Papillo: «Non ci interessa una rete di enti, ci interessa una rete di territorio»
Il presidente del Gal Terre Vibonesi sul Biodistretto delle Serre: dal riconoscimento regionale del Distretto biologico alla sfida di renderlo operativo. «Portare verso l’interno una parte del valore…
Quattordici Comuni, tre province e una rete di enti e realtà territoriali chiamata a costruire un nuovo modello di sviluppo fondato sull’agricoltura e sulla valorizzazione delle aree interne. È questa la sfida del Biodistretto del Parco delle Serre e dei territori limitrofi, promosso dal Parco naturale regionale delle Serre nell’ambito della Strategia nazionale per le aree interne Versante Ionico–Serre. Un progetto che mette insieme i Gal Terre Vibonesi, Serre Calabresi e Terre Locridee, il Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, ARSAC e CREA. Nel Vibonese sono coinvolti Serra San Bruno, comune capofila della Strategia, Mongiana e Fabrizia. Dopo Francesco Macrì e Marziale Battaglia, rispettivamente presidenti dei Gal Terre Locridee e Serre Calabresi, sul percorso avviato e sulle prospettive che il Biodistretto apre per il territorio interviene Vitaliano Papillo, presidente del Gal Terre Vibonesi.
Il Biodistretto nasce all’interno della Strategia SNAI e coinvolge tre GAL, il Parco delle Serre e diversi territori. Qual è il valore aggiunto di questa dimensione sovraterritoriale e come si evita che il progetto resti una semplice collaborazione tra enti, senza tradursi in una rete concreta tra aziende, produttori e operatori?
Il primo valore aggiunto è superare i confini amministrativi. Le filiere agricole, gli ecosistemi, i flussi turistici non si fermano al confine di un Comune o al territorio di competenza di un singolo Gal. Il Biodistretto nasce con questa impostazione: il Parco, i tre Gal e i territori coinvolti mettono insieme competenze, relazioni e capacità progettuale e raggiungono quella massa critica che alle singole realtà locali spesso manca. Ma dobbiamo essere molto chiari: non ci interessa costruire una rete di enti, ci interessa costruire una rete di territorio. Il successo si misurerà sulla capacità di coinvolgere agricoltori, trasformatori, ristoratori, operatori turistici, associazioni e comunità locali. L’animazione territoriale serve esattamente a questo: far incontrare soggetti che oggi operano individualmente, individuare interessi comuni e trasformarli in collaborazioni economiche durature. Il Biodistretto deve diventare un’infrastruttura immateriale, capace di mettere in relazione agricoltura, biodiversità, turismo e comunità e di far nascere opportunità nuove proprio dalle relazioni tra questi mondi.


Tra le azioni previste ci sono marketing, commercializzazione e promozione, con l’obiettivo di accompagnare il territorio verso il Distretto del Cibo. Quali filiere del Vibonese possono diventare protagoniste e quali strumenti servono perché la valorizzazione diventi mercato e reddito?
Una precisazione, prima di tutto: il territorio non parte da zero. Il Distretto Biologico del Parco Regionale delle Serre e dei Territori Limitrofi è già stato riconosciuto dalla Regione Calabria nell’ambito dei Distretti del Cibo. La sfida oggi è trasformare quel riconoscimento in una realtà organizzata, partecipata e realmente operativa. Sul piano delle produzioni il patrimonio è straordinario: l’olio, i formaggi e il comparto lattiero-caseario, i salumi e la ‘Nduja di Spilinga, la Cipolla Rossa di Tropea Calabria IGP, il miele, il vino, l’ortofrutta, le tante produzioni tradizionali delle Serre e delle aree interne. Ma non basta più promuovere il singolo prodotto: bisogna costruire filiere e, soprattutto, vendere territorio. Significa affiancare al marketing l’aggregazione dell’offerta, gli accordi commerciali, i rapporti stabili con ristorazione e ricettività, gli strumenti digitali, il turismo esperienziale. Come Gal Terre Vibonesi stiamo lavorando in parallelo al nostro Marchio territoriale, che nasce con una filosofia molto simile: produzioni agroalimentari, ristorazione, ospitalità, artigianato e servizi turistici sotto una comune identità. Biodistretto, Distretto del Cibo e Marchio territoriale non devono diventare contenitori sovrapposti, ma strumenti complementari della stessa strategia. La valorizzazione è reale solo quando la reputazione di un territorio produce mercato e reddito per chi ci lavora.


