La nuova frontiera delle mafie passa dalla finanza: così la ‘ndrangheta conquista l’economia legale
Criptovalute e società schermo: il generale Molinese descrive il potere delle cosche che oggi si misura nella capacità di investire e riciclare capitali attraverso reti e professionisti compiacenti

Non è più il tempo delle valigie piene di contanti. Le organizzazioni mafiose, e in particolare la ‘ndrangheta, oggi si muovono dentro circuiti economici e finanziari sempre più sofisticati, sfruttando competenze professionali, società di comodo, strumenti finanziari complessi e persino il mondo delle criptovalute. A confermare questo quadro è stato generale di divisione Vincenzo Molinese, comandante del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, in un’intervista pubblicata dal Sole 24 Ore a firma di Ivan Cimmarusti.
Il cuore della riflessione è semplice quanto inquietante: il riciclaggio non consiste più soltanto nel “ripulire” denaro sporco, ma nell’inserire capitali criminali direttamente nei meccanismi dell’economia legale, spesso rendendo difficile distinguere il confine tra impresa e criminalità.
«Si registrano spesso complicità di professionisti, facilitatori, prestatori di servizi che permettono alle organizzazioni criminali di andare oltre i metodi tradizionali di riciclaggio», osserva Molinese. Un passaggio che assume un significato particolare se letto alla luce della storia recente della ‘ndrangheta, oggi considerata da molti investigatori la più potente e ramificata organizzazione mafiosa italiana, grazie alla sua capacità di operare contemporaneamente nei territori d’origine e nei mercati internazionali.
Il comandante del Ros evidenzia come la sfida si sia ormai spostata su una «finanza più sofisticata», dove entrano in gioco esperti di intelligence finanziaria, strumenti derivati, piattaforme digitali e «cripto-attività», spesso collegate a circuiti internazionali che rendono più difficile seguire il denaro. In questo scenario, la tradizionale attività investigativa deve affiancarsi a competenze tecnologiche e finanziarie sempre più avanzate.
Le indagini più recenti
Non si tratta di un rischio teorico. Le più recenti indagini antimafia confermano come questo modello sia già pienamente operativo.
Nell’ambito dell’operazione “Bononia Gate”, la Direzione distrettuale antimafia di Bologna ha coordinato un vasto sequestro patrimoniale tra Emilia-Romagna, Lombardia, Lazio e Calabria. L’inchiesta ha riguardato società attive nel commercio e nei servizi, ritenute – secondo gli investigatori – funzionali a un sistema di riciclaggio basato su fatturazioni per operazioni inesistenti, trasferimenti infragruppo e intestazioni a prestanome. Il provvedimento ha colpito anche immobili e attività economiche considerate strumentali alla movimentazione di capitali di origine illecita.
Un’altra indagine della Guardia di Finanza ha portato all’amministrazione giudiziaria di un operatore attivo nel settore delle criptovalute e degli ATM crypto, ritenuto esposto a rilevanti flussi sospetti di conversione tra contanti e asset digitali. Secondo gli inquirenti, il sistema avrebbe consentito la trasformazione e il frazionamento di somme di denaro in criptovalute, rendendo più complessa la tracciabilità dei movimenti finanziari.
Ma nel 2025, il quadro investigativo aveva evidenziato dinamiche simili. A Reggio Calabria, la Guardia di Finanza e la Direzione distrettuale antimafia hanno eseguito un maxi-sequestro da oltre 140 milioni di euro nell’ambito dell’operazione “Andrea Doria”. L’indagine ha ricostruito presunte infiltrazioni della ‘ndrangheta nel settore dei prodotti petroliferi, attraverso società formalmente regolari, triangolazioni commerciali internazionali e frodi fiscali sistematiche, finalizzate alla creazione di capitali da reinvestire nell’economia legale.
Sempre nel Reggino, un’altra attività patrimoniale ha portato al sequestro e alla confisca di beni per circa 6 milioni di euro nei confronti di soggetti ritenuti vicini a diverse cosche storiche, tra cui Tegano, Alvaro, Piromalli, Pesce e Bellocco. L’inchiesta ha messo in luce un sistema di accumulo e reinvestimento di ricchezza attraverso imprese, attività commerciali e disponibilità finanziarie apparentemente lecite, ma ritenute dagli investigatori frutto di capitali illeciti.
Anche la più recente attività di prevenzione patrimoniale su soggetti condannati per reati di mafia nella provincia di Reggio Calabria conferma la stessa strategia: aggredire il patrimonio per interrompere il circuito economico che alimenta le cosche, seguendo il denaro più che gli uomini. Del resto, come sottolinea Molinese, «l’applicazione sistematica delle confische e delle misure di prevenzione rappresenta uno degli strumenti più efficaci per contrastare l’inquinamento mafioso dell’economia legale».
La sfida contro il riciclaggio invisibile
È probabilmente qui che si gioca la partita decisiva. Perché la mafia contemporanea non punta più soltanto al controllo del territorio, ma al controllo delle filiere economiche, delle imprese in difficoltà, dei flussi finanziari e delle opportunità offerte dalla globalizzazione. E la ‘ndrangheta, grazie alla sua dimensione transnazionale e alla sua straordinaria capacità di adattamento, rappresenta oggi il laboratorio più avanzato di questa trasformazione.
La lotta alle mafie, dunque, non passa più soltanto dalle manette o dai latitanti catturati. Passa sempre più spesso dai bilanci societari, dagli algoritmi finanziari, dalle operazioni bancarie e dalle tracce digitali lasciate dal denaro. Una sfida che, avverte Molinese, richiede «formazione continua degli investigatori, collaborazione con le professionalità specialistiche e un costante adeguamento alle evoluzioni della finanza e della tecnologia». È lì che si combatte la guerra più importante: quella contro il riciclaggio invisibile. (f.v.)
Il Corriere della Calabria è anche su Whatsapp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato