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la filiera dell’illegalità

L’infiltrazione delle cosche e il riciclaggio nei campi: così la ‘ndrangheta svuota i fondi Ue e sfrutta i braccianti

Un’architettura finanziaria complessa, dove il caporalato è l’ultimo anello di una catena criminale che unisce la schiavitù nei campi alle truffe, come emerge dall’analisi di Fabio Vitale (Agea) in C…

Pubblicato il: 15/06/2026 – 7:01
di Mariateresa Ripolo
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L’infiltrazione delle cosche e il riciclaggio nei campi: così la ‘ndrangheta svuota i fondi Ue e sfrutta i braccianti

ROMA Un’architettura finanziaria complessa, dove il caporalato è l’ultimo anello di una catena criminale che unisce la schiavitù nei campi alle truffe ai danni dello Stato e dell’Unione Europea. Le mafie, e la ’ndrangheta in prima fila, utilizzano l’agricoltura come un immenso bancomat e, al contempo, come ammortizzatore sociale interno. Uno scenario che emerge con chiarezza dai lavori della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e agli illeciti ambientali e agroalimentari. L’analisi si è concentrata sugli eventi di Amendolara, nel Cosentino, dove quattro braccianti sono stati uccisi, bruciati vivi all’interno di un’auto per ritorsione da parte dei caporali.
A delineare i meccanismi di questo sistema è stato Fabio Vitale, direttore generale dell’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea), nel corso di un’audizione volta a ricostruire la filiera dell’illegalità attraverso i dati in possesso dell’agenzia.
L’analisi di Vitale prende le mosse proprio dal violento fatto di cronaca avvenuto in Calabria, e su quanto emerso dalle indagini in base alla testimonianza dell’unico sopravvissuto alla strage: i quattro braccianti avevano fatto richieste lavorative ben precise e il rifiuto dei caporali ha portato alla loro eliminazione, in un contesto di «continua estorsione» sul territorio. La violenza diventa così lo strumento estremo per mantenere l’assoluto controllo sulla manodopera e reprimere sul nascere ogni rivendicazione di legalità.

Il meccanismo della truffa: l’incrocio dei dati 

I flussi finanziari descritti durante l’audizione svelano una duplice frode ai danni delle casse pubbliche. Vitale ha spiegato che, da un lato, le informazioni inviate all’Inps dalle imprese agricole risultano «gonfiate sul numero dei lavoratori cosiddetti impiegati» al fine di far ottenere loro una maggiore disoccupazione agricola. Dall’altro lato, le medesime aziende presentano dichiarazioni basate su «maggiori estensioni territoriali» con l’unico obiettivo di incassare più finanziamenti comunitari. Il risultato del primo incrocio massivo tra i database dell’istituto di previdenza e il fascicolo aziendale di Agea ha rivelato che «circa l’80 per cento di queste dichiarazioni non sono correlate».

L’infiltrazione delle cosche e il riciclaggio nei campi

Rispondendo ai quesiti della Commissione sull’incidenza delle organizzazioni criminali e della ‘ndrangheta nel settore agroalimentare, il direttore di Agea ha chiarito come i fondi europei e l’assistenza previdenziale vengano utilizzati dai clan persino «come welfare nell’ambito delle stesse organizzazioni criminali». Il sistema si regge su due pilastri: i finanziamenti comunitari e le indennità di disoccupazione agricola gestite illecitamente. Per alimentare questo circuito, la criminalità organizzata si muove nella direzione di «malversazione nei confronti di stessi proprietari terrieri o di appropriazioni indebite di terreni», finalizzate a riciclare il denaro ottenuto. Al di sotto di questa struttura si genera un mercato illegale parallelo gestito da aziende produttive riconducibili direttamente ai clan, ma condotte formalmente da «teste di legno per quanto concerne l’utilizzo improprio della manodopera».

Intelligence tecnologica e l’ipotesi dell’assistente istituzionale

Per contrastare il fenomeno, Agea sta implementando una strategia basata sull’innovazione tecnologica, introducendo all’interno della Carta dei suoli un livello informativo dedicato al caporalato. L’obiettivo è sviluppare un’attività di intelligence amministrativa. L’idea cardine è quella di creare un’anagrafe dei lavoratori che ne tracci la posizione e i diritti, convertendo «la figura del caporale, che è uno sfruttatore e che quindi alimenta questo sistema negativo, in una figura istituzionalizzata. Si tratterebbe di creare un assistente istituzionale che raccolga, che coordini, che indirizzi questi lavoratori in base alle informazioni che abbiamo noi anche insieme all’INPS, all’interno delle aziende in maniera qualificata». «L’attività che noi stiamo cercando di fare, proprio nell’ambito di una visione che ci siamo costruiti, non è soltanto quella di andare a creare le condizioni di valorizzazione del dato per contrastare il lavoro sommerso in agricoltura, cioè lo sfruttamento, ma quello di andare a creare i presupposti per la costruzione di una banca dati di fabbisogno che sia accompagnata anche da una anagrafica di questi lavoratori, il che avrebbe un impatto anche diverso rispetto alla gestione della immigrazione, laddove la stragrande maggioranza di queste persone poi vengono sfruttate nel mondo dell’agricoltura».
Se i dati indicano che un’azienda opera in sottorganico rispetto alle colture, lo Stato può intervenire preventivamente, «intimare di venire a fare un accertamento» e dimostrare visibilmente la propria presenza e attività di controllo.

Il nodo burocratico delle amministrazioni a compartimenti stagni

L’efficacia di queste soluzioni si scontra tuttavia con i limiti strutturali della pubblica amministrazione. Vitale ha sottolineato come la tendenza a lavorare a «compartimenti stagni» rappresenti il vero e proprio vulnus del sistema. Nonostante la disponibilità di tecnologie e dati precisi in grado di colpire in tempo reale le aziende disoneste, la mancanza di un progetto ben definito a valle rischia di far rimanere le cabine di regia e i tavoli concertati «nell’ambito della teoria». Senza una regia di sistema che unifichi le banche dati di Agea, Inps, Ispettorato del Lavoro e Guardia di Finanza per un presidio quotidiano del territorio, le azioni di contrasto sono destinate a rimanere «episodiche e circoscritte». Un ulteriore ostacolo è rappresentato dall’impossibilità di accedere e incrociare i dati delle fatturazioni con l’Agenzia delle Entrate: «Questo è un altro grave limite che noi incontriamo, ad esempio con l’Agenzia delle entrate, e che non riusciamo a leggere. Non ci è data la possibilità di leggere queste fatturazioni e questo è un altro elemento di debolezza. Non possiamo incrociare il dato e, quindi, capire l’involuzione di questi comportamenti».

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