Dal debito di Filippo Crea alla nascita dell’alleanza tra mafie. Cerbo racconta il patto tra ’ndrangheta, Cosa nostra e camorra in Lombardia
Nella prima vera udienza del processo ordinario Hydra il collaboratore catanese ricostruisce il recupero crediti da 250mila euro nei confronti del calabrese

MILANO Un recupero crediti, un debito da 250mila euro, l’intervento di Santo Crea e poi il salto di qualità: non più la contrapposizione tra gruppi criminali, ma l’alleanza. È uno dei passaggi centrali dell’udienza del 9 luglio del processo Hydra, la prima vera udienza del rito ordinario dopo l’avvio formale del dibattimento. A inaugurare il cuore dell’istruttoria è William Alfonso Cerbo, catanese, classe 1982, detto “Scarface”, collaboratore di giustizia e già condannato nel troncone abbreviato dell’inchiesta milanese. Davanti al Tribunale di Milano, Cerbo viene sentito dai pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane nel corso di un’udienza fiume di quasi 6 ore.
L’autorevolezza criminale di “Scarface”
La sua è una deposizione attesa, perché il collaboratore è considerato una delle voci utili a ricostruire dall’interno il presunto sistema mafioso lombardo contestato dalla Dda: una struttura composita, capace secondo l’accusa di mettere insieme ’ndrangheta, Cosa nostra, camorra, imprenditori, società, false fatture, recuperi crediti e traffici illeciti. Cerbo, come già emerso dalle motivazioni del rito abbreviato e viene indicato come figura legata al clan Mazzei di Catania. In aula si definisce un «collettore economico» e conferma di avere ammesso la propria partecipazione all’associazione mafiosa contestata in Hydra, in qualità di affiliato al clan Mazzei. Il suo racconto parte dalla Catania di Cosa nostra, dai rapporti con Nuccio Mazzei e con Gaetano Cantarella, ma arriva presto al Nord, dove il processo Hydra colloca la presunta saldatura tra le diverse componenti criminali.
Il recupero crediti da 250mila euro
Il cuore del racconto riguarda Filippo Crea, calabrese di Melito Porto Salvo, già raccontato negli atti e nei precedenti approfondimenti del Corriere della Calabria come soggetto attivo nel mondo delle false fatture, della somministrazione di manodopera e del cosiddetto “cambio cash”. Secondo Cerbo, tutto sarebbe partito da un «buco» da 250mila euro. Il collaboratore spiega che Filippo Crea avrebbe «preso per buono» un debito legato a un’operazione nel settore della manodopera. A quel punto sarebbe intervenuto Gaetano Cantarella, detto Tano, esponente vicino al clan Mazzei in Lombardia, incaricato del recupero. «Tano l’aveva cercato a nome del clan Mazzei», dice Cerbo in aula. Il recupero, però, secondo il collaboratore, non sarebbe stato direttamente di Cantarella. Dietro ci sarebbe stata l’area Nicastro, che in quel momento, sempre nel racconto di Cerbo, non avrebbe avuto la forza o la credibilità mafiosa per esporsi direttamente. Da qui la scelta di far muovere Cantarella, riconosciuto negli ambienti criminali come uomo collegato ai Mazzei.
L’intervento di Santo Crea
È qui che nel racconto entra il filone calabrese. Filippo Crea, spiega Cerbo, è il figlio di Santo Crea. Quando la vicenda del recupero crediti arriva a conoscenza del padre, Santo Crea si sarebbe rivolto a Giancarlo Vestiti per capire chi fosse questo Tano dei Mazzei. La frase riportata da Cerbo è significativa: Santo Crea avrebbe chiesto a Vestiti di «capire da dove viene questo recupero» e chi fosse «questo Tano». Vestiti, nel racconto del collaboratore, viene indicato come compare di Santo Crea. È il primo punto di contatto tra il recupero crediti e la costruzione di un rapporto più ampio tra mondi criminali diversi. Quel debito, secondo Cerbo, viene ridotto. Da 250mila euro si passa a 100mila. La riduzione sarebbe avvenuta «per rispetto» di Santo Crea e dei rapporti criminali che ruotavano attorno a quella vicenda.
