L’arsenale di Arghillà: bombe, bazooka e kalashnikov per garantire l’egemonia della cosca. «Siamo bene attrezzati»
Il potenziale militare della cosca nelle parole di Fabio Morelli: «Ho un’ottantina di pezzi, 28 bombe, i bazooka ce li abbiamo… non ci sono problemi»
REGGIO CALABRIA Un arsenale da guerra pronto all’uso custodito nel cuore della periferia reggina. Le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, confluite nell’inchiesta “Epicentro 2”, hanno acceso i riflettori sul «carattere armato del sodalizio»: un’organizzazione criminale che garantiva la propria egemonia territoriale attraverso la sistematica acquisizione e il controllo di una mole impressionante di armi da fuoco, affiancando alla gestione manageriale del narcotraffico nel quartiere di Arghillà un potenziale militare di assoluto rilievo.
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Al centro si colloca la figura di Fabio Morelli, che in qualità di «promotore, dirigente ed organizzatore dell’articolazione della ndrangheta geneticamente riferibile al territorio di Arghillà», Morelli aveva assunto le redini del clan a causa della carcerazione dei fratelli Cosimo, detto “Cocò”, e Andrea. Tra le sue mansioni principali, oltre al mantenimento dei rapporti con le altre famiglie mafiose di Catona, Archi e dell’intero mandamento cittadino, vi era proprio la gestione logistica del fuoco: l’indagato «acquistava e custodiva le armi del sodalizio, costituendo imponenti arsenali di armi da fuoco e munizionamento di ogni tipologia». «Illegalmente deteneva – scrive il gip – e portava in luogo pubblico (ovvero consentiva che terzi le portassero in luogo pubblico), circa 80 armi da fuoco di modello e calibro imprecisati».
«I bazooka ce li abbiamo»
La reale portata di questo potenziale bellico emerge dalle intercettazioni ambientali captate dagli investigatori del Nucleo Investigativo dei Carabinieri, della Squadra Mobile e della Sisco. Il 13 ottobre 2022, Morelli si lascia andare a uno sfogo che solleva il velo sulle dotazioni del gruppo, richiamando un episodio in cui era stato necessario intimidire un soggetto: «Ho un’ottantina di pezzi, ma no a buffoneria, con i fatti, e… 28 bombe, i bazooka ce li abbiamo, non ci sono problemi, siamo bene attrezzati va!». Nel corso dello stesso dialogo si fa più volte riferimento a un «bazooka». Per i magistrati, l’utilizzo costante del plurale maiestatis in queste circostanze rappresenta la prova provata che le armi non fossero nella disponibilità del singolo, bensì «in nome e per conto dell’omonimo gruppo criminale da egli capeggiato». La facilità di approvvigionamento e la superiorità logistica della cosca emergono con altrettanta chiarezza in un’altra conversazione, captata mentre Morelli rimproverava aspramente un soggetto per aver osato minacciare con le armi un altro affiliato al sodalizio. Per ristabilire le gerarchie e dimostrare l’inutilità di simili colpi di testa individuali, il reggente di Arghillà mette in chiaro la sproporzione delle forze in campo: «se tu pigli un automatico io te ne piglio cinquanta! Ora! Subito! Li ho tirati fuori già! […] Non gonfiarmi la testa con un automatico perché io te, te, te li porto tutti qua!».
I riscontri tecnici della Dda reggina hanno trovato una precisa sponda anche nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, le cui deposizioni hanno aggiunto dettagli sulla disinvoltura con cui il clan gestiva e ostentava il proprio armamento. Nel corso dell’interrogatorio reso il 16 gennaio 2025, il pentito Carmine Pablo Minerva ha descritto la quotidianità della cosca, confermando come «i Morelli detenevano armi di tutti i tipi (tra cui pistole e fucili con le canne mozzate)». Lo stesso collaboratore ha poi fornito un’istantanea emblematica: «Ricordo che Cocò Morelli deteneva un kalashnikov su un comodino. Andrea Morelli mi diceva che avevano anche bazooka (o lanciarazzi), ma io non li ho mai visti».
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