Quale modello avete in mente per garantire, esaurito il finanziamento SNAI, una partecipazione stabile di agricoltori e imprese?
È la domanda decisiva, perché un progetto di sviluppo locale ha successo quando riesce a sopravvivere al finanziamento che lo ha sostenuto. Il riconoscimento del Distretto è il punto di partenza. Adesso servono gambe, organizzazione e una governance effettiva: la costituzione concreta del soggetto che dovrà renderlo operativo e, dentro quel soggetto, un ruolo reale per le imprese. Può essere questa l’eredità più importante del progetto SNAI: non lasciare soltanto eventi, studi e campagne di comunicazione, ma una struttura territoriale capace di continuare a operare. Nessuna forma giuridica, da sola, garantisce però la partecipazione. Gli operatori resteranno nella rete se la rete sarà utile: promozione e commercializzazione comune, costruzione di filiere, accesso a nuovi mercati, rapporti con turismo e ristorazione, progettazione, formazione, innovazione, capacità di intercettare ulteriori investimenti. Il finanziamento pubblico serve a mettere in moto il sistema; poi devono essere l’utilità economica della rete e il protagonismo delle imprese a farlo vivere.
Nel 2026 il progetto ha allargato il campo: biodiversità, turismo esperienziale, filiere locali, contrasto allo spopolamento. Qual è il risultato che vorrebbe misurare fra tre anni per dire che il Biodistretto ha funzionato?
Non vorrei misurarlo contando gli eventi organizzati o le persone raggiunte dalle campagne. Sono strumenti, non il fine. Vorrei vedere imprese che prima lavoravano da sole e che oggi lavorano insieme. Filiere locali più organizzate, prodotti delle Serre più presenti nella ristorazione e sui mercati, aziende agricole che integrano produzione, accoglienza ed esperienze, itinerari capaci di portare visitatori nelle aree interne, opportunità nuove per i giovani. E c’è un risultato che considero decisivo: trasferire verso l’interno una parte dei flussi e del valore economico generati dalla costa. Abbiamo territori vicinissimi geograficamente e ancora troppo distanti sul piano economico. Mettere in relazione la forza attrattiva della Costa degli Dei con le produzioni, i borghi, i boschi e la biodiversità delle Serre significa costruire un sistema territoriale più equilibrato. Lo spopolamento non si contrasta con uno slogan: si contrasta creando lavoro, reddito e impresa. Se fra tre anni avremo più imprese in rete, più prodotti venduti, più visitatori nelle aree interne e qualche giovane in più che ha scelto di restare e investire qui, allora il risultato sarà vero.


Il Biodistretto si inserisce nel percorso di un Gal che negli ultimi anni si è segnalato per dinamismo e capacità di animazione territoriale. Quanto è cambiato il ruolo del Gruppo di Azione Locale?
È cambiato profondamente. Per molto tempo il Gal è stato percepito come il soggetto che gestiva una quota di risorse LEADER e pubblicava bandi. Resta una funzione importante, ma fermarsi lì oggi sarebbe riduttivo. Il Gal deve diventare sempre più un’agenzia di sviluppo del territorio: leggere i bisogni prima ancora che esista un bando, mettere insieme soggetti diversi, costruire partenariati, accompagnare Comuni e imprese, intercettare programmi regionali, nazionali ed europei e trasformare le idee del territorio in progetti. In raccordo con la Regione Calabria e con l’Assessorato all’Agricoltura, mettendo la conoscenza capillare dei luoghi al servizio di politiche più ampie. Terre Vibonesi ha cercato di interpretare così il proprio ruolo: filiere e Marchio territoriale, turismo rurale, aree interne, cooperazione con altri Gal, giovani e nascita di nuove imprese. La partecipazione al Biodistretto è coerente con questo percorso. Ma la funzione che considero centrale è un’altra: connettere mondi che continuano a procedere separatamente. Agricoltura, turismo, ambiente, cultura, amministrazioni, associazioni e imprese devono essere parti della stessa strategia. In fondo è l’intuizione originaria di LEADER: lo sviluppo non si cala dall’alto, nasce dal territorio e dalla capacità degli attori locali di costruire insieme una visione. Per questo oggi il Gal non può limitarsi a distribuire risorse. Deve produrre relazioni, progettualità e opportunità. E deve riuscire a fare la cosa più difficile nei nostri territori: trasformare tante energie individuali in una strategia collettiva. (redazione@corrierecal.it)

(Foto di Giorgio Pascolo)
SNAI Area Versante Ionico Serre – “Il Biodistretto del Parco delle Serre e dei territori limitrofi: strategie di marketing, commercializzazione e promozione – Azioni integrate di animazione e di accompagnamento verso il Distretto del Cibo, tra biodiversità ed agricoltura biologica” cod. intervento APQ A.1.1 – CUP: F39J21018700007 – Finanziato dalla Regione Calabria
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