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PREVIDENZA

Pensione a 64 anni per tutti, ma il conto è salato: fino a 366 euro in meno al mese

Il ricalcolo contributivo può ridurre l’assegno fino al 10,6%

Pubblicato il: 07/09/2026 – 13:07
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Andare in pensione a 64 anni anche per chi ha iniziato a lavorare prima del 1996, ma accettando in cambio un assegno più basso e, in alcuni casi, utilizzando una parte del Tfr. È la proposta sulla quale torna a spingere la Lega in vista della nuova legge di Bilancio e che potrebbe allargare sensibilmente la platea dei lavoratori interessati all’uscita anticipata. Ma il vantaggio di lasciare il lavoro prima avrebbe un prezzo: secondo le simulazioni dell’Osservatorio previdenza della Cgil, il ricalcolo potrebbe provocare una riduzione dell’assegno fino a 366 euro lordi al mese.
Oggi il canale per l’uscita a 64 anni è riservato sostanzialmente ai cosiddetti “contributivi puri”, cioè a chi ha iniziato a versare contributi dal 1996. L’ipotesi rilanciata dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon punta invece ad aprire questa possibilità anche ai lavoratori che rientrano nel sistema misto, dunque con contributi maturati anche prima del 1996. La proposta prevederebbe almeno 25 anni di versamenti, ma con una condizione importante: l’intera pensione verrebbe ricalcolata con il metodo contributivo.
Ed è proprio qui che arriva il conto. Nelle simulazioni effettuate dalla Cgil su alcuni profili-tipo, il passaggio al calcolo interamente contributivo determina una riduzione media nell’ordine del 10,6%, con perdite comprese tra circa 183 e 366 euro lordi al mese. Naturalmente non tutti subirebbero la stessa decurtazione: molto dipenderebbe dagli anni lavorati prima del 1996, dal livello delle retribuzioni e dalla storia contributiva del singolo lavoratore.
C’è poi un secondo ostacolo. Per accedere alla pensione anticipata l’assegno dovrebbe raggiungere una determinata soglia minima, che ai valori del 2026 è pari a 1.638,72 euro lordi al mese, tre volte l’assegno sociale. Chi non raggiungesse questa cifra potrebbe utilizzare una parte del Tfr trasformandolo in una rendita mensile, così da integrare la pensione e superare la soglia richiesta. Non si tratterebbe quindi di perdere il Tfr, ma di rinunciare alla possibilità di incassarlo immediatamente come capitale, utilizzandolo invece per finanziare in parte l’uscita anticipata. La soluzione, però, potrebbe non bastare per tutti. Secondo le simulazioni sindacali, prendendo come riferimento una retribuzione media annua di circa 24.500 euro, la pensione contributiva a 64 anni sarebbe intorno agli 893 euro con 25 anni di versamenti, circa 1.100 euro con 30 anni e 1.546 euro con 40 anni. Nei primi due casi, sempre secondo la Cgil, neppure l’utilizzo dell’intero Tfr consentirebbe di raggiungere la soglia minima. Il rischio è dunque che la possibilità di andare in pensione a 64 anni venga formalmente allargata, ma rimanga difficilmente accessibile soprattutto per chi ha avuto stipendi bassi, carriere discontinue o lunghi periodi di part-time.
Per il momento, comunque, si tratta di una proposta e non di una misura già approvata: mancano ancora un testo normativo e diversi dettagli sulle modalità di utilizzo e tassazione del Tfr. Il confronto arriva inoltre mentre i requisiti ordinari per lasciare il lavoro sono destinati ad aumentare. L’Inps ha già stabilito che, per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita, dal 2027 l’età per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni e un mese, mentre dal 2028 arriverà a 67 anni e tre mesi, salvo le categorie esentate.

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