’Ndrangheta e petrolio, «trovate uno pulito». Il piano per ripulire i profitti dei carburanti
La conversazione tra D’Amico e Gallone: il riferimento allo «zio Luigi» e al progetto delle «colonnine in bianco» per far transitare il denaro degli affari illeciti nel settore dei carburanti
CATANZARO Un soggetto «pulito», capace di muoversi senza destare sospetti e attraverso il quale far transitare il denaro. È il progetto che, secondo quanto Giuseppe D’Amico racconta in una conversazione intercettata, sarebbe stato indicato da Luigi Mancuso per «ripulire» i profitti illeciti derivanti dal settore dei carburanti. Il dialogo entra nelle motivazioni della sentenza d’appello del processo Petrolmafie e viene valorizzato dalla Corte nel ricostruire il ruolo di D’Amico all’interno della consorteria facente capo al boss di Limbadi e, soprattutto, il controllo degli affari legati alla commercializzazione del petrolio.
«Ne voglio uno… dovete trovare uno pulito»
È il 25 marzo 2019. Giuseppe D’Amico parla con Pasquale Gallone, indicato nelle motivazioni come «braccio destro di Mancuso Luigi». Ed è in quella conversazione che l’imprenditore riferisce al suo interlocutore quanto gli avrebbe detto lo «zio Luigi». «Ne voglio uno… dovete trovare uno pulito che gira… fa queste colonnine in bianco… fate un bonifico». Poi il ragionamento entra nel dettaglio. D’Amico parla di un meccanismo attraverso il quale, arrivati alla fine della settimana, sarebbero risultati venduti «2 mila litri… 3 mila litri» e accumulate somme da 500, mille o 2mila euro. «Li mettiamo là», prosegue il dialogo riportato dai giudici, facendo riferimento a «un giovanotto che va camminando» da inserire nel sistema. Non è la Corte ad attribuire direttamente quelle parole a Mancuso: è D’Amico, nella conversazione con Gallone, a riferire l’indicazione che avrebbe ricevuto dallo “zio Luigi”. Ma per i giudici quel colloquio assume un valore preciso all’interno del complessivo quadro probatorio.
Gli affari illeciti nel settore dei carburanti
La Corte inserisce infatti quella intercettazione subito dopo avere ricostruito altri colloqui nei quali Giuseppe D’Amico rivendicava la propria appartenenza alla «famiglia» e discuteva con Mancuso Francesco, Mancuso Silvana e Rosamaria Pugliese degli affari nel settore dei carburanti. Per i giudici, il dialogo con Gallone rappresenta un ulteriore elemento dal quale emerge «il ruolo di D’Amico Giuseppe in seno alla consorteria capeggiata da Mancuso Luigi» e la gestione, da parte della stessa organizzazione, degli affari illeciti affidati all’imprenditore nel settore petrolifero. È questo il punto centrale della lettura offerta dalla Corte d’Appello: non soltanto rapporti commerciali o frequentazioni tra gli imputati, ma un settore nel quale le decisioni più importanti, secondo quanto ricostruito nelle motivazioni, dovevano passare dai vertici della cosca. E nelle pagine dedicate alla posizione dei fratelli D’Amico i giudici sono ancora più espliciti: le conversazioni intercettate attesterebbero «incontrovertibilmente» che la commercializzazione dei carburanti fosse «nel dominio della consorteria criminale capeggiata da Mancuso Luigi». Secondo la Corte, Mancuso Silvana, Giuseppe e Antonio D’Amico non avrebbero avuto il potere di assumere autonomamente le decisioni relative alle iniziative più importanti del settore, dovendo invece interloquire con il capo.
Dai carburanti all’affare Rompetrol
Il progetto dell’«uomo pulito» si colloca così in un quadro più ampio che, nelle motivazioni, comprende anche le trattative per il grande affare con i rappresentanti kazaki della Rompetrol. Anche in quel caso la Corte individua un intervento diretto dei vertici della consorteria. Il progetto, poi mai portato a termine, prevedeva la realizzazione di un deposito commerciale e fiscale e, successivamente, di una raffineria: un affare stimato in cento milioni di euro. I giudici sottolineano che quell’operazione era di «interesse essenziale per la consorteria» e avrebbe richiesto l’assenso e la partecipazione diretta di Luigi Mancuso. È la stessa trama che, secondo la Corte, emerge dalle conversazioni: dagli accordi commerciali quotidiani fino ai progetti più ambiziosi, il settore dei carburanti viene descritto come uno degli strumenti attraverso i quali la cosca avrebbe perseguito i propri interessi economici.
La Corte e il ruolo di D’Amico
Anche per questo i giudici respingono la lettura proposta dalla difesa di Giuseppe D’Amico, secondo la quale i rapporti emersi dalle intercettazioni sarebbero stati riconducibili principalmente agli interessi economici personali dell’imprenditore. La Corte ritiene invece provata la sua partecipazione all’articolazione di ’ndrangheta facente capo a Luigi Mancuso e osserva come i suoi rapporti con il boss e con uomini indicati come Gallone Pasquale e Prenesti Antonio non possano essere letti come frequentazioni occasionali. Nelle motivazioni si parla di una «dimostrazione granitica» tratta dai contatti personali con i vertici e dalla partecipazione alle dinamiche economiche e spartitorie sul territorio. (g.curcio@corrierecal.it)
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