Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 15:10
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 7 minuti
Cambia colore:
 

‘Ndrangheta

La trappola della finta consegna di cocaina: così la cosca Alvaro voleva rapire un acquirente – VIDEO

L’operazione è stata illustrata nel corso di una conferenza stampa al Comando provinciale dei carabinieri dal procuratore Borrelli

Pubblicato il: 22/07/2026 – 14:36
di Paola Suraci
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo

REGGIO CALABRIA C’è un uomo, a Palermo, che non sa di averla scampata bella. Doveva presentarsi a un incontro organizzato come una normale consegna di stupefacente, uno dei tanti scambi che negli ultimi anni avevano tenuto in piedi il traffico tra la Calabria e la Sicilia. Non era una consegna qualunque: era un debito da pagare, una fornitura di cocaina mai saldata. E per farsi restituire quei soldi, secondo quanto ricostruito dagli investigatori e riferito questa mattina in conferenza stampa al Comando provinciale dei carabinieri, il sodalizio criminale aveva deciso di sequestrarlo. Il piano non è mai arrivato a compimento. Le attività di polizia giudiziaria lo hanno intercettato e disinnescato in tempo, prima che il tentativo di sequestro di persona a scopo di estorsione potesse trasformarsi in un sequestro vero. È rimasto, però, il capo d’imputazione più duro tra i 47 contestati nell’operazione che questa mattina ha portato in carcere 35 persone tra Reggio Calabria e mezza Italia, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia reggina ed esecuzione di un’ordinanza firmata dal gip del Tribunale di Reggio Calabria. Ed è, secondo chi indaga, la prova più diretta di come questo gruppo intendesse i rapporti con chi non rispettava i patti: non richieste, ma imposizioni. Non trattative, ma ritorsioni evocate attraverso il peso di un cognome e la fama di una famiglia.

Un blitz che parte da Reggio e arriva fino a Milano

Sono le prime luci dell’alba quando oltre 200 carabinieri si muovono in contemporanea su un fronte lunghissimo: Reggio Calabria, certo, ma anche Catanzaro, Cosenza, Palermo, Catania, Trapani, Caltanissetta, Torino, Milano, Pavia, Pescara e L’Aquila. A dare manforte, lo squadrone eliportato “Cacciatori” di Calabria. Trentacinque le persone finite in manette — presunte innocenti fino a sentenza definitiva, in un procedimento ancora nella fase delle indagini preliminari e destinato quasi certamente al vaglio del riesame. Le accuse, a vario titolo: associazione finalizzata al traffico di stupefacenti aggravata dal metodo mafioso, per aver agito a vantaggio della cosca Alvaro di Sinopoli; reati in materia di droga e armi; il tentato sequestro di persona.

Due fratelli di cella, un impero costruito dal carcere

La storia di questo sodalizio comincia, paradossalmente, dietro le sbarre. Le indagini della Dda di Reggio Calabria, coordinate dal procuratore Giuseppe Borrelli — condotte sul campo dalla compagnia carabinieri di Palmi e dal Nucleo Investigativo del Gruppo di Gioia Tauro — hanno ricostruito un’organizzazione con base a Sinopoli e Sant’Eufemia, capace di gestire l’intera filiera della cocaina: dall’arrivo dal Sudamerica fino allo spaccio al minuto, passando per lo stoccaggio e il trasporto. Al vertice, tra il 2020 e il 2021, due uomini che all’epoca condividevano la stessa cella. Da lì dentro, secondo l’accusa, avrebbero continuato a dirigere il traffico affidandosi a parenti stretti rimasti liberi. È un ordine di indagine europeo sulle chat criptate del sistema Sky ECC ad aprire per primo lo squarcio su questo mondo: emergono partite di droga per oltre 300 chilogrammi, arrivate al porto di Gioia Tauro e da lì fatte sparire — secondo l’ipotesi accusatoria — con la complicità di alcuni portuali impiegati proprio in quello scalo.
Un secondo filone d’indagine, condotto tra l’aprile 2023 e il luglio 2024 con attività tecniche, arresti in flagranza e sequestri, fotografa la fase più recente: al comando, questa volta, il figlio di uno dei due capi storici, con una propria rete di fiancheggiatori. Il copione, però, non cambia: telefoni criptati per dare ordini, corrieri e staffette per farli eseguire. Ed è proprio su questo punto che il procuratore Borrelli, in conferenza stampa, si è soffermato con un dettaglio che restituisce plasticamente la spregiudicatezza del gruppo: una parte consistente delle importazioni dal Sud America sarebbe stata pilotata da alcuni indagati mentre si trovavano detenuti nel carcere di Siracusa, grazie a un telefono cellulare introdotto clandestinamente in cella. Da una branda, gli ordini arrivavano fuori e venivano eseguiti.

