Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 19:34
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 6 minuti
Cambia colore:
 

IL PROCESSO D’APPELLO

’Ndrangheta, «guardiani» imposti, armi e affari nei villaggi turistici: il sistema degli Anello-Fruci

La Corte d’Appello ricostruisce nelle motivazioni di “Imponimento” il controllo sulle strutture tra Pizzo e Curinga. Nel 2004 l’ospitalità al latitante Rocco Morabito

Pubblicato il: 07/08/2026 – 18:57
di Giorgio Curcio
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo

CATANZARO Uomini da assumere come «guardiani», forniture da controllare, servizi da affidare alle imprese gradite, somme di denaro da riscuotere. E poi le armi custodite dagli uomini inseriti nelle strutture e persino l’ospitalità garantita a un latitante. È lo scenario ricostruito e confermato dalla Corte d’Appello di Catanzaro nelle motivazioni del processo abbreviato “Imponimento” sui rapporti tra la cosca Anello-Fruci e alcuni dei principali villaggi turistici presenti tra il Vibonese e il Lametino. Garden Resort Calabria di Curinga, Garden Club di Pizzo e Bravo Club lungo la Statale 18 compaiono nel racconto dei collaboratori e nelle precedenti risultanze giudiziarie come luoghi attorno ai quali il gruppo avrebbe esercitato il proprio potere. Non soltanto attraverso le tradizionali richieste estorsive, ma entrando nella gestione quotidiana delle strutture: dalle assunzioni alla lavanderia, dalla pulizia della spiaggia alla manutenzione delle piscine.

I «guardiani» imposti al Garden Resort

Il rapporto con le strutture turistiche degli Stillitani viene fatto risalire già alla fase di progettazione, nel 2001, del nuovo Garden Resort Calabria di Curinga, successivo al Garden Club di Pizzo. Una volta avviato il villaggio, nel 2004, secondo quanto riferito dal collaboratore Francesco Michienzi, sarebbe stata imposta l’assunzione dei cosiddetti «guardiani». Tra questi vengono indicati Antonio Anania, Giuseppe Morello, Vincenzo De Nisi e Pasquale Rondinelli. Le motivazioni richiamano anche le dichiarazioni di un altro collaboratore, che aveva lavorato dal 2001 al 2008 nel vicino Garden Club e che avrebbe confermato come De Nisi, Rondinelli e Anania fossero stati collocati nel Garden Resort per volontà degli Anello. La «guardiania», nella ricostruzione giudiziaria, non sarebbe stata dunque soltanto un posto di lavoro ottenuto grazie all’interessamento della cosca. Era uno degli strumenti attraverso cui mantenere il «controllo territoriale» delle strutture turistico-alberghiere, secondo la stessa contestazione richiamata dalla Corte.

Le armi affidate agli uomini nel villaggio

Il ruolo attribuito ad alcuni dei «guardiani» sarebbe andato molto oltre la semplice sorveglianza. De Nisi e Rondinelli, secondo Michienzi, erano incaricati anche della custodia delle armi del gruppo. Una di queste sarebbe stata utilizzata nel 2005 per compiere un danneggiamento ai danni di una persona che lavorava come economo del Garden Resort e che avrebbe contrastato l’operato degli uomini della cosca all’interno del villaggio. L’azione, nella ricostruzione riportata nelle motivazioni, sarebbe stata ordinata da Vincenzino Fruci. La Corte ritiene le dichiarazioni del collaboratore coerenti e costanti, e richiama come riscontro anche quelle provenienti da chi aveva svolto analoghe mansioni di controllo nel vicino Garden Club.

