‘Ndrangheta e TikTok, dall’onore a San Michele Arcangelo: lo studio che indaga sul confine tra “calabresità” e apologia mafiosa
Firmato dalla docente Anna Sergi e pubblicato su “Crime Media Culture”, la ricerca esplora il sottile confine social tra orgoglio culturale e sottocultura mafiosa
Canzoni popolari, richiami alla simbologia ‘ndranghetista, video che da un’estrema esaltazione della “calabresità” rischiano di trasformarsi in vera e propria apologia mafiosa. Il rapporto tra ‘ndrangheta e TikTok è diventato oggetto di una recente ricerca dell’Università di Bologna pubblicata sulla rivista internazionale Crime Media Culture a firma della docente calabrese Anna Sergi, professoressa al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali. Nell’arco di tre mesi sono stati raccolti oltre mille video della piattaforma, di cui 250 “selezionati” per essere esaminati: l’obiettivo era indagare il modo in cui l’esaltazione della cultura calabrese si intreccia con la sottocultura mafiosa.
Il confine tra orgoglio culturale e criminalità
Lo studio dal titolo “The ‘mafia cultural drift’: A digital ethnography of Calabrian parochialism and ‘ndrangheta values on TikTok”, prende le mosse dalle reazioni social all’omicidio di Antonio Bellocco, ucciso a Milano nel 2024. In quell’occasione, furono molti i profili che assunsero quasi un «atteggiamento apologetico, sminuendone il profilo mafioso», “limitandosi” al cordoglio per la vittima o invocando anche vendetta. L’indagine si è quindi sviluppata tra le fila dell’algoritmo di TikTok, arrivando ad esaminare centinaia di video e decine di utenti, alcuni dei quali – si legge nella ricerca – anche riconducibili a effettivi membri della ‘ndrangheta. L’obiettivo dello studio era, dunque, dimostrare come «la ‘ndrangheta beneficia, involontariamente, dell’esposizione su TikTok» nascondendosi dietro il concetto di “calabresità”. In sostanza, anche a causa dell’algoritmo che lega e promuove video simili tra di loro, sulla piattaforma diventa sempre più sfumato il confine tra «orgoglio culturale e criminalità» con gli utenti che man mano passano «dal celebrare le proprie origini a giustificare i valori mafiosi». Un’azione non intenzionale né strategica, ma che porta comunque benefici alla ‘ndrangheta: il rischio, infatti, è che TikTok favorisca una «deriva culturale mafiosa».
Onore, lealtà e i valori diffusi sui social
A ritornare spesso sono concetti come “onore”, “lealtà familiare”, “resilienza”, valori della cultura calabrese che diventano «ambigui» nel momento in cui si intrecciano con «richiami alla difesa e alla vendetta», finendo per essere manipolati in contesti ‘ndranghetisti per giustificare atti criminali. Una tendenza che riflette il rapporto tra mafie e social media, uno strumento sia di autocelebrazione che di “influenza strategica”. Anche «gli affiliati di ‘ndrangheta hanno usato e usano ancora ampiamente le piattaforme»: se da una parte questo aiuta alle forze dell’ordine, dall’altra «rafforza la coesione interna e funge da potenziale strumento di reclutamento». Diventano, in sostanza, dei “mobfluencer” che diffondono tra i giovani il loro stile di vita e i loro valori, enfatizzando tramite narrazioni e immagini «la loro idea distorta di onore e lealtà».
Le quattro tipologie di utenti
Nell’esaminare i video – si legge nella ricerca – emergono quattro tipologie di utenti: gli ammiratori, ovvero coloro che «elogiano apertamente i modi, i valori, i luoghi, il cibo, la cultura calabrese», i militanti, cioè coloro che elogiano la Calabria «ma lo fanno con un messaggio sottostante di resistenza». Ci sono poi i sostenitori, ovvero chi pubblica video a sostegno dei valori calabresi, compresi quelli che si intrecciano con la cultura mafiosa. E, infine, gli apologeti, coloro che «sostengono apertamente o inequivocabilmente la ‘ndrangheta e la sua società “onorata”».
La figura di San Michele Arcangelo
In quest’ultima categoria rientrano i video in cui vengono esaltati i valori e ripubblicati i simboli ‘ndranghetisti, come la figura di San Michele Arcangelo. In un caso, un utente rientrato nello studio «non nasconde il suo disprezzo verso le forze dell’ordine e la sua vicinanza ai ambienti della ‘ndrangheta». Ancora una volta riappare la figura del Santo, richiamato spesso nei video social per il suo “doppio” ruolo, da patrono degli ‘ndranghetisti e patrono della Polizia di Stato. Un «corto circuito» utilizzato dagli apologeti anche per insultare le forze dell’ordine.
Da Gratteri al reato di apologia mafiosa
Del resto, le influenze della ‘ndrangheta su TikTok erano già finite al centro del dibattito pubblico e giudiziario. In passato un’inchiesta del Corriere della Calabria aveva svelato l’esistenza di un profilo da oltre 30mila follower che inneggiava quotidianamente ai clan, pubblicando foto di storici boss e attacchi ai collaboratori di giustizia (account poi oscurato dalla Polizia postale). Sul tema era intervenuto a più riprese il procuratore Nicola Gratteri, che dopo aver lanciato l’allarme sull’esaltazione dei valori mafiosi sui social ha incontrato i vertici di TikTok per sollecitare la rimozione di migliaia di contenuti a rischio. La piattaforma ha anche aggiunto tra le opzioni di segnalazione la voce specifica per i “contenuti relativi alla criminalità violenza o organizzata”. Sul fronte legislativo, infine, lo scorso marzo è stata avanzata una proposta di legge per introdurre il reato di “apologia di criminalità organizzata e mafiosa”. (ma.ru.)
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