La droga viaggiava come un pacco, con tanto di sovrapprezzo

Il sistema di vendita era quasi commerciale nella sua logica. Chi voleva la droga poteva venirsela a prendere direttamente in Calabria, risparmiando, oppure farsela recapitare a domicilio, pagando di più: il sovrapprezzo copriva il rischio che si assumeva chi trasportava la merce. Per gli spostamenti, l’organizzazione si appoggiava ad autonoleggiatori compiacenti, pronti a fornire veicoli anche in piena notte, e a corrieri insospettabili che percorrevano le direttrici verso Catania e Palermo. Tra settembre 2023 e marzo 2024, quattro di loro sono stati sorpresi in flagranza: un sequestro complessivo di oltre 25 chilogrammi di cocaina pura, la fotografia di un flusso che non si era mai fermato. Il traffico di droga, da solo, non basta a spiegare l’aggravante mafiosa contestata nell’ordinanza. C’è dell’altro: colpi di pistola esplosi contro la saracinesca di un negozio, per costringere il titolare a smettere di vendere un prodotto ritenuto in concorrenza con l’attività di un affiliato. E ancora, minacce rivolte a chi tardava a saldare una fornitura di cocaina — non violenza fisica immediata, ma qualcosa di più sottile e forse più efficace: l’evocazione di un cognome, il ricordo dello stato detentivo di alcuni parenti, sufficienti a far percepire il rischio senza bisogno di pronunciarlo apertamente. È il metodo mafioso nella sua forma più pura: l’intimidazione che si autoalimenta grazie alla reputazione, non alla violenza esercitata volta per volta.

Il gruppo palermitano

In conferenza stampa, il procuratore aggiunto Musolino ha aggiunto un tassello che va oltre la singola indagine. Il gruppo palermitano coinvolto, ha spiegato, non è una realtà marginale ma un soggetto di peso nella criminalità del capoluogo siciliano — segno, per il magistrato, della capacità della cosca Alvaro di proiettarsi con autorevolezza anche fuori dai confini calabresi. Ma il punto che la Procura considera decisivo è un altro: il riconoscimento, in questa ordinanza, non solo dell’aggravante mafiosa “di metodo” — quella più evidente, legata alle intimidazioni — ma anche di quella “di agevolazione”, che riconosce nel narcotraffico una delle stesse finalità dell’associazione mafiosa. Vale anche per il ceppo dei Pajechi, ha detto Musolino, storicamente attivo nel traffico di droga ma finora privo di sentenze definitive che ne riconoscessero il legame con l’aggravante mafiosa. Un tassello che la Procura considera un passo verso un riconoscimento più ampio, quello di un’unica cosca Alvaro e non di ceppi frammentati e autonomi tra loro — costruito, ha tenuto a precisare il procuratore aggiunto, senza il contributo di collaboratori di giustizia, pur presenti nell’informativa dei carabinieri. Musolino ha confermato anche le rotte di esfiltrazione della cocaina, non solo da Gioia Tauro ma anche dai porti di Genova e Salerno.

“Un nemico che comanda anche da dietro le sbarre”

A chiudere la conferenza stampa è stato il comandante della Compagnia carabinieri di Gioia Tauro, Carmine Mungiello, con parole che restituiscono il senso della sfida affrontata sul campo: un’organizzazione strutturata, con risorse economiche significative, capace — ha detto — di continuare a operare anche dal carcere e di proiettarsi ben oltre i confini nazionali. Un avversario che non si ferma, e che per questo impone alle forze dell’ordine di “fare sistema” e moltiplicare gli sforzi. Il porto di Gioia Tauro, ha ricordato Mungiello, resta un volano economico decisivo per l’intero territorio. Ma in vicende come questa torna a essere anche ciò che meno vorrebbe essere: la porta d’ingresso privilegiata per la cocaina diretta verso l’Europa. Un’infrastruttura sotto controllo costante, sia da parte dell’Arma sia delle altre forze di polizia — ma il cui volume di traffico, ha ammesso il comandante, rende quell’attenzione un impegno mai acquisito una volta per tutte.


LEGGI ANCHE : ’Ndrangheta e narcotraffico, 35 arresti: la rete degli Alvaro tra Sinopoli e il porto di Gioia Tauro

’Ndrangheta, blitz contro la rete degli Alvaro: 35 arresti – TUTTI I NOMI

Argomenti
Categorie collegate

x

x