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l’inchiesta

La cocaina dal Sudamerica, i portuali infedeli e il giallo del carico sequestrato a Panama: «Per noi è come un contratto»

Un affare da decine di chili di cocaina purissima trattato a cavallo tra l’America Latina e le banchine del porto di Gioia Tauro

Pubblicato il: 23/07/2026 – 7:02
di Mariateresa Ripolo
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GIOIA TAURO  Un affare da decine di chili di cocaina purissima trattato a cavallo tra l’America Latina e le banchine del porto di Gioia Tauro, mandato all’aria solo dai controlli delle autorità panamensi prima che la nave prendesse il largo per l’Europa. È quanto emerge dettagliatamente tra le pagine dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Reggio Calabria, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, nell’inchiesta contro il presunto sodalizio dedito al narcotraffico e ritenuto funzionale agli interessi della cosca Alvaro di Sinopoli. Nell’episodio in questione si ricostruisce nel dettaglio la fallita importazione di uno stock di droga orchestrata tra il dicembre 2020 e il gennaio 2021.

Le trattative con il Sudamerica

L’episodio prende avvio il 14 dicembre 2020. Vincenzo Sainato, attraverso la piattaforma di messaggistica criptata “Sky ECC”, entra in contatto con un fornitore estero non identificato – con nickname “Sangue Blu” – per vagliare la possibilità di far giungere in Italia un carico di cocaina proveniente dal Sud America. Le opzioni di trasporto vengono discusse direttamente in chat. 
Ricevuta la proposta, Sainato gira l’affare a Francesco Alvaro affinché interpelli i portuali di fiducia a Gioia Tauro per verificare la fattibilità dello sbarco e le modalità di occultamento. La catena di comando del clan si mette subito in moto. Il 17 dicembre, Francesco Alvaro consulta il padre Vincenzo Alvaro – figura di vertice della cosca – per riferire le condizioni economiche e ottenere l’autorizzazione definitiva a procedere: «Se per te va bene.. ieri mi ha scritto L amico di su il fratello di micu Dice che hanno quasi pronti 20 pacchi fra un po’ ti giro le foto che la stavano preparando E dice che mandando senza soldi questi 20.. se gli facciamo uscita e ci resta la vendita anche».
Assieme al messaggio, il figlio inoltra le foto che ritraggono i narcos sudamericani all’interno di un piccolo laboratorio (“cucina”) mentre impastano la sostanza con un foglio recante il codice d’ordine “Nedved”. Per Vincenzo Alvaro è fondamentale fissare in anticipo la cifra d’acquisto con i fornitori, richiamando la caratura criminale della famiglia: «Lui gli deve dire che noi siamo persone serie e vogliamo sapere prima a che prezzo c’è la da perché quello che stabiliamo prima per noi e come un contratto».
Ottenuto il benestare del padre, le parti concordano la spartizione dei proventi: il 25% per la quota di esfiltrazione, la merce acquistata a «4/5 punti sotto il mercato» e il guadagno sulla rivendita diviso a metà.

Le strategie di occultamento

Per ridurre al minimo il rischio di sequestro, la squadra degli esfiltratori del porto, coordinata dai cognati Filippo Gallo e Antonio Reitano, il primo operativo all’esterno dello scalo, il secondo all’interno, impartisce precise istruzioni tecniche ai narcos sudamericani. Reitano sconsiglia l’utilizzo delle celle frigorifere (“frigo”), considerate troppo esposte alle verifiche delle forze dell’ordine: «Compare però ditegli se possono fare secco […] Perché i frigo li stanno controllando uno x uno».
Il consiglio dei portuali è quello di nascondere la droga nei container “secco” e in particolare nelle intercapedini strutturali denominate in gergo “occhi”: «Oppure mandare negli occhi […] Anche se e nell occhio e va in ispezione nn la vedono».
Mentre la logistica viene definita, la spedizione subisce modifiche nella quantità e nella qualità: dopo un rinvio sotto le feste di Natale a causa del ridotto numero di casse imbarcate sulla nave prescelta, Sainato informa Francesco Alvaro che la cocaina è stata finalmente caricata. I chili totali previsti diventeranno 31, stivati all’interno di un container trasportato da una nave porta-container diretta in Calabria.

Il giallo del container vuoto e la paura del raggiro

Il 25 gennaio 2021, data in cui è atteso l’approdo della nave a Gioia Tauro, la tensione tra i sodali si alza. Gallo avvisa Francesco Alvaro che la Guardia di Finanza è già presente sul molo in attesa dell’imbarcazione e che il carico è finito irrimediabilmente sotto la lente degli investigatori:
«IL CONTENITORE E NELLA BLACK LIST […] E dv fare scanner piu dogana […] Dice che già c’era la finanza che aspettava».
Sottoposto alle verifiche strumentali con lo scanner e all’ispezione fisica, il container rivela però un’inaspettata sorpresa: al suo interno non c’è alcuna traccia della droga. Gallo comunica l’esito ai vertici della cosca: «HANNO PRESO CONTENITORE COMPA NN C’È NULLA».
La notizia spiazza il gruppo e fa scattare il sospetto di essere stati truffati dai partner sudamericani, con la convinzione che la sostanza non sia mai stata imbarcata. È lo stesso Vincenzo Alvaro a manifestare forte irritazione, come riporta il figlio Francesco a Sainato: «Amico ma non è che una truffa che ci hanno fatto? Che veramente il contenitote e arrivato vuoto? […] C’è mio parente che è un po’ girato amico per sto discorso .. vuole capire se è arrivato vuoto o meno.. perché gli è capitato a lui direttamente una volta che gli è arrivato vuoto il contenitore».

La prova del sequestro a Panama

Per chiarire il mistero e scongiurare la truffa, gli indagati premono per ottenere la documentazione ufficiale dell’esito dello scanner eseguito al porto di partenza. La risposta definitiva arriva soltanto alcune settimane più tardi, quando arrivano via chat le immagini dei verbali rilasciati dalle autorità estere: i 31 chilogrammi di cocaina non erano mai arrivati in Italia perché intercettati e sequestrati dalla polizia panamense all’interno dello scalo di Cristóbal, prima ancora che la nave salpasse per l’Europa.

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