’Ndrangheta, Massimo Rosi «figura di raccordo fondamentale» nel sistema mafioso lombardo
Nelle motivazioni del processo Hydra il profilo dell’imputato indicato come uomo ponte tra la Locale di Legnano-Lonate Pozzolo e il patto criminale con Cosa nostra e camorra

MILANO La condanna più pesante del troncone abbreviato del processo Hydra racconta, da sola, una parte essenziale del “sistema mafioso lombardo” ricostruito dalla Dda di Milano. Sedici anni di reclusione per Massimo Rosi, indicato nelle motivazioni della sentenza come uno dei profili centrali dell’articolazione calabrese e, soprattutto, come figura capace di collegare la vecchia struttura della Locale di ’ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo al più ampio patto criminale che avrebbe messo insieme ’ndrangheta, Cosa nostra e camorra nel territorio lombardo. Non soltanto un nome nell’elenco degli imputati. Per il gup Emanuele Mancini, Rosi emerge come soggetto dotato di un «profilo criminale qualificato» e di una rete relazionale «ampia e stratificata», maturata nei precedenti contesti di ’ndrangheta operanti in Lombardia e mantenuta anche dopo l’indebolimento della Locale di Lonate Pozzolo, colpita negli anni da procedimenti penali e arresti.
Il progetto di riaprire la Locale
Il primo livello del profilo tracciato dal giudice riguarda il tentativo di ricostituire la Locale. Secondo le motivazioni, Rosi sarebbe stato «costantemente impegnato» nella ricerca di autorizzazioni e consensi per la riapertura della struttura di ’ndrangheta, anche attraverso “’mbasciate” e contatti con il vertice rappresentato da Vincenzo Rispoli, detenuto al 41 bis, per il tramite del figlio Alfonso. Un lavoro sotterraneo, fatto di contatti, messaggi, riattivazione di vecchi rapporti e prospettive di nuove cariche e “doti”. La vecchia Locale, per l’accusa accolta dal gup, non sarebbe rimasta soltanto un riferimento del passato. Attorno a quel nome, Legnano-Lonate Pozzolo, Rosi avrebbe provato a rimettere in moto una struttura, cercando di recuperare gli affiliati storici e di immaginare una nuova distribuzione interna dei ruoli. Ma il punto centrale delle motivazioni è un altro: Rosi non viene descritto solo come il soggetto interessato a ricostruire una Locale indebolita. Il giudice gli attribuisce un ruolo più ampio, da promotore del sodalizio mafioso lombardo. Una figura che, grazie al proprio prestigio criminale e ai collegamenti costruiti nel tempo, avrebbe contribuito alle attività di narcotraffico, estorsioni, gestione societaria e reimpiego dei proventi illeciti.
Il summit nel terreno agricolo
Tra i passaggi richiamati nelle motivazioni c’è l’incontro del 23 aprile 2021 presso il terreno agricolo riconducibile a Giacomo Cristello. Per il giudice si tratta di un momento significativo, finalizzato alla ricostituzione della Locale di ’ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo. Ma non solo. Quel summit viene letto anche come il punto in cui il progetto di rilancio della struttura calabrese incrocia altre componenti mafiose presenti sul territorio lombardo. All’incontro, secondo quanto ricostruito nella sentenza, partecipano storici affiliati e soggetti che aspiravano all’affiliazione, ma anche esponenti di Cosa nostra in Lombardia. È qui che il profilo di Rosi assume una dimensione più larga. Nelle motivazioni il giudice scrive che Rosi rappresenta «una sorta di pioniere» del sodalizio in esame, diventando un trait d’union tra un’articolazione mafiosa già strutturata e processualmente accertata e un nuovo soggetto criminale composito, articolato nelle sue diverse componenti. In questa lettura, la Locale non è soltanto una struttura da rimettere in piedi. Diventa una leva. Un pezzo di storia criminale calabrese utilizzato per entrare dentro un sistema più vasto, fatto di rapporti con il gruppo Senese, con componenti siciliane e con soggetti attivi nel mondo economico.
Droga, estorsioni, armi e società
Le conclusioni del gup sulla posizione di Rosi sono nette. Il giudice parla di un «ruolo di raccordo fondamentale per lo sviluppo del sodalizio mafioso lombardo». Rosi, secondo le motivazioni, avrebbe partecipato non solo alla programmazione e realizzazione delle attività tradizionali legate alla droga, le estorsioni e le armi, ma si sarebbe inserito stabilmente anche negli schemi economici organizzati dal gruppo, fornendo un contributo definito «strutturale». È il passaggio che salda la dimensione militare e quella imprenditoriale dell’inchiesta Hydra. Il ruolo attribuito a Rosi non si esaurisce nei rapporti di ’ndrangheta, nelle dinamiche di affiliazione o nei tentativi di riaprire la Locale. Si allarga agli affari, alle società, ai progetti economici e al reimpiego dei proventi. Nelle pagine dedicate al sistema mafioso lombardo, Rosi compare tra i partecipanti a diversi incontri avvenuti a Dairago e Busto Garolfo. Alcuni summit, secondo la ricostruzione accusatoria recepita in sentenza, erano finalizzati alla trattazione di stupefacenti; altri alla pianificazione di estorsioni o alla risoluzione di controversie interne. Il filo comune è la presenza di rappresentanti delle diverse componenti: calabrese, siciliana e romana.
Il raccordo con le altre mafie
Il dato più rilevante è proprio questo: Rosi viene collocato nella componente calabrese, ma il suo ruolo, per il giudice, travalica i confini della Locale. Nelle motivazioni viene evidenziata la sua capacità di muoversi dentro una rete più ampia, in rapporto con soggetti appartenenti ad altre matrici mafiose. Non un compartimento stagno, dunque, ma una piattaforma comune di interessi criminali. È il modello Hydra: una struttura orizzontale e confederata, nella quale le componenti mantengono identità e appartenenze, ma collaborano per massimizzare profitti, risolvere controversie, gestire società, programmare traffici e recuperare crediti. In questo quadro, il contributo attribuito a Rosi è quello di un uomo ponte: dalla ’ndrangheta storica del Nord alla nuova alleanza criminale lombarda. Non a caso, anche il ruolo di Giacomo Cristello viene letto nelle motivazioni in rapporto a quello di Rosi. Il gup osserva che Cristello, storico inserito nella Locale di Legnano-Lonate Pozzolo, avrebbe agito in dipendenza dalle direttive e dalla programmazione di Rosi. E proprio Rosi, secondo il giudice, avrebbe tentato non solo di riavviare l’attività della Locale, ma di estendere i propri piani oltre i confini tradizionali del contesto mafioso di origine.
La condanna più alta
La pena a 16 anni colloca Rosi al vertice del quadro sanzionatorio del rito abbreviato. Ma il peso della condanna non è soltanto numerico. Nelle motivazioni, il suo profilo diventa uno dei punti di osservazione privilegiati per comprendere la natura del sistema contestato dalla Dda: una mafia non più riconducibile solo al controllo del territorio o alla forza intimidatrice, ma capace di entrare nei circuiti economici, di usare società e prestanome, di cercare relazioni e di trasformare vecchie appartenenze criminali in strumenti di potere. (g.curcio@corrierecal.it)
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