Il sacrificio del giudice Ferlaino, Lamezia rinnova la memoria 51 anni dopo l’agguato
Fiori ai piedi della stele su corso Nicotera per ricordare il magistrato ucciso il 3 luglio 1975. Strangis: «Fulgido esempio per la legalità». La nipote Marina: «Il suo sacrificio non è vano»

LAMEZIA TERME Fiori ai piedi della stele che ne custodisce la memoria, su corso Nicotera, nel luogo simbolo di una ferita ancora aperta. Lamezia Terme ha ricordato questa mattina Francesco Ferlaino, magistrato ucciso il 3 luglio 1975 in un agguato mafioso nei pressi della sua abitazione.
La cerimonia commemorativa, promossa dall’Associazione nazionale magistrati (sottosezione del distretto di Catanzaro), si è svolta davanti alla stele dedicata all’avvocato generale della Corte d’appello di Catanzaro, figura rimasta nella storia giudiziaria calabrese come esempio di rigore, indipendenza e servizio allo Stato. Presenti il nuovo procuratore capo di Lamezia, Elio Romano, il sindaco Mario Murone, le forze dell’ordine, Francesco Cefalà della Fondazione Trame e Marco Bisogni del Csm.

«Esempio per tutti»
«La figura di Francesco Ferlaino è entrata nella coscienza individuale di ciascuno di noi», ha ricordato il presidente Giovanni Strangis, sottolineando il valore civile e istituzionale della sua testimonianza. «A lui guardiamo come a un fulgido esempio per l’affermazione della legalità e per il contrasto al crimine organizzato». Un esempio che, a distanza di oltre mezzo secolo, continua a parlare al presente: «Dare la vita nell’adempimento del proprio dovere supera tutta la distanza temporale che ci separa da quel tragico luglio del 1975 e veste di attualità la sua figura, rinnovando la nostra attività di cittadini impegnati per la legalità».
L’agguato
Il 3 luglio 1975, a 61 anni, Ferlaino stava tornando a casa dopo la mattinata trascorsa al Palazzo di giustizia di Catanzaro. Viaggiava verso Nicastro, dove abitava in corso Nicotera, a bordo della Fiat 124 di servizio guidata dall’appuntato dei carabinieri Felice Caruso. Erano circa le 13.30 quando l’auto si fermò nei pressi della sua abitazione. Il magistrato scese, percorse pochi metri e venne raggiunto da due scariche di lupara esplose da un’auto sbucata da una traversa. Morì sul marciapiede, davanti a casa.
L’agguato ebbe la firma brutale della criminalità organizzata: in pieno giorno, in pieno centro, con il commando che agì a volto scoperto. L’auto usata dai killer, un’Alfa rubata, venne ritrovata il giorno dopo a Copanello. I sospetti caddero su due persone poi assolte, mentre a distanza di mezzo secolo nessun colpevole è stato individuato per l’omicidio del magistrato. Ferlaino è ricordato come il primo magistrato ucciso dalla criminalità organizzata in Calabria. A distanza di 51 anni, il suo omicidio resta un delitto senza colpevoli, ma anche uno dei passaggi più drammatici nella storia del contrasto alla ’ndrangheta e ai suoi sistemi di potere. Il deposito dei fiori davanti alla stele ha rinnovato il valore di una memoria che non è soltanto celebrazione, ma richiamo alla responsabilità delle istituzioni e della comunità civile.



«Ricordandolo, il suo sacrificio non è invano»
Accanto alla memoria pubblica resta quella privata, affidata alle parole della nipote Marina Ferlaino. «Era dolcissimo, era un uomo eccezionale. Io e mio fratello abbiamo il ricordo della sua dolcezza, del suo affetto e della sua presenza costante con noi nipoti. Ogni sera stava con noi, tornava dal lavoro e veniva da giù». Il ricordo familiare si intreccia con quello dell’uomo delle istituzioni: «Una figura importante che ha seguito processi importanti e per questo noi riteniamo che abbia perso la vita, purtroppo, in questo modo barbaro». l suo sacrificio, ha aggiunto Marina Ferlaino, non appartiene soltanto al passato: «Ricordandolo, il suo sacrificio non è invano. Alimentiamo la memoria, continuiamo a mantenere vivo il suo ricordo e la sua figura per le generazioni future». Una memoria che, a Lamezia, continua a interrogare il presente: sul rapporto tra giustizia e territorio, sul dovere di non dimenticare e sulla necessità di tenere viva la testimonianza di chi ha pagato con la vita il proprio impegno nelle istituzioni. (g.curcio@corrierecal.it)
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