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LA CABINA DI REGIA

’Ndrangheta, il narcotraffico degli Alvaro diretto dal carcere di Siracusa. «Domani una macchina deve caricare 17 pacchi»

Vincenzo Alvaro e Francesco Riitano, detenuti e compagni di cella, avrebbero impartito direttive attraverso criptofonini

Pubblicato il: 22/07/2026 – 17:49
di Giorgio Curcio
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REGGIO CALABRIA Una cella del carcere di Siracusa trasformata nella cabina di regia di un’organizzazione capace di trattare con fornitori stranieri, finanziare importazioni di cocaina, scegliere le modalità di trasporto e impartire disposizioni agli uomini incaricati di agire all’esterno. È uno degli aspetti centrali dell’ordinanza firmata dal gip di Reggio Calabria Elsie Clemente nell’ambito dell’inchiesta sul presunto sodalizio dedito al narcotraffico e ritenuto funzionale agli interessi della cosca Alvaro di Sinopoli. Al vertice del sistema, nella ricostruzione accusatoria, ci sarebbero stati Vincenzo Alvaro e Francesco Riitano, detenuti e compagni di cella nel penitenziario siracusano. I due, tra i 35 destinatari della nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere, sono indicati come promotori, direttori, organizzatori e finanziatori dell’associazione: avrebbero comunicato con l’esterno attraverso criptofonini detenuti illegalmente, mantenendo il controllo sulle decisioni strategiche e sulle singole operazioni.  


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La «funzione di governo» dal carcere

Non semplici interlocutori chiamati a esprimere un parere, ma soggetti ai quali, secondo il gip, gli uomini operativi riconoscevano una posizione sovraordinata. Nell’ordinanza si parla di una «stabile funzione di governo delle attività illecite del gruppo», esercitata attraverso interventi continui sulle scelte economiche, sui rapporti con i fornitori e sulle modalità di esecuzione delle consegne. Dal carcere, Alvaro e Riitano avrebbero deciso i canali attraverso i quali procurarsi la cocaina, conducendo personalmente trattative con fornitori sudamericani e olandesi. Avrebbero approvato prezzi e condizioni economiche, stabilito le modalità di trasporto, indicato gli accorgimenti da adottare per evitare i controlli e affrontato i problemi sorti dopo il sequestro dei carichi. A loro viene attribuito anche un ruolo finanziario: avrebbero partecipato ai costi delle importazioni e condiviso con gli altri finanziatori rischi e perdite delle operazioni. Per la giudice, proprio il coinvolgimento nelle decisioni e nel sostegno economico dimostrerebbe una partecipazione stabile, non occasionale, al presunto programma criminale.

I collegamenti con l’esterno

A garantire il passaggio dalle disposizioni impartite in cella alla loro esecuzione sul territorio sarebbero stati soprattutto Francesco Alvaro, figlio di Vincenzo, e Angelo Riitano, nipote di Francesco. Il primo viene descritto come l’elemento cardine del sodalizio all’esterno: avrebbe aggiornato costantemente i due detenuti, mantenuto i rapporti con fornitori e acquirenti, coordinato gli operatori portuali e organizzato custodia, trasporto e vendita della sostanza. Angelo Riitano avrebbe invece rappresentato il riferimento dello zio, curando i collegamenti con fornitori, compratori, finanziatori e presunti portuali infedeli. Le indicazioni dal carcere avrebbero così raggiunto i diversi livelli del sistema: dai contatti internazionali per l’acquisto della cocaina alle batterie incaricate di recuperarla nei porti, fino agli uomini impiegati nelle consegne sul territorio nazionale.

Le importazioni dal Sudamerica

L’ordinanza ricostruisce diverse operazioni nelle quali le decisioni principali sarebbero state assunte o validate dai due detenuti. Nel caso dei 233 chili di cocaina provenienti dal Brasile, sequestrati prima dell’imbarco dalle autorità locali, Riitano avrebbe mantenuto contatti diretti con i fornitori stranieri, partecipando anche al finanziamento dell’operazione. Alvaro Vincenzo, sempre dalla cella, avrebbe invece preso parte alle trattative sui termini economici attraverso il figlio Francesco. Un sistema analogo viene descritto per i 31 chili occultati in un container e sequestrati durante una sosta nel porto panamense di Cristóbal. Francesco Alvaro avrebbe aggiornato il padre sull’andamento dell’operazione, rimettendo a lui le decisioni principali e le valutazioni da compiere dopo la perdita del carico.


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«Domani una macchina deve caricare 17 pacchi»

La funzione direttiva attribuita ai due detenuti emerge anche dalle conversazioni sulle singole consegne. Il 21 febbraio 2021, in relazione a una presunta cessione di 17 chili di cocaina, Riitano scrive a Francesco Alvaro: «Domani deve venire una macchina a caricare 17 pacchi pure. A che ora possiamo fare?». Vincenzo Alvaro interviene invece sulle modalità operative, suggerendo di non condurre il corriere in luoghi frequentati dal gruppo: «Meglio che non lo porti in una via dove siamo noi». Per il gip, sono indicazioni che riguardavano aspetti essenziali dell’attività: la preparazione della sostanza, l’incontro con il corriere, il luogo della consegna e le cautele necessarie per ridurre il rischio di controlli. In un’altra conversazione, relativa alla gestione di trenta «pacchi», Alvaro Vincenzo avrebbe fornito dal carcere indicazioni sul luogo nel quale scaricare la sostanza, raccomandando di evitare movimenti sospetti: «Ottimo, non fate troppo movimento». Avrebbe inoltre confermato quantità e caratteristiche del carico e chiesto di essere aggiornato sugli sviluppi.

Il carcere che non interrompe i traffici

È proprio la continuità delle comunicazioni a rappresentare uno degli elementi più significativi della ricostruzione investigativa. La detenzione, secondo l’accusa, non avrebbe interrotto la capacità dei due uomini di intervenire negli affari del gruppo. Attraverso i telefoni criptati avrebbero continuato a trattare, autorizzare pagamenti, valutare i fornitori, impartire ordini e risolvere contrasti. All’esterno, figli, nipoti e altri presunti sodali avrebbero tradotto quelle decisioni in operazioni concrete, mantenendo un flusso costante di informazioni verso la cella di Siracusa. Una struttura verticale nella quale, sostiene la gip, «le scelte più importanti dovevano essere sottoposte alla validazione dei due detenuti». (g.curcio@corrierecal.it)

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