Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 16:18
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 5 minuti
Cambia colore:
 

BASSO PROFILO

’Ndrangheta, l’«arcipelago unitario» degli affari. I giudici: Gallo «trait d’union» delle cosche

La Corte d’Appello ricostruisce una rete capace di superare i confini delle singole consorterie: cartiere, flussi di denaro, posti di lavoro e false fatture al servizio degli interessi criminali

Pubblicato il: 25/08/2026 – 15:54
di Giorgio Curcio
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo

CATANZARO Non una semplice somma di cosche, ciascuna chiusa nel proprio territorio e nei propri affari ma un «arcipelago unitario», composto da articolazioni autonome e collegate, «capace di muoversi secondo interessi comuni e di utilizzare anche il mondo dell’impresa per alimentare i propri programmi criminali». È una delle chiavi di lettura più significative che emerge dalle motivazioni della sentenza pronunciata il 24 febbraio 2026 dalla Corte d’Appello di Catanzaro nel processo “Basso Profilo”.
Un quadro che i giudici mettono a fuoco prima ancora di affrontare nel dettaglio le singole posizioni degli imputati. Per la Corte, infatti, uno degli aspetti centrali del processo è rappresentato proprio dalla capacità del sistema ricostruito dall’accusa di perseguire finalità di agevolazione non soltanto a favore di una determinata cosca, ma della «unitaria organizzazione della ’ndrangheta calabrese». Un punto che il collegio indica tra gli approdi probatori più rilevanti emersi dal procedimento.

L’«arcipelago unitario»

È in questo passaggio che compare l’immagine dell’«arcipelago unitario composto da diverse associazioni che operano sotto la guida di un organismo provinciale». Una concezione della ’ndrangheta che, sottolineano i giudici, non rappresenterebbe soltanto una costruzione ricavata dalle precedenti sentenze, ma avrebbe trovato nel processo Basso Profilo un’ulteriore concreta conferma.
La Corte richiama infatti il modello di una ’ndrangheta intesa come entità unitaria, articolata in strutture autonome ma collegate e coordinate da un organismo di vertice, il Crimine o Provincia. Un assetto già delineato dalla giurisprudenza a partire dagli esiti dell’inchiesta “Infinito” e che, secondo i giudici d’appello, trova riscontro anche nell’area crotonese e nel territorio ionico dell’alto Catanzarese.
È dentro questo sistema che la Corte colloca la figura di Antonio Gallo, descrivendone la capacità di intrattenere rapporti «stabili, profondi e trasversali» con importanti esponenti delle cosche operanti in un’area che comprende Catanzaro, Sellia Marina, Roccabernarda, Mesoraca e Cutro. Rapporti che, secondo la ricostruzione giudiziaria, gli avrebbero consentito di costruire un vero e proprio sistema economico e di acquisire una posizione particolarmente forte nel tessuto imprenditoriale.



Gallo «trait d’union» tra le organizzazioni

Nelle motivazioni Gallo viene definito il «trait d’union delle organizzazioni operanti sul territorio», un interlocutore delle diverse articolazioni mafiose che avrebbero utilizzato lui e le sue attività economiche – lecite e illecite, scrivono i giudici – per penetrare nel tessuto economico e sociale e gestire affari funzionali ai propri interessi. Il rapporto, secondo la Corte, sarebbe stato tutt’altro che unilaterale. Da un lato le cosche avrebbero potuto contare su flussi economici, elargizioni, opportunità occupazionali per soggetti vicini agli ambienti criminali e sull’accesso a condizioni privilegiate al sistema delle false fatturazioni e delle sovrafatturazioni. Dall’altro, Gallo avrebbe accresciuto il proprio potere economico, divenendo un interlocutore sempre più qualificato agli occhi degli esponenti mafiosi del territorio. È proprio questa trasversalità a rappresentare uno degli elementi più rilevanti della lettura offerta dai giudici.

Il business delle «cartiere»

Al centro del sistema ci sono le cosiddette società cartiere, utilizzate per l’emissione di fatture relative a operazioni inesistenti. La Corte le definisce uno strumento di evasione fiscale e riciclaggio e uno dei business più redditizi di interesse della criminalità organizzata. Secondo quanto ricostruito nel processo, sulle società confluivano i pagamenti delle fatture emesse per prestazioni mai realmente eseguite. Il denaro veniva quindi prelevato in contanti o fatto uscire dai conti per essere retrocesso alle imprese che lo avevano versato, trattenendo normalmente un compenso che le motivazioni indicano nell’ordine dell’11% della somma prevista in fattura. Un meccanismo che richiedeva organizzazione, amministratori formali, società da aprire e chiudere, persone incaricate dei prelievi e una continua sostituzione delle strutture divenute troppo esposte. Secondo i giudici, proprio la capacità di far sopravvivere il sistema anche dopo l’avvio degli accertamenti dimostrerebbe la presenza di una regia stabile e non di occasionali accordi tra singoli soggetti. La Corte arriva a parlare di un’organizzazione che avrebbe per anni «inquinato il sano tessuto economico e imprenditoriale», permettendo a imprese e aziende di ottenere indebiti benefici fiscali e di accumulare capitali attraverso il ricorso sistematico alla falsa fatturazione.

Gli affari oltre i confini delle singole cosche

Dunque, le cartiere, il denaro, le imprese e i rapporti personali descritti nelle centinaia di pagine della sentenza diventano, nella lettura della Corte d’Appello, tasselli di un sistema più ampio e nel quale gli interessi economici «avrebbero consentito di mettere in collegamento mondi e articolazioni differenti della ’ndrangheta e nel quale la capacità imprenditoriale sarebbe diventata essa stessa uno strumento di rafforzamento delle organizzazioni criminali». È su questo terreno che i giudici collocano il ruolo attribuito a Gallo: la Corte conferma, con riferimento all’associazione e ai relativi reati-fine, l’impostazione secondo cui sarebbe stato proprio lui a ideare e creare un sodalizio destinato a rafforzare i programmi criminali delle cosche con le quali intratteneva rapporti. (g.curcio@corrierecal.it)

Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato

Argomenti
Categorie collegate

x

x