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Inchiesta “Res Tauro”

“Sono uniti, non come i cristiani”: il vertice tra le cosche dopo il furto nel cantiere Amazon

Ai Piromalli tocca comunque versare del denaro alla comunità rom di Rosarno per la “collaborazione” ottenuta nelle ricerche

Pubblicato il: 19/07/2026 – 14:30
di Paola Suraci
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“Sono uniti, non come i cristiani”: il vertice tra le cosche dopo il furto nel cantiere Amazon

GIOIA TAURO Un camion rubato e ritrovato diventa, nella Piana di Gioia Tauro, il pretesto per un vertice tra tre cosche e un avvertimento solenne alla comunità rom del territorio. È quanto emerge dall’informativa del Ros dei Carabinieri – Reparto Anticrimine di Reggio Calabria – depositata nell’inchiesta “Res Tauro”, che ricostruisce gli sviluppi del furto avvenuto a marzo 2022 nel cantiere dove sarebbe poi sorto il futuro polo logistico Amazon.

Il vertice tra le cosche

Recuperato il mezzo il 16 marzo a San Calogero, in provincia di Vibo Valentia, ai Piromalli tocca comunque versare del denaro alla comunità rom di Rosarno per la “collaborazione” ottenuta nelle ricerche. L’episodio diventa l’occasione per un incontro ben più ampio: il 21 marzo, a San Ferdinando, si riuniscono i vertici di tre cosche della provincia — Piromalli di Gioia Tauro, Pesce di Rosarno e Mancuso di Limbadi — alla presenza di alcuni esponenti della comunità rom. Raccontando l’incontro a Piromalli, Antonio Zito riferisce di aver preso la parola per primo per chiarire la questione del “cavallo di ritorno”, pratica che la cosca non intende avallare: «gli ho detto… “ricordati una cosa… che cavalli di ritorno non gliene facciamo a nessuno noi”». A quel punto, secondo il racconto di Zito, interviene Domenico Mancuso, che conoscendo personalmente l’esponente rom presente ribadisce con fermezza che nessun furto può essere compiuto nei cantieri senza il preventivo assenso della ‘ndrangheta locale: «ha preso e ha detto “compare Nino, permettete se gli dico una parola io?”, gli ho detto io “niente di meno”… gli ha parlato proprio e gli ha detto “domanda se puoi andare, se non puoi andare non andare da nessuna parte…”». Zito conclude soddisfatto che sia Sibio sia Mancuso avessero perfettamente inquadrato il senso dell’incontro: «hanno capito sia Mimmo e sia… compare Mico hanno capito». Il giorno dopo, tra Zito e Piromalli, torna il commento sul “formidabile valore dimostrativo” di quella riunione: agli occhi delle comunità rom della Piana e del Vibonese, l’incontro avrebbe mostrato in maniera tangibile la compattezza delle diverse cosche. Piromalli ne loda la rapidità della risposta: «ha visto questo interessamento, ha visto queste cose qua e ha potuto dire “minchia, una pedina, una cosa abbiamo sbagliato e subito…”». Zito chiude soddisfatto, orgoglioso del messaggio trasmesso all’esterno dell’organizzazione: «lui deve dire “sono uniti, non come dicono i cristiani che ognuno è per i cazzi suoi”».

“Facciamoli portare in campagna”

Chiusa la partita con la comunità rom, resta aperta per i Piromalli la questione di chi vada punito. Nel corso delle ricerche degli autori del furto, secondo l’informativa, Piromalli e Zito pianificano più volte di farsi consegnare armi da fuoco da due sodali, Giuseppe Ferraro detto “compare Pino” (che le custodirebbe nei propri terreni di Rizziconi) e Domenico Giuseppe Riganò detto “Nick”: le pistole sarebbero dovute servire a minacciare di morte gli interlocutori, per aumentare la pressione su chi si riteneva coinvolto nella vicenda. Piromalli, in un dialogo con Zito nel proprio capannone, ordina comunque di pagare il riscatto informale per riavere il mezzo, rimandando la resa dei conti: «dateglieli… date… dategli quello che vogliono, prendete il mezzo… che poi ce la vediamo noi». Poco dopo, parlando di una futura convocazione dei responsabili, aggiunge: «facciamo passare tre quattro giorni… e questi qua ce li facciamo portare in campagna», specificando che con loro si sarebbe dovuto trattare «senza parlare manco una parola» — un’espressione che, secondo gli inquirenti, allude a un pestaggio punitivo.

Un capannone mai entrato in funzione

Di quel cantiere così ferocemente sorvegliato dalla cosca, oggi, resta un’ultima curiosità. Nell’ottobre 2022 Gestione Immobiliare avrebbe firmato con Amazon un contratto di locazione di dodici anni: la società, che aveva acquistato il terreno nella zona industriale a ridosso del porto proprio in vista di quell’intesa, avrebbe consegnato l’immobile a lavori ultimati agli inizi del 2023. Da allora, però, quella struttura non sarebbe mai entrata in funzione, restando vuota a fronte di un canone annuo che supererebbe il milione e centomila euro — l’unico dato, forse, su cui oggi non ci sono più dubbi.

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