’Ndrangheta, il «Mister centomila» della cosca Trapasso: 87mila euro cash, un lingotto e otto Rolex
Ricostruito il ruolo di Umberto Gigliotta, indicato come gestore degli investimenti della famiglia Trapasso. Dai contanti agli immobili, fino ai 5mila euro per il compleanno del boss
LAMEZIA TERME Ottantasettemila euro in contanti, un lingotto d’oro, otto Rolex. E poi immobili, auto anche di lusso, assegni, cambiali e disponibilità finanziarie. Nelle motivazioni della sentenza d’appello del processo Basso Profilo, la Corte d’Appello di Catanzaro torna sulla figura di Umberto Gigliotta, indicato dai giudici come «un imprenditore organicamente inserito nella cosca Trapasso di San Leonardo di Cutro e incaricato, secondo la ricostruzione processuale, di gestire e investire parte dei proventi illeciti della famiglia». Un personaggio al quale Antonio Gallo aveva attribuito un soprannome particolarmente evocativo: «Mister centomila». Un appellativo che, secondo quanto ricostruito nelle motivazioni, rimanderebbe «proprio alla capacità di movimentare ingenti somme di denaro in contanti attraverso il sistema delle false fatturazioni».
Gli investimenti per conto dei Trapasso
Nell’esaminare la posizione di Gigliotta, la Corte richiama anzitutto le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, ritenute convergenti e reciprocamente riscontrate. Il ruolo attribuito all’imprenditore sarebbe stato quello di gestire gli investimenti dei proventi illeciti della cosca Trapasso, soprattutto nel settore immobiliare e nelle attività murarie. I giudici sottolineano anche il rapporto fiduciario con i vertici della famiglia e, in particolare, con Giovanni Trapasso. Secondo la ricostruzione accolta dalla Corte, Gigliotta avrebbe gestito e organizzato «in nome e per conto» della cosca diverse attività lucrative nell’area catanzarese: false fatturazioni, investimenti immobiliari, truffe e operazioni finanziarie. Un ruolo che i giudici ritengono derivasse da un’investitura proveniente direttamente da Giovanni Trapasso e dal figlio Tommaso, al quale Gigliotta era legato anche da un rapporto personale particolarmente stretto.
87mila euro, il lingotto e gli otto Rolex
A dare consistenza alla figura di «Mister centomila», secondo la Corte, non sarebbero però soltanto le dichiarazioni dei collaboratori. Durante una perquisizione eseguita in un’abitazione nella disponibilità di Gigliotta a Settingiano furono rinvenuti 87.340,91 euro in contanti, oltre a un lingotto d’oro e otto orologi Rolex. Gli accertamenti patrimoniali avrebbero inoltre restituito l’immagine di un patrimonio particolarmente rilevante, composto da numerosi immobili, veicoli anche di lusso e certificati di deposito. Nelle motivazioni viene richiamata anche la particolare propensione agli investimenti immobiliari e, in particolare, agli acquisti di immobili all’asta, operazioni che, notano i giudici nelle motivazioni, presuppongono una pronta disponibilità di capitali liquidi per formulare le offerte e versare immediatamente le somme necessarie.
Perché lo chiamavano «Mister centomila»
Il soprannome utilizzato da Gallo troverebbe una spiegazione in una delle conversazioni valorizzate dai giudici. Parlando con Glenda Giglio, Gallo avrebbe riferito che Gigliotta, insieme a un altro soggetto coinvolto nel processo Stige, gestiva a Verona un sistema illecito di false fatturazioni attraverso il quale sarebbe stato in grado di movimentare in contanti somme dell’ordine dei centomila euro. È proprio da qui, annota la Corte, che deriverebbe l’alias «centomila». Il tema delle false fatture è del resto centrale nell’intera ricostruzione della posizione di Gigliotta. Secondo i giudici, l’imprenditore avrebbe promosso e diretto una struttura dedicata alla seriale commissione di reati tributari e di autoriciclaggio attraverso società cartiere formalmente intestate a prestanome. Le imprese clienti pagavano le fatture per operazioni inesistenti, il denaro veniva quindi prelevato dai conti e consegnato a Gigliotta, che avrebbe curato le successive restituzioni trattenendo la percentuale pattuita.
Assegni e cambiali
Altri elementi vengono dagli esiti delle perquisizioni. Nella disponibilità dell’imputato furono trovati numerosi assegni e cambiali, compilati o in bianco, riconducibili a imprenditori e amministratori di diverse società. Un possesso che, secondo la Corte, non avrebbe trovato giustificazione in leciti rapporti commerciali. I giudici richiamano inoltre una serie di messaggi e conversazioni ritenuti indicativi di attività di riscossione di denaro e valutati all’interno del più ampio quadro probatorio ricostruito nel processo. Sul punto vengono riportate anche le dichiarazioni del collaboratore Gennaro Pulice, secondo il quale Gigliotta avrebbe gestito attività usurarie per conto dei Trapasso, utilizzandone i capitali e praticando anche il cosiddetto cambio assegni. La Corte ritiene credibile il racconto del collaboratore, ma nelle motivazioni precisa anche che Gigliotta non risponde di specifici episodi di usura: quegli elementi vengono valutati ai fini della ricostruzione complessiva del rapporto con la cosca.
I 5mila euro per il compleanno del boss
C’è poi un episodio al quale i giudici attribuiscono un particolare significato. Tommaso Trapasso avrebbe invitato Gigliotta alla festa organizzata per il compleanno del padre Giovanni, definitivamente condannato nel processo “Borderland” quale capo dell’omonima cosca. Gigliotta avrebbe declinato l’invito perché impegnato contemporaneamente a un battesimo. Ma la conversazione sarebbe proseguita con la richiesta di un’elargizione di 5mila euro, somma che l’imprenditore si sarebbe dichiarato pronto a versare. Per la Corte quell’invito non rappresenta un dettaglio secondario. Tommaso Trapasso era infatti anche testimone di nozze di Gigliotta, circostanza alla quale i giudici attribuiscono un particolare valore simbolico, indicativo di un legame forte e destinato a durare nel tempo.
L’esito processuale
Una serie di elementi che, complessivamente valutati, portano la Corte a respingere la tesi difensiva di un imprenditore semplicemente spregiudicato ma estraneo alle logiche mafiose. Secondo i giudici, al contrario, Gigliotta avrebbe costruito la propria forza economica proprio attraverso il rapporto con la famiglia Trapasso, della quale avrebbe gestito interessi e affari nella zona di Catanzaro Lido. Nel giudizio d’appello la pena nei suoi confronti è stata rideterminata in 20 anni e 4 mesi di reclusione. La Corte lo ha inoltre dichiarato colpevole di ulteriori contestazioni relative a operazioni di intestazione fittizia, unite in continuazione ai reati già riconosciuti in primo grado. (g.curcio@corrierecal.it)
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