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La Calabria come destino

Repaci, lo scrittore che non smise di tornare

Uno scrittore dentro le passioni del Novecento, un uomo che alla Calabria tornò fino alla fine. A Lamezia il 26 settembre Roberto Repaci ne ripercorrerà la storia familiare, insieme al giornalista e…

Pubblicato il: 06/09/2026 – 10:00
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Leonida Repaci è uno di quegli scrittori la cui storia rimane nei luoghi, nelle persone che lo hanno conosciuto, nella memoria di una terra alla quale tornò per tutta la vita. È anche da questa doppia dimensione, pubblica e privata, che nasce la serata dedicata a Repaci dal Gruppo Corriere della Calabria, sabato 26 settembre a Lamezia Terme nell’ambito della rassegna «Parole erranti. Voci e visioni dalla Calabria» che affianca alla sua storia quelle di Saverio Strati e Corrado Alvaro.
È un modo per sottrarlo all’immagine consegnata dalla storia letteraria dello scrittore, del giornalista, dell’uomo politico, e provare a cercarlo anche nei luoghi che ne hanno accompagnato la vita perché se la sua storia pubblica attraversa alcune delle grandi fratture del Novecento, dal socialismo al fascismo, dalla Resistenza al giornalismo, quella privata racconta un uomo che non smise mai di misurarsi con le proprie origini.
Leonida Répaci nacque a Palmi nel 1898, in una Calabria che sarebbe rimasta una presenza costante nella sua vita e nella sua scrittura. Il terremoto del 1908, che devastò la città e segnò profondamente la sua generazione, fu una delle prime esperienze attraverso cui la storia entrò nella sua biografia. Poi vennero la guerra e Torino, dove entrò nell’ambiente dell’«Ordine Nuovo» e conobbe Antonio Gramsci. Fu vicino al movimento socialista e poi al Partito Comunista d’Italia, dentro una stagione nella quale la letteratura era parte del conflitto culturale e politico che attraversava il Paese. La sua lingua è accesa, sentimentale, impetuosa, e nei romanzi le vicende personali si misurano con i conflitti e le trasformazioni della società. Anche la Calabria nasce da questo sguardo, fatta di povertà e orgoglio, di conflitti familiari e sociali, di uomini che cercano di non lasciarsi definire soltanto dalle condizioni in cui sono nati. La stessa esigenza di stare dentro il proprio tempo lo portò al giornalismo. Dopo la guerra partecipò alla Resistenza romana e, insieme a Renato Angiolillo, fu tra i fondatori del quotidiano «Il Tempo». Ma il suo nome resta legato soprattutto al Premio Viareggio, che contribuì a fondare nel 1929 e che sarebbe diventato uno dei più importanti appuntamenti della cultura letteraria italiana.
Poi c’è la dimensione privata, quella che più difficilmente entra nei profili biografici. Nel 1929 Répaci sposò Albertina Antonielli, fiorentina, che gli rimase accanto per tutta la vita. La Pietrosa fu anche il luogo della loro vita insieme, aperto agli amici, agli incontri e al lavoro. Quando nel 1981 Repaci decise di donarla alla città, volle che il suo nome e quello di Albertina restassero legati a quel luogo. Lei sarebbe morta nel 1984, un anno prima di lui. Negli ultimi anni tornò alla poesia e alla pittura, e tornò a Palmi. Qui lasciò i suoi libri, i suoi quadri, la Pietrosa, una geografia privata che dice qualcosa del suo modo di stare al mondo e del rapporto con la memoria. Sarà questa parte della sua storia, quella che resta più a lungo nelle pieghe della vita che nelle pagine, a essere affidata al nipote Roberto Repaci, in dialogo con il giornalista Arcangelo Badolati. Un racconto della dimensione dell’uomo, prima ancora che dello scrittore. (redazione@corrierecal.it)

È un progetto finanziato a valere su Avviso Pubblico “Sostegno e promozione turistica e culturale” POC 2014/2020 Az.6.8.3 Linea 1 eventi Turistici e culturali nonché il brand Calabria Straordinaria

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