodo mafioso. A fare da pilastro al sistema era un legame strettissimo, di vera e propria subordinazione, con i vertici della Camorra e della ’ndrangheta.

Il sodalizio tra clan

Proprio la figura di Macori emerge dalle carte come lo snodo fondamentale, l’uomo a cui viene delegata la gestione dei delicatissimi equilibri tra le diverse anime del sodalizio criminale. Come emerso nel corso delle udienze, dalle intercettazioni sulle dinamiche delle famiglie che appoggiano Piero Monti, si comprenderà come i Senese, che hanno la capacità di relazionarsi con le ‘ndrine calabresi, investiranno sempre Macori del compito di trovare una soluzione per favorire la loro partecipazione e blindare gli affari della holding criminale. Un hub economico in cui si muovono all’unisono cartelli di prima grandezza, tra questi i clan calabresi dei Mancuso, dei Mazzaferro-Morabito, nonché il clan Senese operativo nella Capitale.
L’evoluzione del processo sta svelando una stretta alleanza tra la cosca Mazzaferro-Morabito e i Senese, uniti non più da logiche di spartizione territoriale, ma dalla necessità di ripulire fiumi di denaro sporco. I contorni di questa penetrazione economica si fanno nitidi a partire dal marzo 2018, quando il Centro Operativo Dia focalizza l’attenzione sulla famiglia calabrese Gangemi, stanziata tra Aprilia e Roma, considerata dagli inquirenti una diretta «espressione della nota cosca di ‘Ndrangheta dei De Stefano di Reggio Calabria». Attorno a queste figure si palesa la capacità della mafia calabrese nel Lazio di coniugare una «spiccata capacità di infiltrazione economica» al costante «esercizio della violenza».
La Capitale viene percepita come uno snodo strategico dove la convivenza è la regola aurea per moltiplicare i profitti. Nelle intercettazioni Roma viene fotografata come «una piazza strategica ed estremamente importante, dove sono stabilmente presenti ed egemoni tutte le principali cosche della ‘Ndrangheta e i clan della Camorra, a partire dalla famiglia Senese». 

Il business dell’oro nero: il meccanismo del riciclaggio

A tratteggiare i contorni tecnici del salto di qualità imprenditoriale delle mafie è stata la deposizione del colonnello dei Carabinieri Danilo Lacerenza, davanti alla Corte presieduta da Enrichetta Venneri. Sollecitato dalle domande del pubblico ministero Francesco Cascini, Lacerenza ha descritto minuziosamente il meccanismo delle frodi carosello nel settore petrolifero. «Nel riciclaggio nel settore degli idrocarburi, la criminalità organizzata per poter mettere in atto questa strategia ha la necessità di costituire delle società filtro, delle quali bisogna avere quantomeno il controllo di un deposito fiscale, perché il prodotto idrocarburo importato dall’estero deve essere in primis nazionalizzato attraverso il versamento dell’accise. In una fase in cui la disciplina lo consentiva, la criminalità organizzata utilizzava lo strumento della lettera di intenti, attraverso un broker finanziario si acquistava il prodotto già nazionalizzato da un deposito fiscale e si dichiarava di essere un broker preposto per commercializzare il prodotto all’estero. In realtà il prodotto non seguirà il percorso estero, ma nazionale. E in questo caso che l’iva non versata per queste operazioni è il guadagno della criminalità organizzata. Quando cambia la normativa cambia la strategia: l’organizzazione provvederà a elaborare strumenti falsi per consentire la fuoriuscita del prodotto dal deposito fiscale».

Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato

Argomenti
Categorie collegate

x

x