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La sentenza

La ‘ndrangheta è una. La Corte d’Appello lo conferma: «Epicentro» regge anche in secondo grado

Il processo nato dall’unificazione delle inchieste “Malefix”, “Nuovo Corso” e “Metameria” della Dda di Reggio Calabria

Pubblicato il: 11/06/2026 – 10:29
di Paola Suraci
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La ‘ndrangheta è una. La Corte d’Appello lo conferma: «Epicentro» regge anche in secondo grado

REGGIO CALABRIA C’è una parola che attraversa tutta la storia giudiziaria di «Epicentro», e che la sentenza della Corte d’Appello di Reggio Calabria, pronunciata mercoledì 10 giugno, torna a certificare con la forza di un secondo giudicato: unitarietà. La ‘ndrangheta reggina non è una galassia di famiglie in perenne conflitto, non è il coacervo di clan rivali che si combattono per un vicolo o un appalto. È un sistema. Ha una gerarchia, ha un centro di gravità, ha un nome: cosca De Stefano, di Archi. Questa è la tesi che la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria ha costruito negli anni, sostenuto in aula e visto accolta prima dal Tribunale collegiale nel settembre 2024 e adesso, senza modifiche, dalla Seconda sezione penale della Corte d’Appello. Il collegio presieduto dalla giudice Elisabetta Palumbo — con i consiglieri Simone de Roxas e Francesca Familiari — ha confermato integralmente tutte le condanne del troncone ordinario del maxi processo. Nessuna pena ridotta. Nessun proscioglimento aggiuntivo. Il quadro sanzionatorio esce dal secondo grado esattamente come ci era entrato.

La ‘ndrangheta destefanocentrica

Il cuore di «Epicentro» non sta nelle singole condanne, per quanto pesanti. Sta nella lettura del fenomeno mafioso che il processo ha consegnato alla storia giudiziaria della città. Secondo la Dda, le storiche divisioni tra le cosche reggine — quelle che per decenni avevano alimentato faide, stragi, equilibri instabili — erano state progressivamente superate da una logica di convergenza e coordinamento. Le famiglie si erano federate, non sciolte. Avevano mantenuto le proprie sfere di influenza, i propri territori, le proprie gerarchie interne. Ma avevano imparato a muoversi insieme, a spartirsi i proventi del racket senza disperdere energie in conflitti aperti, a riconoscersi reciprocamente dentro un ordine condiviso. Al vertice di quell’ordine, i De Stefano. La cosca di Archi — con le sue propaggini nei Tegano e nei Molinetti — era il riferimento obbligato, il soggetto davanti al quale, secondo i magistrati, tutti alla fine facevano un passo indietro. Attorno a questo nucleo gravitavano i Condello, sempre ad Archi, i Barreca di Pellaro e Bocale, i Libri di Cannavò, i Ficara-Latella di Ravagnese, gli Zito-Bertuca e i Rugolino di Catona. Non alleati occasionali, ma ingranaggi di una macchina criminale che la Procura ha definito con un’espressione destinata a restare negli atti: «definitiva e unitaria sinergia».

Le radici del processo

«Epicentro» non nasce da un’intuizione improvvisa. È il risultato di anni di lavoro investigativo che la Direzione distrettuale antimafia ha scelto di unificare in un unico fascicolo processuale, convinta che tre inchieste distinte — «Malefix», «Nuovo Corso» e «Metameria» — stessero guardando facce diverse dello stesso prisma criminale. Da angolazioni diverse, gli investigatori avevano documentato lo stesso fenomeno: le nuove generazioni della cosca di Archi che si muovevano tra Gallico e il centro città, il racket che stringeva commercianti e imprenditori lungo corso Garibaldi, la cosca Barreca che tornava a farsi sentire nella fascia sud tra Pellaro e Bocale. Episodi apparentemente separati, territori distanti, famiglie con storie diverse. Eppure, mettendo insieme i pezzi, emergeva un disegno unitario: non cosche in guerra tra loro, ma ingranaggi di un sistema che aveva imparato a spartirsi la città senza disperdere energie in conflitti aperti, a riconoscersi dentro un ordine condiviso, a muoversi in quella che i magistrati della Dda hanno chiamato «definitiva e unitaria sinergia». Sullo sfondo di questa ricostruzione, una figura: Luigi Molinetti, detto «Gino la Belva», esponente di primissimo piano della cosca di Archi e già condannato in precedenza per partecipazione alla consorteria De Stefano-Tegano. Secondo gli inquirenti, le sue spinte scissioniste — il tentativo di strappare autonomia alla casa madre e conquistare il controllo mafioso di Gallico insieme ai suoi figli — avevano rischiato di far deflagrare un vero e proprio terremoto dentro la ‘ndrangheta reggina. A scongiurarlo erano stati gli arresti della Dda a partire dall’estate del 2020. Gino Molinetti ha risposto della sua posizione nel filone abbreviato del processo, dove la Corte d’Appello gli ha inflitto diciotto anni di reclusione. Nel troncone ordinario definito oggi compaiono invece i suoi familiari: Salvatore Giuseppe Molinetti, classe 1989, e Alfonso Molinetti, classe 1995.

Le condanne

I numeri del dispositivo sono quelli della sentenza del 6 settembre 2024, immutati. Giovanni Domenico Rugolino — detto «Craxi», esponente della cosca omonima di Catona — si vede confermare trent’anni di reclusione, in continuazione con condanne precedenti: la pena più alta del troncone ordinario. Salvatore Giuseppe Molinetti, indicato dagli inquirenti tra gli esponenti più attivi delle nuove leve di Archi: diciannove anni. Salvatore Laganà: quindici. Domenico Bruno e Alfonso Molinetti: quattordici anni ciascuno. Francesco Minniti: dodici. Alessio D’Agostino: tre anni e sei mesi. Roberto Smeriglio: tre anni. Giuseppe Condello: due anni. Alessio Smeriglio: due anni con sospensione condizionale. La Corte ha inoltre condannato quasi tutti gli imputati al pagamento delle spese processuali del grado. Bruno, i due Molinetti, Laganà, Rugolino e Minniti sono stati condannati anche a rifondere le spese di rappresentanza processuale delle parti civili costituite: duemilacinquecento euro ciascuna, oltre gli accessori di legge.
La Corte si è riservata novanta giorni per il deposito delle motivazioni della sentenza. Quando le motivazioni saranno depositate, le difese avranno il testo su cui costruire i ricorsi per la Cassazione.

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