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’Ndrangheta, l’ombra lunga dello “Zio” Luigi Mancuso sui maxiprocessi: il boss resta al centro del potere criminale vibonese

Dai 30 anni in Rinascita-Scott ai 13 anni e 4 mesi dell’ultima sentenza Maestrale, il boss di Limbadi attraversa i grandi processi tra stralci, riunioni e il ruolo di garante della “pax mafiosa”

Pubblicato il: 02/07/2026 – 16:49
di Giorgio Curcio
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’Ndrangheta, l’ombra lunga dello “Zio” Luigi Mancuso sui maxiprocessi: il boss resta al centro del potere criminale vibonese

LAMEZIA TERME Quella rimediata ieri non è soltanto l’ultima condanna. È un altro tassello dentro una lunga sequenza giudiziaria che continua a riportare lo “Zio” Luigi Mancuso al centro delle ricostruzioni sulla ’ndrangheta vibonese da protagonista assoluto. Il Tribunale di Vibo Valentia, nel maxiprocesso Maestrale-Olimpo-Imperium, ha inflitto al boss di Limbadi 13 anni e 4 mesi di carcere, a fronte di una richiesta della Dda pari a 12 anni. Una condanna arrivata dentro una sentenza complessa, segnata da molte assoluzioni e dal ridimensionamento di diversi capitoli accusatori legati ai cosiddetti “colletti bianchi”, ma che conferma comunque un dato: nelle grandi inchieste sulla provincia di Vibo Valentia, il nome di Mancuso resta uno snodo centrale.

Le condanne rimediate in Petrolmafie e Rinascita-Scott

Non è la prima volta, negli ultimi mesi, che i giudici tornano sul peso criminale attribuito allo “Zio Luigi”. Il 18 dicembre scorso la Corte d’Appello di Catanzaro, nel processo Rinascita-Scott, lo ha condannato a 30 anni di carcere, accogliendo la ricostruzione accusatoria sul suo ruolo di elemento di vertice della ’ndrangheta vibonese. In questo scenario si innesta uno dei passaggi processuali più delicati, utile a comprendere anche perché il suo nome, nel frattempo, sia scomparso dal binario d’appello di Petrolmafie. La posizione di Mancuso, infatti, non è venuta meno nel merito. È stata separata per ragioni procedurali e poi riunita all’appello di Rinascita-Scott. In primo grado il boss di Limbadi era stato giudicato nel filone Petrolmafie-Dedalo, dopo lo stralcio dalla posizione principale di Rinascita-Scott, e il Tribunale collegiale di Vibo Valentia lo aveva condannato a 30 anni. In appello, però, la sua posizione è stata nuovamente stralciata da Petrolmafie per una questione di incompatibilità funzionale di un componente del collegio. Il nodo riguarda l’astensione del giudice Giovanna Mastroianni, sollevata dai difensori di Mancuso, gli avvocati Paride Scinica e Francesco Calabrese. Il magistrato aveva ricoperto in passato le funzioni di gip distrettuale nell’inchiesta Rinascita-Scott, autorizzando intercettazioni che coinvolgevano lo stesso Mancuso. Da qui il nuovo stralcio dal processo Petrolmafie e il transito della posizione del boss dalla prima alla seconda sezione della Corte d’Appello di Catanzaro, davanti alla quale si stava celebrando il processo di secondo grado nato dalla maxioperazione Rinascita-Scott.

Il gruppo Mancuso-D’Amico

Il quadro che emerge alla luce dell’ultima condanna è quello di una stratificazione giudiziaria. Prima Petrolmafie, con la condanna di primo grado a 30 anni per gli affari nel settore dei carburanti e per il ruolo attribuito al gruppo Mancuso – D’Amico. Poi Rinascita-Scott d’appello, dove la sua posizione viene riassorbita e dove i giudici confermano una pena pesantissima. Infine Maestrale-Olimpo-Imperium, con altri 13 anni e 4 mesi, dentro un procedimento che ha colpito ancora una volta le articolazioni della ’ndrangheta vibonese e i suoi equilibri criminali. C’è un dato: la centralità di Luigi Mancuso, nelle carte, non si misura soltanto con gli anni di carcere ma nella “funzione” che gli viene attribuita, rendendolo a tutti gli effetti una figura diversa rispetto agli altri sodali. Nelle motivazioni di Rinascita-Scott, ad esempio, la sua leadership viene descritta come quella di un soggetto capace di comporre fratture e tensioni dentro la famiglia Mancuso, ma anche di parlare a un sistema più ampio di cosche.

Mancuso «figura di garanzia»

Non solo Limbadi, non solo il Vibonese. Secondo la ricostruzione giudiziaria, Luigi Mancuso avrebbe rappresentato un punto di equilibrio, una figura di garanzia, un riferimento riconosciuto dalle ’ndrine anche in assenza di una subordinazione gerarchica diretta. È il tema della “pax mafiosa” richiamato nelle carte: una stagione in cui la forza criminale non passa soltanto attraverso l’esplosione della violenza, ma anche attraverso la capacità di mediazione, il controllo dei rapporti, la gestione dei conflitti e la ricerca dell’assoggettamento. Una strategia che, secondo gli investigatori, avrebbe consentito a Mancuso di riorganizzare gli equilibri dopo il ritorno in libertà del 2012, quando aveva terminato di scontare 19 anni di carcere per le condanne nei processi Tirreno e Count Down.
Proprio quelle sentenze storiche costituiscono il retroterra della figura criminale di Mancuso. Nel processo Tirreno, in particolare, era già emersa la dimensione ultravibonese del boss di Limbadi, capace di interfacciarsi con soggetti di pari livello sul piano regionale. Le successive ricostruzioni della Dda di Catanzaro hanno poi provato a leggere quel ruolo con una prospettiva ancora più ampia, attribuendo allo “zio” Luigi il ruolo di “snodo” dentro una federazione criminale più complessa. Nella memoria depositata in appello a Rinascita-Scott, i pm hanno insistito proprio su questo profilo. Luigi Mancuso viene collocato dentro un reticolo di potere che supera la dimensione locale e che richiama i rapporti con le grandi famiglie della ’ndrangheta calabrese. Il suo nome viene accostato all’asse Pesce-Piromalli-Mancuso, indicato come uno dei punti fondamentali per comprendere la proiezione regionale del potere criminale.

L’ultima sentenza

Da qui la rilevanza dell’ultima condanna in Maestrale. In una sentenza che ha visto cadere molte accuse, soprattutto nei confronti di professionisti, amministratori e presunti terminali della zona grigia, la pena inflitta a Mancuso resta uno dei passaggi più significativi. Non perché chiuda il percorso giudiziario, destinato evidentemente a proseguire nei successivi gradi, ma perché si inserisce in una linea ormai consolidata dalle ultime decisioni: il boss di Limbadi continua a essere considerato, nelle aule giudiziarie, uno dei principali riferimenti della ’ndrangheta vibonese. Il suo percorso processuale, negli ultimi anni, è stato segnato da stralci, riunioni, incompatibilità dei collegi e passaggi da un procedimento all’altro. Ma dietro la complessità tecnica resta il dato sostanziale: Petrolmafie, Rinascita-Scott e Maestrale raccontano tre segmenti dello stesso sistema criminale. Gli affari economici, il controllo del territorio, la capacità di condizionamento e la funzione di raccordo tra le cosche. (g.curcio@corrierecal.it)

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