Melonellum e il caso Roggero: guida pratica alla democrazia con il trucco
La politica tra paura e consenso

Mentre il Parlamento è impegnato a riscrivere l’aritmetica elettorale per garantire la stabilità eterna della Nazione, le piazze rischiavano di riempirsi di noiosissime proteste sindacali e dibattiti sul carovita. Fortunatamente, la macchina della distrazione di massa ha attivato il “Piano di Emergenza Roggero”, trasformando un drammatico caso giudiziario nel reality show preferito dagli italiani che ha come regista il solito Salvini e come colonna sonora il neomelodico della politica italiana: un certo Vannacci. Ecco come l’arte della prestidigitazione politica sta salvando il Paese dalla realtà: con il Melonellum, ovvero, la democrazia a prova di errore. La nuova legge elettorale, ribattezzata affettuosamente Melonellum, si basa su un principio matematico rivoluzionario: il “maggioratissimo premio di maggioranza”. Chi vince è come quel giocatore che ha l’asso di bastoni, nel gioco “asso prende tutto”: basta un voto in più del vicino di casa per ottenere il 110% dei seggi. Poi ci sono i seggi extra: quei seggi rimanenti che verranno occupati da sagome di cartone di influencer sovranisti. L’opposizione mantiene il diritto di protestare, ma solo sul proprio profilo Instagram privato. La scheda elettorale verrà semplificata per facilitarne il voto di chi sa mettere il segno di croce senza un minimo di ragionamento critico: un unico grande riquadro con la foto della Premier e la scritta: “Vuoi tu che le cose vadano bene? Sì / Ci devo pensare”. Il sistema garantisce la governabilità assoluta. Se i cittadini non dovessero votare “correttamente”, la Premier si riserva il diritto di cambiare il popolo con uno più disciplinato, preferibilmente importato da qualche monarchia assoluta di passaggio. Ma come far digerire la fine del parlamentarismo mentre la benzina sale e i salari scendono? Semplice: con il caso del gioielliere Roggero, trasformandolo in un manifesto ideologico da prima serata. La cronaca giudiziaria smette di essere una questione di codici e diventa una sorta di Colosseo mediatico, ore di trasmissione dedicate a stabilire se la legittima difesa valga anche contro il caro-bollette. Tweet infuocati che spiegano come un gioielliere piemontese sia, in realtà, il vero custode dei valori occidentali. E così, come al solito, il Paese viene diviso perfettamente tra i “Rambo della domenica” che uccidono i nemici per strada, e “buonisti da salotto”. Mentre gli italiani si accapigliano su Facebook per decidere quanti metri di inseguimento servano per trasformare la legittima difesa in tiro al bersaglio, il testo del Melonellum, dopo una prima bocciatura, passa alla Camera questa volta alla velocità della luce. E se qualcuno dovesse chiedersi come funziona il trucco, la strategia è semplice: quella della “mano sinistra”, un classico della magia, ti mostro il gioielliere per non farti vedere la riforma elettorale. Poi ci sono le varie scene da baraccone da strada. Prima scena: viene sollevato un polverone etico su un tema polarizzante (le armi, la sicurezza, la giustizia fai-da-te). Seconda scena: i ministri rilasciano dichiarazioni incendiarie per gonfiare l’algoritmo e Nordio si affretta a chiedere la grazia ma, viene convocato dal Mattarella, così, se non verrà concessa, la colpa potrà sempre ricadere sul Presidente della Repubblica. Terza scena: la Gazzetta Ufficiale pubblica la riforma costituzionale mentre l’Italia intera sta guardando un tweet. Il cittadino medio si sveglierà l’indomani della riforma convinto di dover difendere la propria proprietà privata con un bazooka, senza accorgersi che l’unica cosa che gli è rimasta da difendere è il diritto di andare a votare per scegliere il colore della cravatta o del tailleur del Capo del Governo. Per entrare brevemente nel dettaglio tecnico della “schiforma elettorale”, com’è stata definita dalle opposizioni, la sceneggiata di cui sopra funziona così: la riforma risolve alla radice il problema più grande della democrazia, il voto dei cittadini. L’emendamento sulle preferenze è stato respinto con un colpo di teatro, blindando il meccanismo delle liste bloccate. I candidati vengono posizionati in ordine gerarchico dai segretari di partito: l’elettore deve solo mettere una croce sul simbolo, dopodiché l’astruso calcolo matematico provvederà a paracadutare in Parlamento gli amici più fedeli, i fedelissimi dei fedelissimi e qualche sagoma di cartone per fare numero. Una volta fissato al 3% per costringere i piccoli partiti a baciare la pantofola dei leader dei poli principali, chi raggiunge la quota del 42% riceve in omaggio il controllo assoluto delle Camere, trasformando una minoranza del Paese in padrona legale delle Istituzioni e così, magicamente, il capo di un partito diventa Capo dello Stato, più presidenzialismo di così! Se nessuno tocca il 42%, il sistema si riscopre improvvisamente “puro”, lasciando che i partiti si sbranino proporzionalmente in Aula. Insomma, la solita manovra politica italiana: chi siede su una poltrona fa di tutto per non schiodarsi da essa, usando un collante sicuro: l’analfabetismo di ritorno contento di mettere un segno di croce su una bella foto.
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