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La procura di Roma indaga sugli italiani presenti negli Epstein files

L’indagine nasce dall’esposto presentato il 26 marzo scorso “Differenza donna”

Pubblicato il: 06/09/2026 – 8:19
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ROMA Un’indagine sugli italiani presenti negli Epstein files, per accertare se nostri connazionali o persone che abbiano agito in Italia possano essere coinvolti in episodi di natura sessuale perseguibili attraverso la nostra magistratura.
La procura di Roma ha aperto un fascicolo per l’ipotesi di violenza sessuale, al momento nei confronti di ignoti, sugli archivi di Fbi e Dipartimento della Giustizia Usa relativi al controverso finanziere statunitense, che fu accusato di sfruttamento sessuale di decine minorenni.
Una maxi inchiesta che ha fatto emerge il coinvolgimento di nomi illustri, portando a scandali capaci di travolgere anche l’ex principe britannico Andrea. Dall’Italia la rogatoria è stata trasmessa alle autorità americane diversi mesi fa, con l’obiettivo di acquisire la documentazione relativa alla vicenda, compresi gli atti che ancora non sono stati resi pubblici. L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Arcuri, nasce dall’esposto presentato il 26 marzo scorso “Differenza donna”. Con quell’atto l’associazione aveva chiesto “l’avvio di indagini su possibili reati transnazionali di tratta, violenze sessuali e sfruttamento sessuale di donne, ragazze e minori connesse ai documenti resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti d’America”. Già da quei documenti, secondo quanto sostenuto nell’esposto, emergono “ricorrenze di soggetti italiani, riferimenti significativi e non episodici di soggiorni, spostamenti e relazioni in località italiane – Capri, la Costiera Amalfitana, la Costa Smeralda, Milano e Roma – nonché contatti con soggetti inseriti in circuiti economici e sociali di rilievo internazionale che potrebbero aver svolto un ruolo nella rete di sfruttamento e di stupri”. In queste ore Differenza donna definisce l’apertura delle indagini “un passaggio importante”, perché “se esistono fatti che riguardano il nostro Paese, devono essere ricostruiti e accertati con rigore, mettendo al centro le donne e le ragazze eventualmente coinvolte ma anche il sistema di influenza economica e politica che si porta con sé”. Ma l’associazione precisa anche: “La presenza di un nome in un documento o la frequentazione di Epstein non costituiscono, di per sé, prova di responsabilità penale. Proprio per questo è indispensabile un’indagine rigorosa, capace di distinguere le relazioni personali o sociali da condotte penalmente rilevanti”. A tirare in ballo i nomi di alcuni italiani, per i quali aveva chiesto qualche giorno fa al Congresso che fosse aperta un’indagine, è stato il deputato repubblicano Thomas Massie: tra i soggetti da lui citati, anche Lapo Elkann, che respinge duramente qualsiasi illazione. “Ci sono temi sui quali non si può e non si deve transigere. Vedere il proprio nome accostato a quello di Jeffrey Epstein, in assenza di elementi che giustifichino tale associazione, è inaccettabile – dice l’imprenditore – . Mi chiedo se l’utilizzo del mio nome non derivi dalla volontà di distogliere l’attenzione da altri”, sottolineando anche di essere, “in ogni momento, a completa disposizione delle autorità competenti per fornire ogni elemento, chiarimento o informazione che dovesse essere ritenuto utile”. Lapo Elkann precisa di aver incrociato Epstein “due volte: la prima a New York, ai tempi in cui ero assistente di Henry Kissinger, in un contesto pubblico in cui erano presenti figure del mondo della politica e della finanza e una seconda volta a Roma a un evento di business legato a Brasilinvest. Inoltre – conclude – come facilmente verificabile negli archivi pubblici, i cosiddetti Epstein Files, non c’è nessuna corrispondenza diretta tra me e lui”. (Ansa)

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