Frutta, lavanderia, spiaggia e piscine

Il controllo si estendeva poi alla parte economicamente più appetibile. Le motivazioni elencano l’accaparramento delle forniture di frutta e dei servizi di pulizia della spiaggia, lavanderia e manutenzione delle piscine del Garden Resort Calabria. Attività sulle quali Vincenzino Fruci avrebbe preteso un «compenso». All’interno della stessa struttura sarebbe stata inoltre favorita l’assunzione di persone a lui vicine, tra cui il cognato Antonino Gallo. È proprio questa dimensione a restituire la portata del controllo attribuito alla cosca: il villaggio come piccola economia nella quale ogni servizio poteva trasformarsi in una commessa da orientare e ogni posto di lavoro in uno spazio da occupare. La pressione mafiosa, in questa prospettiva, non si esauriva nel pagamento periodico di una somma ma avrebbe permesso di entrare nella vita economica della struttura e di ricavare vantaggi da una molteplicità di attività apparentemente ordinarie.

Il latitante Rocco Morabito ospitato nel villaggio

C’è poi un episodio che porta il racconto ben oltre gli interessi economici. Secondo Michienzi, nel 2004 il gruppo Anello-Fruci avrebbe fornito ospitalità nel nuovo villaggio degli Stillitani al latitante reggino Rocco Morabito, agendo per conto dei Bonavota. A occuparsi della vicenda sarebbe stato Vincenzino Fruci. Rocco Anello e gli altri componenti della famiglia, in quel periodo, si trovavano infatti detenuti. È un dettaglio che nelle motivazioni assume un valore particolare: la struttura turistica, secondo il racconto del collaboratore, sarebbe stata utilizzata anche come luogo nel quale assicurare protezione a un latitante appartenente a un circuito criminale esterno alla cosca. La stessa fase storica viene richiamata per descrivere i rapporti tra gli Anello-Fruci e gli Stillitani e, nel 2005, l’appoggio del gruppo alla candidatura regionale di Francescantonio Stillitani. La sentenza riporta inoltre il racconto relativo all’incendio appiccato nello stesso anno a una struttura balneare in costruzione nei pressi dei villaggi, che avrebbe potuto sottrarre clientela alle attività già presenti.

Il Bravo Club e l’«imbasciata» partita dal carcere

Il Garden Resort non sarebbe stato l’unico villaggio sottoposto agli interessi della cosca. Le motivazioni richiamano anche il Bravo Club, lungo la Statale 18. Rocco Anello, secondo la ricostruzione del collaboratore, ne avrebbe esercitato il controllo fin dalla fase della realizzazione, tra il 2000 e il 2002. Un potere che sarebbe proseguito anche dopo la sua carcerazione. Anello avrebbe fatto arrivare attraverso la moglie una «imbasciata» a Vincenzino Fruci: convocare l’avvocato Bilotta, socio del villaggio, e intimargli di consegnare alla donna le somme annuali dovute a titolo estorsivo. Un ordine impartito dal carcere che, secondo il racconto riportato dalla Corte, avrebbe raggiunto il proprio obiettivo: il socio avrebbe ceduto alla richiesta. Anche in questo caso il dato significativo non è soltanto l’estorsione. È la capacità del vertice detenuto di continuare a impartire direttive e assicurare alla famiglia il flusso di denaro proveniente dalle attività sottoposte al controllo del gruppo.

Il villaggio come territorio da controllare

La Corte dedica particolare attenzione alla posizione di Vincenzo De Nisi proprio nel ricostruire questo sistema. La contestazione, riportata nelle motivazioni, attribuiva a lui e agli altri uomini della «guardiania» il compito di garantire agli Anello-Fruci il controllo delle strutture turistico-alberghiere attraverso assunzioni imposte «con modalità estorsive e secondo una logica spartitoria». Agli stessi uomini venivano attribuiti anche la detenzione di armi, gli atti intimidatori e la funzione di collegamento con altre consorterie. La difesa aveva contestato il valore delle dichiarazioni dei collaboratori e sostenuto che le attività indicate non fossero sufficienti a dimostrare una stabile condotta associativa. La Corte ha però giudicato infondato l’appello, valorizzando la coerenza del racconto di Michienzi e i riscontri provenienti dalle dichiarazioni relative alle dinamiche interne ai due villaggi turistici. (g.curcio@corrierecal.it)

Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato  

Argomenti
Categorie collegate

x

x