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il ricordo

«Addio a Baresi, l’uomo che mi insegnò ad amare il calcio a 14 anni»

Il ritratto del campione rossonero e azzurro scomparso oggi all’età di 66 anni

Pubblicato il: 31/07/2026 – 17:58
di Ennio Stamile
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Il mondo del calcio si è svegliato con il cuore spezzato: Franco Baresi, l’ultimo grande libero e leggenda del Milan e della Nazionale, è morto a 66 anni. La notizia, arrivata dopo una coraggiosa battaglia contro una grave malattia polmonare, cancella un pezzo della mia giovinezza. Il Milan, che ha tributato un minuto di silenzio in Australia durante i propri allenamenti, ha riassunto il dolore collettivo con parole definitive: “La nostra storia è in lacrime”.
Per chi scrive, però, questa perdita non è solo sportiva. È un viaggio indietro nel tempo.
Ci sono momenti che segnano il confine esatto tra l’infanzia e l’adolescenza. Nel 1978, io avevo esattamente 14 anni. Era un’età di sogni disordinati, di qualche poster attaccato alle pareti della camera da letto e di una passione pura per il calcio, lontano dal business esasperato di oggi.
Fu in quell’anno che Nils Liedholm, altro gigante del calcio mondiale, decise di lanciare in prima squadra un ragazzino magro, silenzioso e dal volto già serio: Franco Baresi. All’epoca lo chiamavano tutti “Piscinìn” (il piccolino), ma in campo sembrava un corazziere. Ricordo perfettamente lo stupore dei miei 14 anni nel vedere quel giovane difensore muoversi con la calma di un veterano, guidando la difesa rossonera con una personalità che sembrava quasi innaturale per l’età.
Mentre io cercavo il mio posto nel mondo, lui si prendeva il suo sul prato di San Siro, diventando da subito il pilastro del Milan della stella.
Franco Baresi è stato molto più di un fuoriclasse; è stato una figura di riferimento etica e morale. In un calcio che iniziava a cambiare, lui ha incarnato valori rari. La Fedeltà assoluta: Ha indossato un’unica maglia di club per vent’anni, dal 1977 al 1997; L’Orgoglio nella tempesta: È sceso in Serie B con il Milan senza mai protestare, riportando la squadra in cima al mondo; L’Eleganza del silenzio: Parlava pochissimo, preferendo l’esempio dei fatti alle parole urlate; La Leadership carismatica: Bastava quel braccio sinistro alzato per chiamare il fuorigioco o per dare coraggio a tutto lo stadio.
Chi lo ha affrontato lo ha sempre descritto come un avversario duro ma straordinariamente corretto. Fuori dal campo, la sua innata riservatezza e la sua signorilità lo hanno reso un modello di compostezza per intere generazioni di tifosi, me compreso. Un grande regista e intellettuale del nostro tempo, Werner Herzog, ebbe a pronunciare uno dei più grandi tributi calcistici  a Franco Baresi quando disse: “non c’è mai stato un altro calciatore che abbia compreso così bene fisicamente il concetto di spazio. Mi piacerebbe davvero, nel fare i miei film, essere uno che riesce a capire il cuore dell’uomo e gli spazi come l’Amazzonia, proprio come Baresi ha capito il gioco”.
Oggi che Franco Baresi non c’è più, quel ragazzino di 14 anni che gridava il suo nome sui campi di calcio di fortuna, pieni di polvere e di sassi, o davanti alle vecchie TV a tubo catodico sente una morsa allo stomaco. Se ne va l’ultimo grande libero del calcio mondiale, l’uomo che ci ha insegnato che si può essere leader mantenendo la propria umiltà e lealtà.
Il Milan perde il suo “Rossonero del Secolo”, ma chi ha vissuto quegli anni perde un punto di riferimento insostituibile. È vero quanto si dice a proposito dei campioni che vincono ma le leggende rimangono. E tu rimani …Buon viaggio, Capitano.

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