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la riflessione

O’scià: Papa Leone a Lampedusa tra catarsi pop e retorica identitaria

Le parole del Pontefice scuotono il dibattito su accoglienza e identità

Pubblicato il: 05/07/2026 – 10:49
di Ennio Stamile
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O’scià: Papa Leone a Lampedusa tra catarsi pop e retorica identitaria

L’omelia pronunciata da Papa Leone XIV a Lampedusa scuote nel profondo le nostre coscienze, ponendo l’Italia, l’Europa e gli USA, di fronte a una responsabilità storica ed epocale sul dramma dei migranti. Le sue parole chiare e dirette contro chi “ha paura di contaminarsi” e la denuncia dei morti in mare, definiti vittime sia di “decisioni prese” sia di “decisioni mancate”, non sono un monito da predicozzo domenicale. Rappresentano una puntuale e spietata radiografia delle nostre contraddizioni sociali, sospese tra l’evasione di massa dei grandi eventi culturali e la radicalizzazione del dibattito identitario, in questi giorni sempre più acceso anche grazie ai Social.
Nel panorama collettivo odierno, l’appello alla solidarietà universale del Pontefice si scontra e si intreccia inevitabilmente con due fenomeni emblematici della nostra attualità: l’estasi pop del concerto di Ultimo e la retorica sempre più divisiva del generale Vannacci.
Mentre Papa Leone XIV parlava dal “campo sportivo Arena” in un’isola desolata, nella nostra torrida capitale, a Tor Vergata,   250.000 giovani riempivano l’area evento, per il concerto di Ultimo, cantando a squarciagola inni generazionali sulla solitudine e sulla ricerca di un proprio posto nel mondo.
Questo contrasto non deve tradursi in una sterile colpevolizzazione del divertimento. Rivela, piuttosto, un paradosso profondo: la stessa generazione capace di commuoversi per i testi, alcuni davvero interessanti, di Ultimo, si ritrova talvolta anestetizzata – non tutta ovviamente – di fronte alla vulnerabilità reale delle vite sospese nel Mediterraneo. Il cantautore canta degli “ultimi” intesi come emarginati emotivi ed esistenziali. Certamente in quei testi moltissimi giovani si sentono compresi, perché si parla di loro e con loro, credo sia questa, in fondo, la forza straordinaria della canzone d’autore. È certo, però, “che in quei testi i giovani non potranno trovare risposte alle tante loro domande esistenziali”. Il Papa costringe, invece, a guardare gli ultimi che abitano la nostra quotidianità. Il rischio, sempre latente, della società attuale è quello di confondere la compassione estetica di una canzone con la responsabilità etica richiesta dalla realtà.
Quando il Pontefice condanna severamente “chi ha paura di contaminarsi”, smantella l’idea stessa che l’integrazione sia una minaccia per l’identità nazionale. L’omelia di Lampedusa ci ricorda che la vera minaccia non è la perdita di una presunta purezza culturale, ma l’indurimento del cuore. La difesa a oltranza di un perimetro ideologico, sbandierata da Vannacci (e dal suo omologo Salvini versione Tramputiniana) come atto di realismo e patriottismo, viene ridefinita dal Papa come un pericoloso arroccamento che nega la dignità umana e l’eredità spirituale e culturale dell’Europa stessa. Come al solito, la risposta a coloro – giovani o meno che la cercano – sta nel Vangelo, che risuona, dice il Papa, “dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto”.
L’omelia si è conclusa con il tradizionale e bellissimo saluto lampedusano “O’scià” (“mio respiro”), un invito potente a riscoprire che il respiro di chi sbarca sulle nostre coste è identico al nostro.
Tra la via della distrazione cantata negli stadi e la via del respingimento teorizzata dalla destra identitaria, che con estrema e barbara sfacciataggine, ha il coraggio di professarsi cristiana, la “civiltà dell’amore” invocata da Papa Leone XIV, si pone come una terza via, stretta sicuramente, ma assolutamente necessaria. Ci obbliga a comprendere che non possiamo salvarci da soli né fuggendo dalla realtà attraverso l’intrattenimento, né alzando muri ideologici per difendere i nostri presunti privilegi.
Mi sia consentito un riferimento al Vangelo che risuona in questa domenica in tutte le chiese del mondo. C’è un invito che Gesù fa a tutti coloro che vogliono ascoltarlo: “imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Il vero e unico maestro è ancora una volta, come sempre, il cuore. Non un’ideologia politica o teologica mista a religione, men che meno il testo di una canzone, ma solo nella realtà e profondità di questo “non luogo”, impariamo l’alfabeto della vita.

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