Gli «ambasciatori della ‘ndrangheta» e la «vocazione imprenditoriale» delle cosche per il dominio del narcotraffico mondiale
Dall’alleanza con i cartelli sudamericani all’asse logistico con le reti albanesi. La relazione del Ros in Commissione Antimafia traccia l’identikit di una multinazionale del crimine

ROMA «Nel nostro Paese la ’ndrangheta rappresenta l’organizzazione criminale autoctona con il ruolo più rilevante nel traffico internazionale di stupefacenti, in particolar modo nella cocaina». Un impero economico smisurato, un «moltiplicatore di reddito illecito che deve essere ripulito», capace di piegare le rotte commerciali alle proprie esigenze. Davanti alla Commissione parlamentare Antimafia, il Comandante del Raggruppamento operativo speciale dell’Arma dei Carabinieri, Vincenzo Molinese, ha delineato una mappa criminale complessa, spiegando che «il narcotraffico è un fenomeno che risente di tantissime variabili». I clan si muovono con logiche puramente aziendali: «Variabili in base alle quali i criminali adeguano il loro modo d’agire possono cambiare la dislocazione dei porti d’arrivo delle delle fasi di stoccaggio possono avvalersi di broker differenti per gli intermediazioni anche per l’intermediazione economico e finanziaria e per i pagamenti di narco-proventi».
Narcotraffico: rotte e volumi in continua evoluzione
I flussi si spostano con estrema rapidità, adattandosi ai mercati di consumo: «Possono spostare le aree di transito e oggi vediamo soprattutto per la cocaina sudamericana che le aree di transito sono polivalenti a seconda anche del continente a cui sono destinate: la posizione centrale del Mar Mediterraneo fanno del nostro paese una delle principali porte d’ingresso delle sostanze stupefacenti destinate all’Europa». Una centralità geografica, unita alla forza militare ed economica dei clan. Come evidenziato dal Comandante, «questo aspetto è favorito tra l’altro dalla presenza di organizzazioni criminali strutturate storiche caratterizzate da capillari e consolidate ramificazioni all’estero, nonché da uno stretto controllo del territorio che consente loro sia la gestione internazionali di sostanze stupefacenti che il mantenimento del controllo dei rispettivi mercati interni».
L’analisi di Molinese parte da un assunto investigativo fondamentale: la diminuzione dei sequestri non coincide con la crisi delle attività dei clan. Se nel 2023 erano state intercettate 89 tonnellate di droga, nel 2024 la cifra è scesa a 58 tonnellate, registrando un calo di circa un terzo presso le frontiere. Ma il Comandante avverte che «non ci si può mai arrendere, non si può mai pensare che siccome il quantitativo di droghe sequestrate è più basso, c’è un minore traffico». Il sistema criminale, infatti, si rimodula continuamente: «Il sistema si adegua per cercare di sviare le attività investigative» ed è per questo che «altre frontiere, altri scali marittimi sono stati individuati, altri soggetti come testa di ponte sono stati messi in cantiere dalle organizzazioni criminali».
«Gli ambasciatori della ‘ndrangheta nel mondo»
La forza principale della ‘ndrangheta sta proprio nella sua struttura e nella capacità di proiettarsi ovunque nel mondo mantenendo un cordone ombelicale indistruttibile con i paesi d’origine. Secondo la relazione del Ros, l’organizzazione è riuscita a «proiettare non soltanto soggetti, ma anche organizzazioni e strutture che dipendono dalla madrepatria, a gemmare la propria organizzazione non solo in Italia, non nell’area tipica, quindi nella regione calabrese, ma anche nel resto del territorio nazionale, e all’estero». Questa ramificazione si regge su figure chiave: «i broker, veri e propri colletti bianchi del crimine, spesso operativi in stato di latitanza». Molinese fa i nomi dei pezzi da novanta catturati negli anni, personaggi di spessore criminale in grado di «coniugare l’esigenza di sottrarsi alla cattura con quella di coordinare l’attività di importazione». Tra i nomi più noti citati figurano Roberto Pannunzi, Domenico Trimboli, Santo Scipione, Rocco Morabito e Vincenzo Pasquino, tutti arrestati in Sud America dal Ros in collaborazione con autorità locali e agenzie internazionali, nonché quelli di Nicola e Patrick Assisi, a loro volta arrestati dal Nucleo Investigativo di Torino nell’ambito dell’indagine “Samba” a San Paolo del Brasile. Uomini che hanno agito come «veri e propri ambasciatori della ’ndrangheta, interfacciandosi con i cartelli per conto delle cosche calabresi e confermando la crescente vocazione imprenditoriale della struttura organizzativa nazionale».
Le alleanze strategiche
Fondamentali, in tale contesto, le alleanze criminali. Le indagini – ha spiegato il capo del Ros – della fondamentale operazione “Eureka” hanno documentato la cooperazione tra le cosche della fascia jonico-reggina e i rapporti consolidati con il Clan del Golfo e con il Primeiro Comando da Capital (Pcc). Un legame storico che affonda le radici negli anni novanta, quando i broker calabresi trattavano direttamente con le Autodefensas Unidas de Colombia (Auc), le quali, insieme alle Farc e all’Eln, controllavano la produzione bellica e di droga in un preoccupante scenario in cui vi è «una certa sovrapposizione tra il narcotraffico e la materia terroristica, perché è uno dei sistemi di finanziamento anche del terrorismo internazionale». L’ambizione e la “propensione imprenditoriale” erano tali che, come svelato da Salvatore Mancuso Gómez durante un interrogatorio ad Atlanta nel 2019, i trafficanti calabresi chiesero addirittura «di poter disporre in esclusiva di tutta la produzione di cocaina in capo alle Auc destinate al mercato europeo».
Il network non si limita all’importazione, ma investe pesantemente sulla logistica interna ed europea. Nel porto di Gioia Tauro la ’ndrangheta schiera «squadre di esfiltratori contigue alle cosche della Piana, operatori e operai portuali indispensabili per le operazioni basate sul metodo del rip-off». Ma la vera novità strategica è la «collaborazione strutturale sempre più stabile con organizzazioni criminali albanesi che garantiscono l’esfiltrazione dei carichi nei porti del Nord Europa e in Italia». Gli albanesi stanno assumendo un ruolo di primissimo piano, diventando partner privilegiati dei calabresi anche sul territorio nazionale. Un esempio lampante è l’indagine “Anemone”, conclusa di recente nel luglio del 2025, che ha svelato come esponenti della ndrina dei Marando, originaria di Platì ma attiva tra Milano e Roma, avessero «intessuto rapporti stabili con organizzazioni albanesi, anch’essi attivi nella capitale, con i quali venivano scambiati canali di approvvigionamento e contatti nei porti di partenza e arrivo dei carichi al fine di alimentare il mercato capitolino».
Roma e le grandi città italiane diventano così terreno di conquista diretta delle piazze di spaccio, all’interno di un panorama criminale italiano in cui, sebbene la ’ndrangheta mantenga una leadership assoluta nella cocaina, si registra ancora «la presenza attiva anche della camorra, di Cosa Nostra e della criminalità pugliese, secondo piani differenziati, nonché delle mafie etniche». Una ragnatela che valica persino gli oceani, spingendosi fino in Australia, dove la cocaina viene pagata «circa 130.000 euro al chilo contro i 35.000 in Italia» e dove i clan nostrani sfruttano la presenza di «’ndranghetisti già radicati in quel continente» per aprire rotte commerciali senza precedenti.
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