«Anziché litigare si uniscono»
Cerbo colloca proprio lì la nascita della coalizione. «Nasce quella che voi chiamate congregazione di più gruppi criminali», dice in aula. E spiega che la riduzione del debito avrebbe creato le condizioni per una nuova intesa: i soldi persi nel recupero sarebbero stati compensati con altri affari illeciti da fare insieme.
Il passaggio più forte è netto: «Questi si conoscono per questa cosa e anziché litigare si uniscono». È la frase che fotografa la genesi del sistema Hydra secondo il racconto del collaboratore. Non una semplice mediazione su un credito, ma il momento in cui la tensione tra gruppi si trasforma in alleanza operativa.
La stessa pm, durante l’esame, insiste sul punto: la nascita degli illeciti insieme avrebbe origine proprio da quel debito non pagato. Cerbo conferma, parlando di gruppi che si «rinsaldano» e iniziano a ragionare in una logica comune.
Mazzei, Senese, Crea e Nicastro
La geografia criminale descritta da Cerbo è quella che attraversa l’intero processo Hydra. Da un lato il gruppo legato ai Mazzei e a Tano Cantarella. Dall’altro il gruppo di Giancarlo Vestiti, indicato come vicino ai Senese. Nel mezzo Filippo Crea e Santo Crea, con il peso della componente calabrese. Sullo sfondo l’area Nicastro, da cui sarebbe partito il recupero crediti. Secondo Cerbo, l’accordo non avrebbe avuto solo una funzione di pacificazione. Doveva produrre denaro. Il collaboratore parla di illeciti finanziari, truffe, società, fatture, manodopera e affari comuni. Dentro questa saldatura compare anche Gioacchino Amico, descritto come una figura capace nel settore delle truffe economiche. Cerbo lo definisce «un mago del truffaldino», cioè un soggetto utile a trasformare i rapporti criminali in operazioni concrete.
Il ruolo di Filippo Crea negli affari
Nel racconto del collaboratore, Filippo Crea non è solo il soggetto da cui prende avvio il contrasto. È anche uno dei nomi inseriti nella dimensione economica del sistema. Cerbo lo descrive come attivo nella somministrazione di manodopera attraverso aziende false, nel meccanismo delle false fatture e nella monetizzazione del contante. Il sistema, secondo la spiegazione resa in aula, funzionava così: aziende reali che avevano bisogno di manodopera e liquidità si rivolgevano a società di comodo. Queste fornivano lavoratori, evitavano il pagamento degli F24, emettevano fatture false e consentivano di trasformare bonifici in contanti, trattenendo una percentuale sull’operazione. È il lato imprenditoriale del presunto patto mafioso lombardo: non solo intimidazione e rapporti criminali, ma strumenti economici, società, prestanome, cartiere e liquidità. In questa prospettiva, il debito di Filippo Crea non è un episodio laterale, ma il punto di accesso a una rete più ampia.
La coda su Calabrò
Durante la deposizione fiume in aula a Milano, Cerbo riferisce di avere appreso da Vestiti di un incontro al quale avrebbero partecipato Christian Marletta, Giancarlo Vestiti, Santo Crea, Tano Cantarella e Giuseppe Calabrò. Il collaboratore precisa però di non essere stato presente e di conoscere Calabrò solo per sentito dire. Secondo quanto raccontato in aula, Vestiti gli avrebbe parlato di Calabrò come del «numero uno» della ’ndrangheta a Milano e avrebbe collegato quell’incontro a un progetto di traffico di cocaina tra Milano e Catania. (g.curcio@corrierecal.it)
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