«Il due per cento lo deve avere»: così la cosca si spartiva Reggio e gli appalti
Il provvedimento, firmato dal gip Andrea Iacovelli, è il frutto di un’indagine avviata nel 2021, in un’ordinanza di quasi diecimila pagine

REGGIO CALABRIA Le intercettazioni dell’inchiesta “Epicentro2” non raccontano soltanto episodi di estorsione. Documentano anche il confronto interno tra gli stessi esponenti della cosca D’Agostino sulla distribuzione del potere, la gestione dei territori e gli interessi economici destinati a garantire entrate sempre più stabili. Il provvedimento, firmato dal gip Andrea Iacovelli, è il frutto di un’indagine avviata nel 2021 e costruita su centinaia di intercettazioni telefoniche e ambientali raccolte tra il 2022 e il 2024, in un’ordinanza di quasi diecimila pagine. Sullo sfondo di questi episodi si muove una trattativa più ampia, tutta interna alla cosca, su dove passi esattamente il confine tra il territorio di Ortì, quello di Terreti e la porzione, in espansione, affidata a Fabio Merenda su Arasì e Straorino. Il 12 maggio 2022 Ernesto D’Agostino discute a lungo con il padre Giuseppe di come contenere quelle che considera vere e proprie mire espansionistiche di Merenda, arrivando a pretendere che sia lui, per primo, a riconoscere la posizione sovraordinata del padre: “Ma il cappello te lo deve togliere prima a te!”. Quando emerge che Merenda rivendicherebbe il controllo fin sotto il cimitero, Ernesto si oppone con nettezza — “Io, che arrivi sino al cimitero Fabio, non sono d’accordo!” — trovando il sostegno del padre, pronto però a rilanciare in proporzione: “Se arriva sino al cimitero Fabio dobbiamo arrivare pure noi!”. Ernesto rivendica inoltre che Merenda debba comunque rispetto a chi, in passato, gli ha concesso quella porzione di territorio: “Se lui, se lui è entrato grazie a voi altri, lui deve stare alle condizioni di voi altri, non quello che dice lui!”. Il giorno successivo, riferendo al figlio l’esito di un summit con un altro esponente di ‘ndrangheta, Giorgio “Franco” Benestare, Giuseppe D’Agostino intima ad Ernesto di tenersi alla larga dagli Aricò e mette in guardia sulla reale pericolosità di Merenda: “Tu, dagli Aricò non andare più!… Fabio è il numero uno pericoloso”. Ernesto recepisce il consiglio ma non arretra sulla sostanza: “Fabio deve restare sempre nel suo, non si deve immischiare di niente… Lui si deve stare dove è!”. Anche la questione economica, in questo contesto, ha una sua tariffa fissa e non negoziabile: parlando della quota dovuta alla “casa madre” di Archi sugli appalti più rilevanti, Giuseppe D’Agostino la riassume così: “A lui non gli interessa Fabio, o a nome di Aricò, o a nome di… o a nome di Antonello Ieracitano chi deve andare, a lui gli interessa che quando fanno lavori più di seicentomila euro, deve avere il due per cento! E lo deve sapere!… non c’è nessuna discussione, così ha parlato!“. E quando il figlio Ernesto lo esorta ad agire, Giuseppe preferisce lasciare che sia un altro referente, Bruno Polimeni detto “il Guappo”, a occuparsene, riservandosi però l’ultima parola: “Se non viene vado e lo trovo io!”.
Il filo che lega i casi: la macelleria “Scottona”
Nello stesso quadro accusatorio rientra anche la vicenda della macelleria “Scottona” di Villa San Giovanni. Non sono cinquanta euro di carne il problema. È che Matteo Cotroneo, macellaio di Villa San Giovanni, ha osato chiederli. “Salite a fiumara di Muro e fatevi dare da mio padre i cinquanta euro… ve la faccio pagare”, gli avrebbe detto Rocco Buda quando il macellaio ha preteso di essere pagato per una fornitura mai saldata. Non un prestito, non un errore di conto: un invito a salire nella zona dove risiede il padre, Pasquale Buda, uomo di rispetto della zona — un modo, scrive il gip nell’ordinanza, per “suscitare il metus”, la paura, in chi ascolta. Perché quando la ‘ndrangheta minaccia, il denaro è quasi sempre il pretesto. Ciò che pretende davvero è che nessuno, mai, si permetta di dire di no. Nelle pagine dedicate a Rocco Buda, gli inquirenti ricostruiscono un meccanismo che va oltre la singola vicenda estorsiva e racconta la grammatica del potere mafioso sul territorio. Buda pretende carne gratis dalla macelleria “Scottona” non perché ne abbia bisogno, ma perché gliel’hanno sempre data: da anni, riferisce la persona offesa, la famiglia Buda ritirava quantitativi di carne senza pagare, anche in occasione delle festività natalizie (“se lui qualche volta a Natale, ha mandato mio figlio ad ordinargliela e non se l’è pagata neanche”). Quando Cotroneo prova a interrompere quella consuetudine e chiede il pagamento, secondo la ricostruzione del gip scatta un meccanismo che ha poco a che fare con l’economia e molto con il controllo: Buda Pasquale, intercettato mentre ne discute con un altro uomo, Raffaele Nocera, si lamenta che il macellaio “si è comprato cose là e non ha dato conto a nessuno… ha fatto i porci comodi suoi”. Il vero torto di Cotroneo, insomma, non è aver chiesto dei soldi: è non essersi comportato da suddito. Nello stesso dialogo, Buda Pasquale rivendica pubblicamente la propria giurisdizione criminale sulla zona di Villa San Giovanni, disconoscendo qualunque interesse di un’altra cosca — i Condello, la cui parente lavorava proprio in quell’attività — e chiarendo a chi conta davvero: “Non c’entrano niente loro, però là mi interessa a me!”. È la logica del territorio: ogni angolo di strada, ogni esercizio commerciale, appartiene a una famiglia, e nessun’altra cosca — nemmeno per un legame di parentela indiretto — può rivendicarne il controllo. La minaccia, allora, non serve solo a estorcere cinquanta euro di carne: serve a ribadire, davanti a testimoni, chi comanda in quella via. Per il gip, la volontà estorsiva di Buda emerge con chiarezza proprio dalla natura “provocatoria” dell’invito rivolto a Cotroneo a recarsi nella zona dove risiede il padre — un richiamo che l’indagato sapeva perfettamente in grado di generare “metus”, cioè paura, nella vittima. Quando quest’ultima decide comunque di allontanarsi e di non proseguire il “dialogo altamente riservato”, Buda esclama, “del tutto arbitrariamente e illecitamente”: “ve la faccio pagare”. Una frase che il giudice qualifica come minaccia inequivocabile, capace di configurare il reato di tentata estorsione, pur senza che il “profitto ingiusto” si sia infine realizzato — “soltanto per la ferma opposizione del Cotroneo”.
Un’unica inchiesta, la stessa grammatica del potere
Cantieri, circoli sportivi, conventi, ferrovie, macellerie di quartiere, appalti stradali: episodi diversissimi per contesto, ma retti — secondo l’impostazione accusatoria della Direzione distrettuale antimafia — dalla stessa grammatica. Una ‘ndrangheta che aggiorna i propri strumenti alle occasioni economiche del momento, senza mai perdere di vista l’obiettivo di fondo: restare, agli occhi della comunità, l’unica autorità davvero temuta e rispettata sul territorio.
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato